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Full text of "Il fingere per vincere; opera scenica"

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IL FINGERE 

PER VINCERE 

OPERA SCENICA 
DEL SIGNOR 

ÌDr IGNATIO 

CAPACCIO 
Gentilhuomo Napolitano ; 

Originario Nobile Sienefc. 

CONSACRATA AL SIGNOR 

VINCENZO 

V I D M A N 
Prefidentc della Regia Camera; 




NAP. Nella Stamperia di Porporai e TrovCe 
M.DC. XCVIL Con lice nx.a de' Super. ' ^ 

ATpefe à\ Carlo Troyfcf 



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Mìo Sig.i Pnefempre Ofseruandifs. l 



Oaendo à lichiefla d'Amici 
dare alla luce ?1 primo parto 
deirincuka mia penna gioua- 
ni!e , cosi grzind't: la fama del 
ftio valore , e sì grandifllma é 
Tobligarion, che li profef!o , 
ch'ho giudicare neceffàrio dedicarlo 3 V. S» 
per auualorarlo con la protettione di quello, 
c tributario alla fodisfatione di quefta * No 
viene aduque il mio FINGERE PER VIN- 
CERE ficuro di trionfare de' maleuoli Mo- 
ini,fotto il nome di V.S.ch'è VINCITORE, 
il quale fenzafintionc di lode adulatrice,vin- 
te con la fua gloria Li Fama iftefTa ; il cui fo- 
noro grido precorre non che fol per TltaHa , 
per l'Europa tutta ; ^Icui Tuono accorda il 
fuo feftantc canto la bella Partenope per fea- 
uerfi veduto glorificato il fuo Foro da vn ao- 
uello Neftore nella facondia , da vn' altro 
Quintiliano nella Rettorica,da vn nuouo Pa- 
pJniano nella Giurirpruden2a;edoggi à fuoi 
Tribunali con fuo profitto ammira nella Per- 
fona di V. S. rinato vn Solone , vn'Eroe d* 
Aftrea,vn Campione del Cielo; e con tripu- 
di; di gioia canta Hinni di benedittioni alla-> 
Maeftà del noftro Rè (alla cui grandezza, o 
munificenza, cert'è di tutte l^antiche Monar- 
chie cedono i preggi) per haucr con tanti de- 
gni porti remunerato i rari talenti di V. S. 
con molirar fegni di compiacimento in tutte 
rcfcmplari fucattioni* ^ vltimamentecoa^ 
A a ha- 




hauerla promolTa alla dignità di PrefidcntO 
della Regia Camera, poco in vero al fiio gran 
merito, ma dono di molta ftima , per ciTer fol 
frutto della gran virtù > e grandifllmo aelo j 
dimoftrato in tutte ropcrationi delle fue cari- 
che : Segni dico di molto preggio, peròcho 
con tante dimoftratfoni vniuerìali voluto 
compartir gratie alia degniflima fua Perfona, 
hauendolo fempre conofciuto neirintegnta 
della vifa> nella deprezza de* negotijvnel ma- 
neggio di Str.to , nella prudenza de' confeglif 
nel valor della fcienza legale, il più meriicuo- 
ledi quanti mai potrebbero dall'antica età de 
Giurifconfulti, ò dalla nollraeflèr'honorati : 
Conofce molto bene ilnoftro GranMonar- 
ca>e'l sà, c n'afcolta il grido,ch'ogg! in quefta 
Città fiede à prò della Maeftà Sua il più gran 
Qiurifconfulto del Mondo; la cui giufiitia^, 
fcnno,e bontà faran sì, che ben toflo vcdraffi 
dalle genti(che con ftupore l'ammirano) prò- 
moflo al Regio CoUateral Confeglio , acciò 
non retti defraudato tanto merito de'maggio- 
ri honoridcl noftro Regno, equefUgodaii 
beneficio della fuprema lua amminillratione ; 
Ed io fra tutti gli altri , ch'applaudono con.» 
voci di giubilo la gloria del Aio nome , no 
vengo tributario inanziàlci con queOo pic- 
ciolo dono per far , che Tinterno dell'animo 
con fegni citeriori fi conofca ; E tutto cho 
dalla riueréza configliato mi fofle , che à Per- 
fonaggi, qual'è V.S. per conto de gl'Ani per 
lung'ordine di alta Nobiltà famofi , e per ri- 
guardo de* fuoi propri; preggi nonfidcuo; 

Ù0| 



ndjChelc grand'Opere dedicarejnon ho pof- 
fino frenare il mio deuoto ardire in fupplicar 
V.S, che fjcome col rneri'to fnpera tutti quei, 
ch'inanzi per fortuna li vanno, cosi fupcri 
tuttij Mecenati, dimoftrando aggradimento^ 
c protettione di quei Scrittori , che fc noiL^ 
han virtù ne ambifcono l'acquifto . Degnali 
V^. quando doppo i penfieri, egli ftudi; ne* 
maneggi graui,polftici>e ciuin di quello Re- 
gno,haurà qualch^ora oliofa di dar'vn'occhia. 
taàqucfta mia Operetta , che le ben da fo 
fteffa lia di poco valore , nutrendofi niente di 
meno nella fua gratia , hauerà vita ; ch'io fa- 
cendogli con efla vifibile il mio oflequio, ba-o 
ciò à V.S.riucrécemente le mani^augurando-^ 
gli felice grandezza^ed immutabile la felicrtà,; 




Deuotifs. ed ohltgaìifs .Scruo veto 
DJgnatio Capaccio* 



V A V T O R E 



AL ME DESI M O 

Signor ri'KCET^SO VlDM^T^^ Oratore y 
e Trefidente di Camera. 

( Anagramma puriffimo . ) 
Ira di Mercurio Campione , or din enne 
di Afirea Soflegno. 

sonetto: 

DI Mercurio Campion,d' Aflrca Sofiegnoil 
Moftro di Sciézc,honor del fecol noftroi. 
Io van deJincar tcnro> e difegno 
In carta angulta, l'ampio mertò voftro^ 

Oiianto fÉto/vaIo^^u4%^inL5eM 
Dotto, e faggio Signor da vféìf mòrti 
Europa pur, non ch'il natio fol Regnc^ 
Dir lo può ben,piii che denoto inchiollro^ ^ 

Oracol del Sapere, Idea d'Eroi , 

Portento de* Licei, Norma del Foro^ 
Vino Zelo^ ond'Aftrea non more à noi • 

Quefto ch*à Voiconficro humil lauoro, 
Generofo riguarda »ed habbi3n poi 
pa Voi gloria i mieifcritti^ ed io da loro# 



• ilr * « ♦ # 



AL 



AL LETTORE. 



ECcott prefentati cor tefe Lettore i primi fi&ri 
del mio pouero ingegno y i primi germogl i 
della tenera mia pianta , accoglili congen^ 
tile amoreuolex.x:a y che inaffiati dalla tua corte- 
Jiayfpero coi tempo partoriranno frutta di matura-» 
ta virtù; e nel fertile terreno della tuagenttlex.x,a 
trafpiantatiy vngiorno appariranno vaghe pianiti 
ve a ite di foglie y inghirlandate di fiori y ed abbon- 
danti di frutta . lo prejentandoti le primtt ie deU 
la mia penna y fìtmo offrire la vittima più cara alla 
^^f*^ ^ "^/^^ primo padre Adamo prqcipmt 
fili js fuis Gain, & Abcl^ quodcx primicijs offer- 
rent facrificiuni Deo ; E nella legge Ebrea pari^ 
^ente leggejtychejpx<ic\ip\x\t Moyfes Hebrsi$,quod 
Ecclefie , & Minlftris detur decima pars ex pri- 
mujjs ; In fin dalli Gentili haueuanfi in venera^ 
tiene le primi tie , cioè le prime cofey de fe l'offerì'- 
uano alla viftay adorauano y id quod primo vide- 
bant Deus crac. Nomi difpiaccia poi nconojcer 
que/iaCo media adornata d' erudttioniy d'I fiorita 
e di Sentente {fiile forfè disdiceuole alla Comica^ 
compo fittone ) imperocché Je l'efere erudito è preg^ 
giod'vnptiuato perjonaggtoy f^aggtormente ejjer 
lodeueaePrencipiychetn quefi^Opera fi figurami 
Compatticela tn fine je pouera d\r dine ye d'artificio 
eLlaprejentata ne viene ypoicbey efigend' io dsll^ 
poco etd grand' ardtrey mifà lecito di produrre alta 
lisce que^' informe mio partOyfperandoyche con l^ 
tua lingua, non gid di critico Arifiarca ; md di he^ 
nefica Orjay h darai forma, eperfettione; ir augu- 
randoti felicità y ti ricordo yy ejfer figlia la cortefia 
yy a vn noiil ^ore,e r»olto preggw acquifia^n'bmm 
9^ (Or tefe • * j ^ . 



Al- 



ALT AVTORE. 

S O N £ T T O 
Dc/Sig.D, T 'inio Vagano 7>lobile 

E Tà col fenno,e col faper natura 
IGNATIO vinci tu , anzi in Alloro , 
Che in lanugine il vifb. Età immatura. 
Anzi chi'l ferro Ka rmi, adorno è d'oro. 

Virtù delli Aui, cui in età pili dura 

Die Permeffo gli AlIor,dic Toghe il Foro 
Vinci ancor tu. Tuo plcciol lume ofcura 
Di gran luce di glorie il gran teforo. 

Onor, ch*in tuirifù in valor maggiore i 
Che vinto ceda à te /ol vno, aitringi : 
E' tuo honore maggior vincer l'honore, 

Mà che farà C 5*hor Talcrui pregi ftringi 
Tutti in te ) quando vero vfi il valore 9 
Se le vittorie ancor fon quando fingi ? 




ALL' A VTORE. 

SONETTO 

J^cl Sig. D. Fr ance/co Orti'^Sanghex, 
7s(j)bile Spagnolo. 

QVeflo nobiì Iauoro,e qucfte carte 
rGNATIO,à cui tu dai tepre immortali. 
Da Ja più adufb» àia più fredda parte 
De Ja fama Volar parmi su l*ali. 

E da Tacque d'obiio nere, e vitali 

Traxre il tuo nome,e là porla in disparte 
Ve del tempo non mai giungon gli firali , 
jNè ilile VAllio di Vulcano,ò Marte. 

Ond'immortal viurai di vera gloria 
Colà nel Tempio, oue poggiar fol dalli 
A chi degno é qui giù d'alca memoria. 

£ parmi di te vdire: A tal ventura 
Oiugne chi à faticofi Eroici palli 
La via di virtù fegna al peftra, c dura. 



ALV A vtore; 



SONETTO 
Del Sig. Luigi Maiorano T^obilc 

Coturno Sofocleo , Plautine Scene 
Hora gl'od; deftando>faora gli amori 
All'armonia di Comiche Camene 
Seppero in Protei cranfmutare i cori. 

Qiianti pianfero al pianto, altri i dolori 
Di fimulato Amante à creder viene» 
Che con vfiira poi di più roffori 
Dier tributo di rifo à finte pene. 

Mà ad immitar d Vn finto Amante i frcggi 
N'ini/iti IGNATIO a colorir defiri 
Con cui faggio,chi ama,auuicn,che freggL 

E mentre all'Apogeo di glwia afpiri, 
Il Mondo à te già cumulando i |>reggi,, 
pegl'Aui la virtù fai> che $'ammìri ^ ^ 




AlV AVTORB. 

SONETTO 

Del Sig. D. Cefare ^henantt Cobite 
Cojemino» 

JGNATIO tu che 3 ce medefino imper/, 
1 E 1 propri; affetti tuoi moderi, e reLi , 
Quanto,o quanto degli Aui homai pareggi 
La Virtu,ciie emular altri non fperi; 

Bcntuperl'oro, eper tei'oroalteri 
Andar potran fin doueamanfr i preggi. 
Cfienafconoda fatti eroici, egreggi 
Vie preggiabili più.che Regn^e Imperi . 

Ch^vn dì la penna tua sì illuftre fia , 
Che nera ogn'a/fradiuerrannc. e ofcura; 
Che rinomar trà noi chiara sVdia. 

E all'oblio lererai iiilluftri inganni, 

vìnrV^'T di Natura 

yinccrai Iiiu«i|a,e farà, fcorno à gl'anni. 



ALI/ avtore: 

SONETTO I 

D^l Sig. D. Sauerio Marìncola Catania 
K^obile Catan';^arefen 

Vince, chi fingere la vittoria alata 
S'auuince fol con rete fraudolente! 
Nelle fchern>e d'amor vaglion fouentc 
Le fiate aftuce, più di forza armata. 

Quarhor hebbe d'amor l'alma impiagata 
finfe femhianze altrui Gioue poffcntc i 
Per Europa muggir tarhor fi ^cnte^ 
Per Danae ftrepitar pioggia dorala. 

IGNATIO,e tu ch'a grand'imprefc accingi ' 
La Comica Talia le menti inganni, 
Si bene al falfo, il ver fimile pingi. 

E con si dotti, ecuriofi inganni» 
Mentre faltrui finfion per vere fingi 
yinici con la tua fama il tempo» e gl'aiDn 



ALV avtore: 



SONETTO 



DelSig.D.Francefco Palamolla Gaetani 
Barone ddlla Tonaca, 



GU con finto timor ferro pugnace 
Eftinfe in vn balen Marte, c Guerrieri 
Già la Reggia di Frigia,e gli IHj altieri 
Caddero al fimular d*vn Greco audace* 

Tira PAugel di Zeufi Vua mendace; 
E Proteo sì domar bruci più fieri, 
Mà'l Fingere d*IGNATIO alti penficri 
Mette in bocca alla Fama più loquace* 

Cedano ì te del gran Tebano i canti , 
E i Cigni, ch'in Parnafo alto volaroj 
Se col dolce tuo dire i con incanti* 

E fe'l Fingere tuo sà vincer quanti 
Del fcenico fauer Tonde folcaroi 
Il vero merco tuo ti dà più vant||i 




JNTERLOCFTO RI, 

LADISLAO Rè di Polonia Amante di Koi 
laura. 

CORDIM ARTE Prencipe di Danimarca^ 
finto Ambafciatore dd Padre, Amante di 
Ivofaura, 

IDRASPE Arciduca di Mofcouia fratello di 

Ilo/aura, Amante d'Armidea. 
DAMIRA Infanta diSuetìa folto nome del 

dlìlir ^^^^^^ Amanto 

"^Pl'^c Prencipcra del fangue, Aman- 
te di Fedele. 

AR MlDEAInfaivtaforelladel Rè, Amante 
ai Fedele . 

SIGISMONDO Configliero del Rè , confi- 
dente d'Armidea. 

SENOFONTE Letterato, Aio di Damirio. 
icjocco Amante di Carina. 

?rD Jrx^iv^^'^'g^"^ Rofaura. 
J^^PJNO Paggio di Corte. 
I ACIONE Napolitano fer uo di Cordimar- 
tc, Amante di Carina. 

lafiena ft finge in Varfauta Metropoli 



li. 



IL FINGERE 

PER VINCERE 

OPERA SCENICA 
DEL SIGNOR 

D. I G N A T I O CAPACCIO 

Gentil'fiuomo Napolitano , 

ATTO PRIMO 

S C E N A P R I M A- 

ajpfi in Trono^F^dele j Arciduca, Ccn/gUero^, 
e Letttrato^che l^ajjtfiotio • 

TTAIoroli amici , già il nemico Danefe hS 
^ V coiierto d'huomini> e cibarmi le più vi« 
cine campagne y e diftre tto affedio alle noftrc 
Fortezze minaccia,pcr il rifiuto delle ftabilitc 
mie Nozze con queiFInfanta* Inuafo hìparcc 
di querto Regn# j e combattuto il nollro cfer- 
dtoj che cedèallaragionenoo già » mà ali^u» 
fortuna del Vincitore* Or chiede coaimba- 
fciariadi pace la conchiufion del matrimonio* 
enei punto ifteffojChemlvuoLparente^ nv* 
impone legge da trionfante! patteggiando ̀L> 
nozze^ con la condition di ritener^ , come fu dJ 
l*acquiftato lìn'horaj mfoffre la pacci mentre-^ 
«ni» guerra pa«c tfel mio ftegnp s^vfurpa^^ 



1 ATTO 
e cuoprc col velo della coauenlenza II veleno 
tieirÀmbitlone.Io prima di difponer di 
vogfioi che da voi faggi Campioni fi rilol- 
ua> fe debbia accetcarfi la pace > ammetterli le 
condi-tioni,© di contraftarfeli la forza con Tar- 
» mì:La caufa è comunejcraccàdofi dcU'interene 
$9 del Principe! ch*è Tanimadella Republica> e 
9y della difefa della Patria , che è qucH'honerto 
pi Ogetcojpcr cui deue il forte operare* La pre- 
teufione c ingiufta,le noftrc foldatefche di bel 
nuouoaggucrrite> il nemico è tiranno^ voi va- 
lorofi^efedeli^parJate dunque (e con libertà) 
cheftimatcpiù gioueuole alpublico^piùpro- 
fitteuolc à vincerc^più efficace per la difefaL-j»; 
haucndo per imprudenti quelle Corone > che 
pria di formai va'imprefa, non chiamano i fa- 
uij per abbozzarne il difegnojhor dite come-? 
da voi fi fuole 
Liberi fenzi in fcmplici parole • 
fed* Mio Rè non men l'affetto di Fedele amico 
(anzi diamante) che il dettame del mio debito 
(più torto dcll^'amor mio) mi fpingono ad ap- 
pigliarmi alla guerra^comc ogetto piùconue- 
,^ neuolead vno Eroe. Non niego^chc la pacO 
31 fi deue anteporre alla gucrra>fnà non può ne- 
garfiairincótro> chéìcgran codaidia abbrac-» 
ciarfi la pace > quando ci vien minacciata la^ 
guerra3ancorche pcrigliofa fifolfe-Dallc cofc 



9) 



^1 ó 



5, ardue perpetuo nome s'acquifta i la gloriafol^ 
trà perigli fi trona^la virtù dell'animo ne i di^f^ 
5, faggi fi moftra , è incompatibile la quiete con 
3, la fuperiorità j ehi rìfiede nei trono non deuìi 
vagheggiar le Sirene^ ma domar le tempcfte • 
Maggior gloria acquiftoiTj vn faticofo Annv; 
balejche vn fcioperato Gallieno^ vn indefeflb 
£pan)inonda^ch'vn dcliciolo fiUogabaloj viiè< 



PRIMO. ^ 
Aìehndroyvn Pompeo:, vn Coftantino>vaiCar- 
io>cIu: fi refero Magni nella guerra > chVa^^ 
Tiberio^ vn Calipolp,vn Nerone^ vn Vite II io 
auuiliii negi^vgi deJIa pace. Specchio ci fiano 
i trofei d'vn Mano> e Je ila tue d'vn Cefaró»^» 
3> Nelle fcuole de*trauagli s'addottrinano à ré-. 

derfi immortali gli Eroi • L'oro quanto cono- 
3> fce di preggiojtutto Phà dal martello , e dal 
fuoco . Si veftoHo di porpora 1 Regnanti per 
3} apprefen tarli roffcggianti di fangue 5 e di pria 
yy ^'incoronauao di ferro > che neirotiodipacc 
y> arruginifce^per fi^nificarfi guerrieri. Sire Ite-, 
» co non v'è, non v'e periglio» 

yy Che arredi vn cor^che della gloria è figlio, 
^ri-. Il debito di leal vaffallo dì V-M- e rhonor 
d'cflcr nato del voftro fangue^ m'^obligano, a 
<]uel ch'è più di lodeuole perla voftia gloiia» 
più conueneuole per la noftra patria ; ?ale fti- 
'mo la guerra^ che dal Dano ci vicn minaccia- 
ta . La Polonia per le guerre s*è refa più d'o-* 
gn'altra nacion gloriofa,ficomc fù Roma djuai 
Romulofuo Fondatore confecrata à Martc-/;^ 
per elTer trionfante nelle battaglie^così 1» Po- 
lonia , dalI*;intico Lecho fin al Regnator pre- 
fente, hà laureato di vittorie il fuo fcettro> e<S 
imporporato col sàgue di tante nationi il fuor 
foglio . E più d'ogn'altri il sà bene Tardità» 
Danefe , che fe Alelandro hebbe dcfiderio 
imbarcar la fua Macedonia dentra l'oceano 
dell'Oriente , Vifimiro introduffela nuoU2u# 
Polonia dentro Toccano del Se tten monete-* 
battagliando con profperi affalti la Danimar- 
ca, potè poi prcffo le foci della Viftolaedifi^ 
care la gran Città di Danfica,denominata dal- 
la fconfitta de* Dani . Venghi hor dunque di 
nuouo a ritentar la fortei che fc con fuo dan^ 



4 A T T O 

no 1 e fcorno la prono contrarla > in vano hor 
propitla lafperì j ch^altriii non fuole volger 
per poco la fortuna il tcrgo.Mio Rè le palme 
3y s*acqiiiftano pugnando 

yy Gloria non ha chi non affronta il brando»^ 
Con* Sire non men generofi^che degni fono i 8C- 
timenti dì quelli inuitti Eroi, dediti à magna- 
nime imprefe j io però non tralafcio di dire^j 
che non è meno biasmcuole la codardia nella 
yy sfuggire i pericoli^ oltre il douere^ di quello, 
yy che fiala temerità nell'incontrarli contro ra- 
py gione il la pace fi deue mai fempre anteporre 
alla guerra per vtile del publico; mà nel no- 
ftro cafo è neceffariaj i popoli fi trouano con- 
fumati dal difpcndio delle foldatefchejqueftc 
menomate dalle battaglie, gl*Erarij vuoti, T 
Efercito quafi abbattuto, il nemico potente^* 
gl'eliti delle guerre mai fempre incercì>e dub- 
biofi , il partito , che fi propone, e fi deue al 
Dano,non folo è per noi vantaggiofo,ma qual 
maggiore potea richiederfi , con qual miglior 
Regnate potea V.M.apparétarfi>non deffi ve- 
li nir men di parola,al che fon tenuti i più infi- 
a> mi Caualieri,noache i Monarchi; ftimo dun- 
que a^^ai meglio d' vna buona guerra la pace 3 
ancorché fuantaggiofa quando lo fuffe . Gli 
cfempij hauuti da' Romani maeftri della mt; 
litìa chiarametvte lo moftrano , eh* aCfediati 
dal Brendo à comprar fi difpofero à prezzo d^' 
oro la pace, e quell'ambitiofo Defiderio, cht 
ricusò di veder la pace à Carlo Magno à pe- 
fo d'oro,fù forzato à comprarfi la vita à prez 
zo della Corona. 
Leti. Hor fe mi Ha lecito parlerò io , poich^ 
3, plus vakt vmbrafenis , quam gUdtusyJtui eìo 

qumtiaimioris ^fiQom^ dice Baldo nel f^p* ^ 
- — fi»^ 



P R r M o ^ s 

renundatione y ereqiieftr Campioni dirannt> 
con Carbone Cfwifole b Abere multos gladio s ^ 
con Marco Calìriclo rifponderò>.e5f ega annoj^ 
iy Mio Rè col Man t nano ti dirò : nulla falus bel^ 
> j loypacem te pojamus omntSy la guerra è vn. mo- 
^y ftro d*r cui non; hà T Africa più fiero : al parer 
j> di Briitiò ptfii tqiiipafatm hofiilitas;^ l ieo Li- 
9y Ilio precetta wWwr efltuta pax > quam ffetata 
y, vtiìoriay Salluftio ne Infegna t q^uella guerra è 
^, lodeuole>che partorlfce la pacejen^auuifa Vi- 
gelIOi^wi defidetat pacem eijciatbellum^ onde-* 
non douetevoi, ò Magnanimi Eroi efortare il 
Prencipe airarmb ammaeftrandoui con Pom-* 
yy ponio > donec lìteat in pace^ viuere non duàtt^ 
yy Frincipem jumere atma y vi ricordo col Tafior 
^ ;> La virtii ftimulata è più: feroce ^ noa v'appì-- 
pigliate all' Aforifmo de'Barbari^Ia fomma— 
forza cffer fomma giuftitia à guerreggrareion- 
de diffe Liuio ;«/ m^rw/z^CT^ emniafortiti e^t^ 
ma ramentateui.di quei bel titolo de' Venecia- 
XiiiVax sibi Marce BuangeVifta meusy besi com^ 
fpiega nel fuo Prccipe il Capaccio: è pace ii- 
sécita qiund' altri procurano di farla, gucrrie- 
>y ra.Giro fii perfuafo da Senofonce:efler cofa da^ 
yy fauio aiknerli dalla guerra,ancorche vi fuflc^ 
» caufa graue^Platone viiole;che il fommo bene 
y> della Republica fiala pace^ fecondo Tacito 
yy JìuUovum ejf pacem negligere y ed Io efclamerò> 
^rl^accynil meljusynil Face fai ub ri Orbù Dix'u 
iOjcIkì&(?. a me di tutti^ò miei fedeli è nota la prudf-.^ 
za^il valore>l'amor>la fede^ mà ConfigJiero il 
yolìro parer disapprouoj ficome alllmbelle^ 
w è fauiezza lo sfuggire i pcriglJ,al forte è ver-* 
yàO^»' gogna non incontrarli; defli dal prudente ab- 
ìtàh bracciar lapace^quando queftanon portifeco 
(*f.^b fuantaggiofelecapitulaeioni* Bramo à carac- 

tcrl 



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6 ATTO 
tèri di langue regiitrare ; che à cader và eh! 
troppo di fe prefume ; fpero con Paiuco del 
Cielo ributtando in dietro il nemico^ dilatare 
i confini di quefto Regno , e ponete in ceppi 
la guerriera temerità di chi non fapendo te- 
mere il tuonojv^iol prouarc i fulmini di Ladif- 
Jao. Dobbiamo tralcurar vna vii pace^ per di- 
poi con la guerra raccogliere il frutto de' no- 
ilrì fudori; appreflb i Greci la pace è peggior 
della guerra ; 1* Africa perche marciua nella-^ 
fcioperatezza d'vna lunga pace^ fu da Gianfe- 
rkediftruttaj gli Alani rendonfi fanrìofi^come 
Popoli auezxi à fempiterna guerra • Su dan- 
quQ miei valoroiì guerrieri^coraggiojdalla vo- 
ttra affiften za prendono vigore Je mie fperan- 
2e; il voftroda me fperimentato valore , ed i] 
cuore mi predicono gloriofe vittorie 3 parmi 
fentire il Cielo j, e vedete il Fato ^ che Trofei 
ne dellini; Or voi dunque gencro/ì Campioni 
habbiàte fpirto in petto, armi in mano, e fede 
in alma>che Ladislao haurà cura del rello. 
<:on. yy Signore , chi imprende grand^imprefìu» 
J5 deue confiderar le circoitanze de' tempi , 

delle forze, per fchiuare i mal i incontri ; pii-, 
i>y ma delk procella fc ne veggono i fegni dair, 
9i efperto Nocchiero , e prima de'difaftxofi fuc 
9> ceffi ne prende il prudéte da lungi i mali prc 
fagi • Temo ò Sire (e fian vani gli auguri) cht 
le difcordie ti à Polacchi,e Danefi introduco- 
no domini) foraftieri à foggiogarli; refperié- 
93 za è la più fina maellra del gouerno, tra Gre 
ci contraftandofirimperator Turco di loro s' 
impadronì; nel mentre durauano le guerre-; 



ciuili fra Cefare 3 e Pompeo , Farnace Rè diiiff.Si 
Ponto affali la Cappadocia , e mentre i Pren-^ 
cipi Chriftiani trà di loro prefero rarmi^qua- 



poi! 
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PRIMO. 7 

fi Auoltoio Solimano fi f è delPaIrnn prede-» 
pofftffore ; E chi n'afficura della voftra fallite 
trà le cure molefti della guerra? Chi n'accer-^ 
ta della voilra vita trà gli imminenti pericoli 
di Marce ? Signore fol con Ja pace li fchiua^ 
» ogni finiftro euento; e per ferbarfi il Regno,e 

in vn la vita mei ta lode la pace. 
I^^d. Sire 3 Augulto gouernaua le cofe militari 
col parer d'Agrippa , le politiche chiili col 
parer di Mecenate^cosi Aleffandro/i ferui de* 
precetti d'Ariftotile ne* coftumi ma de'fiioi 
Parminioninel gacrreggiare;ilSenaco iagnof- 
ficon Neroncjche non doueua conleletterc 
di Seneca mantenerfi i'Imperó> mà con Tarmi 
deXorbolani . Configliero non ci deue arre^ 
Ilare da quell'imprefa il periglio,© la morteci 
> vna goccia di fangue^fparfa in battaglia, tin- 
ge vna porpora alla memoria de'guerrieri^eU 
morir per la patria , è vn riforgere à i trionfi 
del grido. Chi fpira oe^lampi Marciali noa^ 
muore, che con fpleudori; mà che dubio pof- 
fiamo cenere della vita d*vn Rè deftinato i 
partorir miracoli di gloria? andiamne al Cam- 
po ò generofo Campione : quel Regnante^a 
che fi ferma ne i proprij confini non può dila- 
tar i fuoi progrelTbe'i fuo nome. Rè di Polo^ 
nia connienti andare. vedere,e vìncergli Ciel 
Polacco ti vuol ftella errante , non fiffa-^ » 
le mucationi d'aria conferifcono alla virtù , fi 
corrompono quelTacque, che di continuo ri- 
fiedono in vn letto , i*efercitio non può do- 
nar, che falute , e necefl'ario il moto à chi in» 
tende regnare con quiece. 
frc.Signore ilReame di Polonia,c di Succia è la 
pacria di quei Goti, chcfoggiogornoTEuró- 
pa,ricordiamoC!,che Roma ci fù fuddita, che\ 

ooftro 



8 ATTO 

«oftro trlon&tore li potè imprimere corno 
Marchio <li feruitù 11 nome di Gotia : Noo-^ 
èilkrilico ò Configliero fotte quefto Qeio 
quella feraenza d'Eroi,chc fé tremare il Mon- 
dosHon morirono gl'Ateiilfi , che lo vInfero> 
gli T otlliiche lo fpopuIorono^^Se ne aggraue- 
.rebbono,ò Ladislao/i Lechi da cui vanti l'ori- 
gine>fe non l'imitaffi nelle vittorie, ilderiuar 
3y da Campioni , è vn viuere obllgato all'aiig- 
», mento delle lor merauiglie? all'infelicità del 
noltro Rè d'accafarfi contro fuo genio > deffi 
congiunger l'ignominia del timore ? forfè po- 
trà fcufarli tanca viltà , come violentata dali* 
armi di quei Dani,che foggiogati più volte^ 
palToron fotto l'alte de*Romani , c come co- 
rretta dalla nccenltà , che non deue conofccr 
la Polonia,(]uando fi tratta di guerra^nomead 
ella cotanto familiare,e gloriofo. 
Con^ Arciduca,Prencipe,Sire à riflettere vi piie- 
3, go 9 chechificonofcepoderofodiforze iol 
ly deue accingere aU'arm'be chi fi vede ben trin- 
cierato di mura può non far conto della guer- 
ra . A noi la natura ci fu matrigna^ non inalzò ; i 
;il noftro Regno contro le barbarie confinan- h 
ti le trinciere dell* Alpi, ò de* Perinei ; lafciòft 
apertoli Paefe,e lo dilatò in vadità dipianu-i 
re, (enza baluardi di montagne ; nè l'arte Ia-^|1. 
cinfe di mura , come dalla Tartaria è diuifà ìm* h 
China, ò la circondò di foffe> come fon i'Ifoic lF 
Minutie nell'Africa. , , 

Non più Sigifmondo,quell*antico LicurgOj j 
" che fè demolire tutte le fortlficationì delì.'uj 
l-cformata Sparta>chiamerà auuenturofa la Po- 
lonia, niegherà di riconofcer malignità di na^ 
^, tura in quel fito, doue alberghi neccffità di 
valore a non trouafi fortificacion di pm ficu- 

rezza> 



chic 



Se 
Olì/ 



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trioni 

trida 



P R r M o. g 

^ c^zza^ch il zelo del Prenc?pe,e'l cora^^Io d-' 
patriottbe doue quefti manca,nons*aii]cura hi 
, Rocca alcuna la codardia . l Polacchi à forni- 
glianza de' Perfide delli Spartani fi pre-piano 
, d haiier lol per baluardi i petti.Mà non liVan^ 
,^clilcorli doue e rifoluta la voloncà,done è ìa^ 
, campo il doiiere. Su duntjue entri TAmbafcia- 
tore;>ii rifiuti con coraggio lapace^fe gh'ntimi 
con intrepidezza Ja guerra , ch^oue fi trattai 
delrhonorde'Regni 

gMegrc incontrarli,chc fchiuar rittipegiiL 
^ . S C E N A IL 



• Vi fon'inuitco Sire > 



Venghi da noi PAmbafcIatore* 

ag. Obedifco • Signor Ambafciatore è yoUkxJ 
Tvdienza • 

. Piccerillo mio fatte arreco , che fe tene le» 
palio ? non tocca à tee lo ghire finanze , ci il 
troppo fegliulo.Sio Rrè mio bello, fchiauor- 
nello tuio,fcnza zcremonie^ non fi fmoue^^^ i 
vn quanco dal fuo poffo,che noi veniamo mJ, 
beneficio voftro; pe ttè và r Afia tutta, e bà 1^ 
Auropa nguerra^cu te Ihie ntruono,e io m'af- 
fetto nterra. 
^b. InuittilFimo Rè, che non Iegge,ò faiior di 
rifokiFortuna ti rende tale, ma la tua fublime virtù, 
che fouro^i tuoi grand' Aui , chiaro t'inalza al 
x?0) Trono; Idea d'fcroi,gloria de'PoIacchÌ,fpIen- 
Jellu dorè d'ogni real virtude, degno di darle^?ge 
'jPo- à Regni,e norma à Re2Ì,fperiamo nel Settcn- 
m trione,Gosi gl'lmperi.come gli honori Tempre 
iud ivia pm s'aecrefch'ino, ed à tuoi deliri benigno 
ficii arrida il Cielo. Io qui deirinclIto,e poffence 



Rè de'Dani Meffaggiero ne végojnbn già fo- 
lle- 



Tiero di Marte ad Intimarti la guerra^ ma Mei 
curio pacìuo ad ofirirti la pace. Egli per 51 tu 
famofo mertoyche nò rimane tra i confini dei 
laPolonia,mà per l'Vniuerfo con cento tron; 
be il dilata bcocuole la Fama^ti vuole non g- 
nemico,mà in amiftà congionto- 

le$f. La virtù tra nemici anche s'hotiora^ lau 

5> ex inimkis optiwa^. 

ff^afé yy Dalie chiacchlare ca s'addprme > eh 

sy dolce il fuon de la verace lode. 

Amb.hm\ brama co geminati legami di Parete! 
teco legarfi>e quanto fin'hora per legge deir 
armi hà fatto fuo,ti réde^purche s'etfettuifch 
no le tue nozze co Tlnfanta Stelladoro Ina f 
glia.Ed altresì concedi in Spofa al Prencip^ 
fuo figliuolo la Pxencipefl'a Rofaura . Com^ 
faggio non permetterai y ch'il nodo dello fti 
biìito Matrimonio fi fciolghi dal ferrose che- 
la face d'Imeneo y mutata in odio> diuenghi i 
tizzon di Megera.Signore grand'oiferta è la- 
pace ; maggiormente hora, che dal mio Re 
ii prcfenta nel corfo delle fue felici vittoric:- 
Temiftocle molta lode acquillolTb che le con 
tinne guerre de' Greci raffettò in buona coi 
cordia con la pace; Demetrio non la ricusò c 
lsiabatei;quelgran Capitano Annibale la pei 
ftiafe à Cartaginefi con Scipione j Marco Ai 
conio Pio,quafi vn fecondoNuma^amò megl 
riftorar l'Impero con la pace^che dilatarlo c< 
Farmi j e fin dalle Donne conobbefi il gran 
te foro della pace y fe Placida fpinfe Ateulfi 

ly che con Romani ^i pacificaffe j ch'vn genero; 
ardire 

3 , Fafll Fabro tal'hor del fuo martire. ^ 
^:ap. Sio Rrè mio bello^afeno è chi non sa? eh 
h nace c repuofo de lo core ^ è ppntella de. 

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P R I M O. II 

i, fa vita^ca da la guerra torna lo forda£o>ò pez-» 
„ zentejò fciaccaco ; Proprio 11 matte de TAii- 
tichc fòdigae de inarmorla^affaie megìio è bl- 
iiere da pocroae aternamenre , che aioi; da_j 
fmargialio ; io perche amico fon-^'o de p2ct^, 
perzò Pacion mi chiammo. Chi cerca a<>griirc 
à precepirij vace, beiia cofa c la pace / 
\)\m\Amb^ E chi non la conobbe > veggaii in quanti 
danni s^incontrò; don'è quella Cartagine, che 
fuperba difpreggiò Ja pace offertali dalTAnv 
bafciatoii Romani? doue la fòmofa Troia^ 
delitlofa Siberi y la celebre Corinto di Vul- 
caao^e da Marte diilrutte?e fe Elena fu caufruj 
della roulna dì Troia, Lauinia del LatiojrStelì- 
elea d'Atene? Sofonfsba della Libia y il repu- 
dio di Sella d'oro cagionerà la deftruttion di 
. Polonia ( e con tna pace fia detto ) poiché il 
mio potentifTimo Rè ad vn cenno folo ammaf- 
sò vn campo immenfo de' glorioli Dani , Ger- 
moglio di quei Goti , che conquifìorono il 
Chcrfonnelo de Cimbri y le due minori Scan- 
nicj, e buena portione de ia Gotia^e già vitto- 
riofb nella Polonia inoltratofi j in Varfauia--» 
ne verrà ben tolìo . 
\'ap. Verrà verrà ben torto > éficcator di tue qu- 
nezzeAgofto. 



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k 

[CO Al 
tue; 
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pflp ' Anibafciatore faggiamentq efponefll ciò, 
\ìk ^"^'^^ ^'^^ Signor delia, n'offre la pace, e ii^ 
fia cara in vn co FamiiU d'vn sì gran Rè:>mà T 
vmrci (eco con legami d'Imeneo nò n'è gra« 
dito , e iìa con pace della bella Infanta , ili- 
mata da noi per vn'Epilogo di beltà, vn'Ora- 
colo di prudenza, vn compendio di meriti, ma 
per compagna al Trono non Tammecdamo . 
N on vi è pili delicata elettlone di quella del 
niacrimonio, e quefta fi deue al genio , noA«j 
B «ila 



llaJ« ' 
li 



12 ATTO 
alla comienknza Efclufe le nozze delPInfan- 
ta, non deuonfi effettuire quelle del Principe^ 
5, da voi richiefte; Alle parentele domandate-^ 
3> con l'aiTilléza dell'armi, fe gli deuono Tefclu- 
fine- 

Amh. te iere qualità* della bella Infanta Stella- 
doro non meritano rifiuti y e vn tempo sò, che 
li delettauano non poco. 

Lett. 3, Altri tempi, altrepire, ond« difle Cice- 
rone: tempo ray ò mores. 

Nap. 3, Nzomma ogne cola qua giù pafia,e^nof 

yy dura, e dicette coliipare lunno , non ng'è co 

j> fa durabele à fio munno. 

yy Vn'amor,che nacque fri Tombre d*v'n par- 

.,3 tiale pennello3merauigUa non fia3fe quaroni 
bra da vn cuore fuanifce» 

Amb.yy MààPrencipi deue piacere ciò, chc- 

35 conuiene» 

Rè. yy Ognicofa è lecito à chi da norma alle^ 

yy leggi» 

Amb. 3. A maritaggi de'grandi ferue folo di re 
3, gola ia ragione di ihto. , 

yy Vn petto qenerolo non deue per pohac 
3, digouerno fottoponere il fuo genio all'ai- 
33 tini voleri. ^ ^ . 

..^^7?^. Eia parola già data à conchuiuon de 
yy fponfali y che inuiolabile è tenuto ofieiuarc- 
3, vn^hinom priuato , molto più vn Regnatue^ 

dell'altrui opere efcmp!0,e duce > 
Kèyy Amore come fanciullo d'ogni promcnx. 
,> va fciolto. ^ ^ 

Leu. La ler-ge tinaie del Digefto legatio pre 
9^ cetta bojìt fides tji fcruanday ed II Poeta n' m 
„ fegna, verta Itgant kominss ^ taurorum i.Qrn:u 

-l^aP. Ma la funa de lo matremmonio te lega- 

com- 



Gei, 

snoni 
'èco- 



dirai 



15 



P R IMO. 

commc à ciuccio no poiier'hommo - 
Rè. Non doiieiia il Dano volger contro noi si 
coito Tarmi per vn si leggiero proteico di fua- 
n ita parentela ? 
Jmh» Furono qiiefti bollori dVn 'animo oftcfo, I 
moti primieri non fono in noiha poffa. La^ 
Greca Imperatrice Irene delufa dal Re Carla 
delle nozze de'lor figli, trasfufe nel petto vi- 
rile dell'Imperatore ilfeminil furore aila-j 
vendetta. Mà come/aggiolò Rè benpotrdH 
accertare col matrimonfo la calma di qudii 
Regni. 

Rè 3i II fofifrire gli affrontile d'vn cuor vilejnon 
» di prudcnte^e'l reprimere i fuperbi è vn'obli- 
» go^che non deffi fcompagnar dalle Corone. 
yy Le vendette non dimorano ne' petti de^ 
Sourani,mà di coloro, che fprouillidi meriti, 
bimano di trouarM fplendori nel ferro; norL-» 
roifeggiano le porpore per dinotare auidi di 
)> fangue i Regnanti- 

li Rè ftà troppo inulperito^ ed ha già fatta 
altiera la Creila. 
'ff^^^^j' Indurito è il cuor di S. M- e'I fiume del- 
yy l'eloquenza non frange lofcoglio delPolU- 
nationc; paflaro i tempi, che Cinea Legato di 
Pirrone PAmbafciator Cireneo vinfer più con 
i^iCi i le paiole^ ch'altri con Tarmi. 
Mu Mmc pare Sio Rrè , ch^ baie cercando Io 
nimale comme à ii Micdecer non ghire trouà- 
lìvii 1 no lo pilo dinco à Thuouo? non ghire cercan- 
no oua de LnpO:,e piettene de quinnece. Pen- 
> za niprimma > e pò te ngorfa : ch'è dire d.i_i 
^y fciaiirato , doppoJo fatto no ng'haggio pen^ 
.^v«'^^'> fato. Rnmmorcs fugge ,decette Catone; ^ 
no Saccente te mmezza : 
?i Non canofce Ja pacete no la ftimma 

B 2 Chi 



14 ATTO 

3, Chi prouato non ha la guerra mpnmma. 

Amh' E chi t'affida , ò Rè y cVil Gran Signoro 
emulo delle tue glorie^per vendicar Tantiche 
ofFefe i hoggi che contro di noi riiiolgi Tarmi 
non venghi "ad occupar la Polonia }^ quando 

3i due venti contralhno fi forma il turbine > che 
, affonda la nane , e quando due agenti contea- 

\y dono, la contefa finifce à prò del terzo. 

jlè. Là Polonia à badanza è fornita di forze, e'I 
fuo Rè di core, che ella fprezza i nemici,e lui 
la morte j Parmi de* Polacchi più volte hao-^ 
dimoitrato al Mondo , che le forze Ottomane 
non fon'inuincibili^ilsà ìl SoIdano Ofman-^, 
che venuto à danni delia Polonia con trecen- 
to combattenti nella Vallachia perde tre le- 
gnalate battagUe,edauuilito cercò à Polacchi 

l^pace. ... . X. 

Tag. Già preueggo perigli , e benché ragazzo 
conuen à anche à me incaminarmi alla guerra. 
h'ap. Hor sù nò n^^e vò auto, ammoiammonce-j 
fta fpata , che n'ìià da fà nPollonia chiù ch^ 
non fece la fpata de Rotomonte mPangge-^ ; 
ànuieSio Mmafciatore , moftra li dicntc-^.j 
„ ca chi pecora fe fà,lo lupo fe la magp.a. 
Jmb. E' vero, che la Polonia fù fempre neli ar- 
mi i^loriofa.mà anche la domatrice deiMon:ic 
fog<4Ìacque alTinfortunij d'effer hamma,e pre- 
da di molti ; non fempre le vittoìie fono iru. 
„ polfa de' coraggiofi. Mà non piu cùlpute,ali- 

guerra,ò alia pace tolto t'appiglia» 
2^^. Mi fon dichiarato à baftanza, andate a rap- 
portare al voitro Rè,che profeguifchi le lue- 
viti oi ie.e qui ne venghi; quella Regia forme 
raHi -loriofo Teatro delle fue glorie,e s ei n< 
viene , in Danimarca n'attenda , che appunt( 
quella 3ucrra,che miuacciate^YOgUamo. 



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e ài? 



P R I M O. I? 

Amb. Vn/ingiiiflo rifiuto di pace non merita > 
yi che vendetta. 

Kc iy Vn'oftlnaca Superbia no merita^che rifiuti. 
Jmb, Stelladoro faprà viuer Principeffa^ anche 

fen za Ladislao. 
Rè. E Ladislao Rè^mà fenza di Stelladoro. 
Jmb. yy Chi la pace non vuoila guerra s'abbia. 

mi ricufi Pacieroj mi prouerai nemico j chM 
yy penurie giàmai non far di rifle» farte, 
)eluij \Nap. Edofidi viltà tentare Argante? Sapite^j 
' che mme pare io fulo sbaraglia n'alerzeto^pe- 
gliare à forza fta Ce tate , nè nge lallare preta 
' fopra à prcta^e farenge ira chiancajca fe haaef-» 
fe ilo Rrè cchiù braccia > che non hauea no 
tiempo Briareo j femprc co mmico ng'hauar- 
ria la peo . 

jRf. Anciiamne hor noi à cingerci Parmi y cb'vtì 
ijizzoi ^5 Rè fra ?ainii inuolto nulla perde di grande 3 
jiiera. ^; anzi via più niaeftofo diuiene ; su miei Cam- 
pioni.airimprefa v'iniìitocoraggiofi j e fenza 
tema alcuna. 

yy Agii audaci aflFeconda la fortuna» 
^ed. Vengo intrepido Sire, dagli arditi fcmpre 
>y fperar conuienii euento giocondo. 

Si Tràfortuna^ed ardir diuifo è il Mondo • 
-^rc. yy Animo/o vi fiego y troppo vile in cuor 
S9 nobile è il timore. 

^> Non è huom:>chi non hà core. 
Con. Deh che pur troppo ardita è voftra fpemè^ 

y> Non è faggio chi non teme. 
X-t//. » Da tré mali ciafcun deue guardarfi^ 
^> Gire in Corte,alla guerra^e maritarfi. 
\P^i* Chi la dura alla Corte hà gran ventura j . 
j> Ma nella guerra al fin perde chi dura. 



SCE- 



Caré 



i6 ATTO 

S C E N A III. 

Prencipejfa^e Carina* 
^Eh Madama rafferenate hormai II cielo 
dei volito voltoj annebiato da conti- 
, nua nieftitiaj almeno per confolar quefta Cor- 
te, refa fpetcatrice del voftro bello ? ceffate-^ 
i fofpirl,non temcte> che il voftro !Rc> andan- 
do al Campoj fia per ritornar con altra ferita^ 
che con la folita degli occhi voftri; che lagri- 
me fono queil:e>che vi precipitano nel feno ! fi 
profeira d'vii petto affai vile y chi ricorre nel- 
:?> le file pene al plantOj,infermità di prudenza— » 
>y dinioftrano quelle crifi degl'occhi / < 
l^ren. Ah Carina:> nelle difperationi d*vn cuore 
non vagliono i configli; le ragionij che m'af- 
fegni rammettp ip quanto alia tua beneuolé- 
za j, mà non fanno per la caufa della mia affli t- 
tioue; Non mantiene vn calore la mia coftan- 
za i che pofiTa digerire tanti rancori : fe il co- 
9ì J'^ggio humano corfifpondeJOTe à gli accidenti 
^, del Deftino>ò non farefilmo mortalbò la Sor- 

te perderebbe con noi il dominio. 
Car» Doue fi tratta di nozze ^ non han luogo \* 
afflittioni> quella Regia in breue fara/Tì Teatro - 
d'allec^rczza; fra poco vederemo ilnollro Rè 
non folo trionfante 3 mà fpofo; la prudenza di 
Sua Maellà coronerà giocondamente le fuc--* 
fatighcgutn-riere con il ripofo del matrimo- 

nio>e la fpofa farà 

?rcn. Chi ì 

Car* La Prencipeffa Rofaura. 

Frcn. Non vi fognate di gratia Carina 3 non sò 

pafcer l'anima d'inueriìimili ; ne mai hò chi-!» 

merizzato Pidea dipretenfioni sì lontane» 
Ftd.Sò che non parlo fenza motiuo^dicefi^chc^ 

per V^A.il Rè habbia rifiatate in vn con Idk^ 

pace 



PRIMO. 17 

pace le nozze dell'Infanta de* Dani. Credete-^ 
ch'io non habbla notati li fpeffi complimenti 
del Re, li quali non mi paiono fantafnie di ce- 
rimoni^e , ma pronoltlci di Reali fponfali ; hò 
ben'cfaminato i fuoi fgiiardi,che fon'amorofì; 
g Tocchi Madama fono^proceffi informatiui del 
:,^core» 

Prfn, Che belle annotatloni del voflro in^e-< 
gno ? difcorfi generali fonopreludij di Regie 
nozze? conipliméti ordinari; mi faran Regina? 

Car. Come volete da vn Rè publicato il fuo ef- 
fetto con fentimenti più chiarij,lodaIa bellez- 
za>era!ta il merito,eh voi mi date la burla 5 ri- 
fletta Vofira Altezza à vantaggi d'vn fcectro, 
non fi deue far sfuggire per difetto d'appi!- 

, , catione il beli'acquilto dVna Corona. 

Prtn. Potete dir ciòcche v'aggrada^non per qnc* 
ilo mi Infingo Regina; e quando ancor lo ere- 
dtiK, non è più capace l'anima mia dVna tale 
fortuna,perchc viene precipitata da vn'atfetto 
iaipropifo. 

Car. Deh come voftra Altezza rifiuta vn Tronof 
non fi cufa d'vn Ladislaof che affetto improuil 
fo 5 forfi la vi/la d'vn Prencipe ramingo haurà 
forza d'impoueriruiil capo d'vna Corona f 
Prcn. Tant'c Carina ; amore ècieco^e nons'ab- 
3> bagliaallospleiidor delle Corone; nella vo- 
fha confidenza fò il depofito delle mie debo- 
lezze; gl'occhi del Prencipe Fedele m'hao^ 
forprefa la libertà . 
Car. „ Oh follìa di chi ama^ piii del dominio d* 
33 vn Regno preggia la Signoria d'vn cuore . 
Fren.la quel momcntO:>che Vhò veduto m'hò in- 
tefo per violenza far l'anima prigioniera delle 
fue belle pupille ; goda pur altri le fofpirate 
grandezze d'vn fcettro^fia l'Infanta di Dani- 
B 4 marca 



iS ATTO 

inarca Regina di Poloiiia^io lafclarei milleRe- 
^rni per il poffefio di Fedele. 
Car^ Mia Principefia,richiamate la prucknza alla 
rifiefllpne de^voliri pregiudici Non lafciatie-^! 
sfiiggirui dalle mani la chioma della Fortuna^ 
53 che elk potila cangiare Tlnftabilefua ruota ^ 
3, che molto in raggirarfi è ratta. 
ì^ren.jy Carina fi plnge ignudo amorc> 

Sprezza Rei^ni^e Corone vn fido core» 
SCENA IV. 
F^deley e Letterato* 
fed. \ /[^^ ^^^^ Senofonte compatlfcl ti prie- 
J\(L bizzarria del mio amore > non 
efaiperare il niio duolo con tuoi finiilri augu- 
ri» li dife€;no fin^ora camina bene j ed hauerei 
gran torco à querelarmi della Fortuna^^che par 
dimoiharfi partiale de^miei arditi penfieri. 

nojcere infegna il Pontano,mà à V- A- infegna 
Amore il fingere per vincere ) e nulla più; Vi 
ricordo col Mantuano, Ter varics cafusy^er tot 
difcriwìna rerzim t £nctttn?4s in Latiumy e nonu.* 
,5 sòche ne [^li à\nm,dr futuris contirigentibus 
non datur determinata vcritas^ al parer d'Ari- ^ 
ftotilcVoi hauete gran cuoTe>ò PrcncipelTa^f 
Damila à farfi bene la parte del perionaggjp 
del Piencipe voftro fratello^e facendo menti- 
re il Codice ^dLegem luiiam Maieftatem^che 
3, famìna minus auàtt^ quar/.» majculusy verifica— 

ce il detto di Seneca, w^^/^^pr^^dw/'^ f/js^/r^^^ 
3, omnti admìttit nec fexum eiigtt • Vi Confeflo> jjj bue 
che il tiauo della voilra diflinuoltura;, e la vir 
iiezza del portamento non può trouarfi più IFfi.I 
aiaturale per ingannare vna Corte > ^ bifogna-* ^ 
yy ò\x{:'ydudaceJ fortuna tuuatyO, nel Digeilo de_-> 
y, Libei-is , U pollhumis AuUaaayqu^ vertttun 
yy circa itata apfrcLatur. f^d^ 



prie. 

non 

crei 
1. 

■m 

'Mi 

'Ali. 

dlu 
255)0' 
lenti' 
n,cfei 
:i(ica- 

ife _ 
jlavi- 
l'ipii 



P R I M O. IP 
-F^^/.Non poflo nlegare^che à troppo malageuo- 
le miprefa m*hà fpinto Amore, ma chi à forza 
ci Amore refillere fi vanti 5 Aio amato 3 fido 
compagno delle mie amorofe fperanze/apetc 
dah^hora , ch^il Rè Ladislao capitò nel no«ra 
Kegno di Suetia, fcorrendo il Mondo per ac- 
quiltarfi gloria tra l'armi , ne lodai li valore, 
n'ammirai le fattezze:, in vn punto me n'acce- 
li;qiiindi per dar qualche alimento à quefti fa- 
melici lumi dal lungo dfgmno del fuo amato 
ogetto , rifoluei tributarli per vittima incen- 
diato il cuore fra l'ombre del mentito nome 
di Fedele mio fratello^di fembiante confimile 
al mio ; quaPaUra Semiramide che fimile al 
iuo figliuolo col m^tire il fello, ingannò VA[^ 
fina . Teco m Varfauia venuta , rofferfi nelli 
prefenti bi fogni di guerra non folo la mia. de- 
lira, auezza, benché di donna, all'armi;mà al- 
tresì le milicie del noftro Regno. Egli corte- 
fe m' accoglile credendomi Prencipe di Sue- 
ria, il polfeffo del fuo cuore mi comparte, e-> 
del Aio fcettro ; onde pendo dall'incertezz,!^ 
dclnncoliante iorte, che portando si confufo 
rintreccio dell'amor mio, fa fperarmi dubio- 
10 1 euento . 
Letf. Proprietas amoris eft d memoria petert^ , 
i^, quod nequit alimentum d fpe; figlia,Signora,il , 
Cielo fecondi i yoftri dìfegni , vi fuggerifco 
bensì la cautela, ne difperate; quando vnlm- 
prefa piglia buona piega fe ne deue fperar 
iy buon fine, qui habet bonum prtncipiuwy melius 
U medium , optimum finem habebit. 
F<?^f.Imaginateuipure,ch'io non tralafcio caute- 
la per colorire la mia fintione ; e maneggio la 
mafchera delf-flb con riguardi sì fcrupolofi , 
che le più i^aliuo^e pupille di qucfta Cortt-> 
B 5 non 



20 ATTO 

non vi fcoprirebbero vn neo d'affettatlone. 
$-eit. Rimango attonito d'vna deftrezza sì gran- 
de^ parendomi quafi im^oSih'dtiQhQ frequentis 
a&ibus d'vna domeftica confidenza tra Yoi;>e'l 
Rè , poffa mantenerli Tamore fotto le ceneri 
(dei filenuo y fcnza qualche fegno delle fu^ 
i> fiamme; ^ coecusyfed non elinguis amor; ad vn 
cuore Amante jaon bafta amie itit^ tantum re^ 
j> ir san commercio. 

^ed. Ah voi adeffo toccate il pimto^ne potrefte 
mai credere gli sforzi gencrofi 3 chefà il nn'o 
cuore nel fiiperare le palTioni^ncl trattenere,^ 
la piena delii affetti.>e nelTinghiottire taliiol- 
caini le parole. Poffo dire con veritàjche la>-3 
miacircofpettlone fia vn prodigio di conti- 
nenza . 

Le(u maggiamente vi regolate^habbiatefofferen- 
^3 za, omm labori fpcHat inammmy ed Amor 

che fauorike i fuoi legnaci non velonleghe- 
33 ra^fecódo la Glofaaon morituriisj duictor eji 
3y fiuciui poft multa ^tncuia duHusy^ vi ricordo 
^3 che amans gaudti jiUntWyglonatur conjìantia. 
À'éd. Quante volte mi fono trouata ne gTorli d' 
vna amorofa impatienza^ e nelFvdire le tene- 
rezze amabiii d'yn Re vcrfo di me^ mi hò fcn- 
tico vn'inipulio di palefarml ^ pure le tenaci 
imprelfioni de' voltri ricordi m'han fortificata 
la fiiggeilionei inchiodato il difcorfoj mà cre- 
detemi Aio,queito modo diviuere in breuc^ 
mi farà mori re. 

yy Amane tbus of or tct calamitatici^ dolori non 
cadere. Moderate Madama l'impeto vehemé- ^ 
ce de' voltri artetti, col freno d'vna modeftx-* 
3) fofiferenza ; ad Heroa ^ertmct a^eéJìbus domi^ 
nariy hor non e tempo di dar fcoppìo alla mi- 
?j m)dijitn^ii€ tjmpQra^W^aonQQvdabts jcrifcuras^ 

dice 



P R I M 21 

dice la legge apud Antiquos ^non hauete an- 

cor alìodate le pianre per far vn falco nel Tro- 
3i nò di Poloniaj> qui totum cupit^totumperd^t • 
^'^d. Conofco lancceittà di douer profeguire-* 

le fincioni per vincere, mà non ben m'alEcuro 
» delle mie forze; non v'è coltanza^che non ab-» 

batti, non prudenza^che non atterri il tiranno 
yy d'Amore- 

Lett. fc^dibifogDo prima veder doue vanno à 
parare le cofe della guerra y qual pcnfiero di 
nozze vada raggirandofi per il capriccio del 
^y Kèy qui vadit pianè^ vadit jantiVtde de lujìtt. 
Iure;quznu volte v'hò detto Prencipelìa-^ 
il fine de' voltri amori hà di bifogno più tolio 
d'vna lunga politica, che lo mifuri , che d'va^ 
impegno frettolofo che lo louinij nella legge 
yy hncìmus^quod dtjftrtUYy non aufertur , vtUe 
yy Bartvlu nella legge ftipulates.Figlia madama 
yy chi mal celai] fuo amore» 
i^^d. Ah temo eh* vn lungo filentio nonferua».» 
che di pregiuditio à miei promoflì difegnI,Cw» 
che il mio cuore fra poco noa habbia à digge- 
rire vn cumulo d'amarezze per vn continuo di- 
gmno d'ailinenza flemmatica. So ben'io, chc-> 
fofpettofe rifleflìoni mi iì volgono per la méte* 
^en. Orsù fauete itnguts , tacete y e fperate ; tx 
^ri[ivtti€y jpes €jl incerti boni nomen^^ blanda 
9y ejìy anirmja j iahores leuat , fpirttibus pafa-- 
n confolateuicolSannazzaro, ch'ai Mondo 
» mal non è fenza rimedio,e v'ammonifco coa^ 
ìy Floro : Afagn^i: indcltJ fignum e(i Iperare j'em^ 
n f^r:iZovi Simmaco vi ricordo : i>pès m aduer/ìs 
|»> alere antmos vaiet ^ e con Cicerone vi fugge- 
\y rifco; Sola fpes tommum m miferus coniolar^ 
\y Jolet. ^ *' 

Tacerò $i;aaàdjfpero.. 

B 6 Lefu. 



ZI ATTO 
Leti» E perche ? non fapete f'orfe 3 ùìtfortunrL^ 
Pi Qorr^mums f/nelia legge filiusfamirias.clel Di* 
i> gefto de legatis j non difperate 3 cau^a jpei tfì 
cpinlo boniy quamfrimum parandi 3 quibufcum-^ 
yy que juper^tis obfi acuii $• 
J^td. Perche fe bene 11 mio Ladislao hà rifiutate 
le oozze deirinfanca de' Dani , gran fegno 
inclinatione hà moftrato nei parlarmi deila-j 
Principefla Rofaurajhà ben capito il mio cuo- 
re cerei linguaggi couerti , che non fogliono 
pratticarfijche nelle cifre amorofe. 
Lett.y Qoehim tfl folùm jcrutator cordium y vedi 
yy nei cap. noaifs .de fudiajsyt benché ex Artjloti^ 
^, Uy non eft verus Amator y qui caret Fielotiptft^ , 
non penfate per hora à (ofpettar chimere • vi 
fuggerifco la neccflìcà del fiientio > da quefto 
dipende la ficurezza delle voftre nozze, nè di- 
fperace > vn'amancechefpera , contrari oruftì^^ 
yy dijfi^i^'ytan non cj:iity fortuna titubante non ca- 
dit y figlia da di piglio alla fperanza, e rallen- 
ta il freno al timore. 
Al tuo fperar ferua di fprone amore. 
F^^.Tacerò si,poiche con fuoi lacci amore, fico- 
me mi lega ilxore^ m'annodala lingua; mà fe 
deggio inorire> farò primi à Ladislao peruenì- 
re vn mio fofpir d'amore y 
yy Che è forzofo vn fofpiro à chi fi more. 
SCENA V. 
Jlmh^'i [datore con in 77ìano lit:ratt0y 
e Napolitano^ 
jyr^/ , T T Ora fienteme ccà patrone mio bello > 
ÌTjl animato còme me fuife iciuto propria 
di Iti rine, io te dico chello che ne fento/iam-. 
moncenne y ca à ito paiefe pe nule non è buo- 
n'aiero . 

'-^^j9f • Af peaa capitato in gii^fta Corte^non^guari 



P R I M O. 

efpofta rimbafciata, che torto àp^trtir mi eoa- 
iì'^ìi ? deh come da Varfauia potrò rimotier^ 
il piede 3 fenzach*io miri trà l'ombre dellc-i^ 
fìntioni il mio bel Sole , per cui pofi in non^ 
cale la propria Regia^e per cui amore mi coa^ 
durra dolcemente alla tomba ? 

Nap^ Se tratta* chemme s'è fatta m vermenaica 
ficuorpo 3 che no nge vafta^rrà no cantaro d€-> 
(emmentella > vedennome nfri ftipollaftrc-^ 
naemmice niioftre ; mmardette petture> pocct 
Iloro te facetteronnammorare de la lia Rofau-» 
ta , e fegnendote Mbafciatore partirenge 
Ddanemarca fprouific > fenza Iccienzia de Io 
Rrè, dico de patreto; Oh che male iuorno haj|. 
ie fatto, meglio hauilfe alioidatoli: len2oia:-4j> 

t che fare fta feappata. 

Jt^ù^ L'effer contumace di mio padre in tal cafa 
non mi rende indegno del fuo affetto ,ioIo mi 
duole di veder tronchi col rifiuto dellapace^ 
quei pafll, che mi poteano guidare alla meta^ 
de'miei amorofi defi j;mà tu di che temi? trop- 
» po vile in cuoi" nobile è il timore i 
^ap. Và ca Thaie fatta netta de colata, negra.^ 
la cafa toia , iuta pè l'acqua à bafcio no n^-è 
cchiù grà iailemma de te dicere > veammot^ 
nnarmobato. 

'w^- Deh mio caro Pacione non efafperare col 
tuo motteggiamento il mio dolore ; credimi , 
che è tanto grande la brama, che hò di vedere 
la mia Rofaura,che vado mifurando con impa- 
tienza quei momenti, che mi dilungano Ja— 5 
perfettione de' giubili nel fofpirato godimen- 
to di fua vaga prefcnza. La fama lapublica per 
yna delle più belle Principeffe d'Europa, e fc 
il pennello non fù parclale > le lince di quefto 
litratto fona miracojcfei 

N(ip. \ 



^4 ATTO 
riv.O pouiifielio te, e quanto ii ncecato^laffarc 
Qe commandare le feièe nCuofanoccnnere, 
venire à fare le vegiiic à Sbarzauia? fcriuelo à 
lo paiefe fto bello appiello, ch'haie facto ; oh 
^quanto meglio 3 c t'hauelle mammeta affocato 

jfTjif' Caro Pacione non dcflì tener per huomo j 
chi nou hà core>es'è veto che m'ami^ compa- 
tirai le peripetie d'vn infelice amante;ammae- 
Itrommi Amore il fingere^, per vincere 3 ne sò 
per anche doue mi guiderà il mio deftino. 

'i^ap, Nzì à mò t'hà portato Mpollonia>haggio 
pauraj che no iuorno te portarrà à la forca. 

Jf/yi^. Tu Tempre il male m'auguri^allegerifci al- 
meno le mie infelicità col compatirle. 
J/. Tu fempre lo bene te fuonne ; io Patrone 
Olio non sò de chille fette panelle^che te ven- 
neno co lana facce ; te dico chello, che nne^ 
fento; all'vtertio fe dice> legalo Patrone do- 

5> Uff Yolc Pafeno ; anima Tammico co lo bitlo 

^) XnIo;/Core deliberato non bole configlio ; 

^) pazzo chi bole mpedireno shiummo^che bace 
de capo à bafcioj ii chello che bulejio me nne 
fcotolo li panne» 

'Jmh. Deh come vuoi 3 ch^io fenza fciogliere il 
voto d'idolatrar in Varfauia il mio bel Nume 
facci ritorno in Copenaghen,econ qual core, 
fe Rofauralo tiene, chime*! redimirà? ah, che 
partir non polTo, e fe pote^Tb no'l voglio ; chi 
non ama vn cuore si legiadro, ò non hà cuore, 
òtrauedc^. 

'^ap. Hora Prenccpe mio bello tu faie muto be- 
ne 3 che pè Pammore tuio haggio lafTato li 
fpaffede Napole , febè pè direte la veretà, 
manco me nne venettef pè bogiia mia , mà;n* 
hauette lo sfratto pè na e^fa^v^tta mò^e perzà 

vide 



PRIMO. 25 

Vide fe co fla Segnorella te pozzo fare lo tu 
nirne ntieiiiu.cccomme ccà ieiio comm*à Sor- 
gente> ch'èarte mia vecchia, & à Ho paiefe-^ 
mengcionga miezo mporcutO:» e me fento 
ngrafure U carne de i>anze3de manera sò fatta 
pretiulo (marhaocchieno ngèpoazano) ca--» 
creo eco ftà faccia bella^farraggio cchiù d^ nz 
sdamma fparpeteiare* 
^wb. Conokoy che à troppo malageuole im- 
prefa m'inoicro,rifletto,che afpiroall'impoffi. 
bile,ma che hò da fare caro Pacione? la mia^ 
volontà è fchiaua d'amorc^e vien neceffitata^ 
dal dettine à gucfte adorationi* 
^"^af Ciifete eco mmico à filo duppio, e ftatce-> 
allegramente, ca pè effere figlio de Rrè,non^ 
dine fconfidare > cafuorze quanno fta fia Ro- 
lauta vedarrà ca si accofsi de bona compref- 
hone, nnè vorrà de la quaglia ; otra chela 
tiempo fà gran cofe,chi sa? frufcia,martella-j> 
tozzola^grida.prefiente^miffclettere, fuppre- 
cbe, e chiante> fpertofano no core de diaman- 
te; lo tentare nò noce; chi la dura la venc^i^^ 
e core forte rompe cattiua kiortc. 
\^^* SiiSijColUnte t'adorerò porcentofo ritrat- 
to, che tutto il bei di natura in picciol giro ac* 
coghjceda à te di preggio ogni tcforo^mentre 
guanto ha di pretiofo amore in te contieni;ai 
paragglo di quello Rame, metallo di Venere> 
V. / 0[0 X metallo del Sole , abbagliato fi 
.yQjj iimokra, giàche in lui vnpiù bel Sole s'ara^ 
■ mira ; ò dunque fortunato Rame , mi più for- 
jtunato mfo core , fe in virtù delle fintloni 
jn fia permeilo adorare Toriginale di quella^ 
dipinta Dina, 

^3 Al fentiero d^amor chi finge arriua. 

O femmine > che pozzate fcriare , canfa^ 

de 



^6 ATTO 
de rarroliie de rhuomm^ne. Danno le donne 
danno y o h malarazza, 

Struege ogni cor^ogni ceruello impazza 
SCENA VL 
Rèy Fedeh^Arciduca^lnfantaye Vrencipejfa* , 

LA voftr a cortefia^ leggiadre Principeffe,noti 
può effercitare tracci più generofi verfo di 
me 3 e'I mio genio nonpuò guftare più gene- 
rofa ambicione > che di reftarui al maggior fe- 
gno cenuro. 
Jnf. Riuerico fratello, il cuor^d'Armideanon--t 
ha lingua badante per dichiarare iHuo dlfcó- 
forco , nel già vederui accinto al Campo , 
benché fper o>Ia fortuna fermerà l'incoilanza-* 
della fua ruota al carro de' vollri trionri, pure 
lapriuacione della fraterna prefenza cagiona 
fentimento notabile nel cuore d^n'appaiFio- 
nata forella. 
j^r^nc* Sire il mio cuore non farà mal più capa- 
ce d*allegrezza fin'al gloriofo ritorno di V.M. 
c non fapendo palefare i fencim^nci deirani- 
mo con alerà efprefliua, che con quella del 
proprio ofTequio^riuerencc nVinchiao alla fua 
imparcggiabil Grandezza. 
Kè> L'affetto deVoftri cuori è da me conofciutò 
per impulfo della voftra inclinatione, liberale 
mai fempre nel fauorirmi y ve ne rendo quelle 
gratie più viue, che meritala voflra gentilez- 
za . E voi Principe Fedele accolhteui , e col 
farui conofcere dalle Prlncipeffe , fateui con- 
cedere la metà del fraterno atfettojche giufta- 
mente vi fi deue j per effermi voi fratello d'a- 
more, fe non di (angue- 

(Ah non hà bifogno d^effer Introdotto nel- 
l'affetto d*Armidea coluij che hau'il dominio 
del fuo cuore- ) 



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PRIMO. i7 

Trine. (Dehbeti loconofce Rofaiira 3 tuttoché 

ftianiero Thà per eitradino del fuo petto») 
Ré. Piincipefle qaeftcche vi prefento è il P^e»; 
cipe di Suetiaj il più chiaro poffefibre de'miti 
aiVctti; nella efibicione^che io fò de* fuoi raeri- 
tiy pretendo di rinouare PofFerta di me mede- 
fimo,e quegli honori,che li verranno compar- 
titi dall'Altezze voftrc^ faran regiftrate alla^ 
partita di Ladìs!ao/il di cui snimo non «à fpi- 
rare fenfi più viui di cordialità > che den- 
tro il cuore di Fedelcj'mi preggio di ferrare^ 
in petto la di lui amicitia> più che di flringere 
con la delira lo fcettro della Polonia. 
rnf- Le voiire q-aalità> ò Principe di SuetLi non 
han bifogno d'Interprete 3 perche vi lì leggo- 
no nel fembiante ;haurò da qui auanti duppl!- 
cato il motiuo di fraterna felicità > e fenza fj.i* 
diiiiflone nell'affetto^ mi faprò figurare in due 
Prencipi vn fratello^e in duefrateiii vn'amor^i 
(che leggiadria /) 
irC' (Troppo partiaJe fe gli efprlraejjgelofla Iim> 
gi Jal mio cuore. } 

ed. La forte pili y ch'il merito hà faputo fabhV 
marmi all'alto pollo della gratia di Sna Mae- 
ftà^mà nel vedermi bora eoa eccello sì glorio- 
fo moltiplicati gli honori da Voftra Altezza^ 
deggio benedire quella rifolutione r che mi 
portò tributario d'offequij in quefta Régia^» , 
chiamato dalla fama di si gran Rè • Direi di 
ucoii| Gonfacrarmi à Voilra Altezza^fe viuend'io nei 
cuore di S* M. hauei5 qualche reliquia d'arbì- 
trio per difporre di me: rcftami folo la libertà 
delPofrequio^ e quefto mi farà conofcere quà^' 
to amico di S.M.altretanto feruo di V.A. 
)5)tó()|r/w. Principe Fedele molto confiderò la felid- 
tàdi SuaM. inhauerti ftabilito per arnica sì 



idi 



riOfU: 
& 
I) o 
mu 

palio- 

lapa: 
iV.Iyl. 

'ibi' 
idei 

mi 

)[cilltft 

kià 
(jiielle 
Al' 
e 



23 ATTO 
amabile vnPrencipesì rlguardeiiolce mi seta 
foprabondante la contentezza ne i mìei péfie- 
r'h'm veder dalla voftra prefenza quella Corte 
arricxhita ( che MaelU 1 ) 

'JFcd. Con ecceffo pur troppo liberale vengo fa- ^ 
uorito da Voftra Altezza, onde favò> che IaL-»P: 
mia riueicnza verfo il fuo merito fi facci co- 
nofccre meglio tacendo, che imperfettamente 
parlando^ e che vii ueuoto illcntio fupplifca^ 
al difetto dell'efprelfjua. 

Are. Signora Infanta con quell'o/TequIoiChe può 
^Iettarmi il carattere di fuo Terno m'inchino à 
V.A.ratifìcandoli quella obedienza^che quan- 
do non haueffi per debito ^ m*cligerei per am- 
bitione • 

«//. Gradifco con pieno affetto le dichiara- ion: 
della voftra cortefia , che nel mio cuore impri 
me indelebili le obligationi* 
t'. Mà voi PrincipclTa ilofaura j come cosi fo- 
fp e fa. 

J ? Alia prefenza di V^M. (volfi dir di Fede 
le ) oeni fenfo li verte di merauiglia. 

ì^è. St in me foffero le qnalità del voftro fem 
biante , forfè haurefte ragione perfuaderc pe 
verifimile la fcufa dello Itupore. 

Trin. Altra qualità non trono in mecche la con 
tinuntione diriuerìr V.M. ^ • - 

:Re. Non farefle dotata di tutte le perfettioni, i<|»/.C- 
col velo della modeilia non afcondefte ilpre 
gio del proprio merito. 

i'rm^ ( Ah non fon vani i miei fofjpetti y tropp< l 
appaflionato lo fcorgo geloiia tu m'auuei 
lem.) Mi pare mìo Rè.che nel velhruixlcirar 
mi habbiate apprefo complimenti molto biz 



N 



t la' 
hn, 

h 



foni 

Kèé h;x licenza guerriera ammacftra vn qualche^ ta^i] 

fag- 



zarn 1 



P R I M 

f.'22'f> tii dÌJTjnuoìtura_* . 



O. 



2p 



Fr;.'i,.^:iiz2icate dunque Teloqueza deIJa Signora 
Infanta j le volere rifpoite proportloaate alla 



viiiacicà del voltro brio» 

Non hò ancor terminata h difpiita co V.A^ 
. PrM. Io procciìo di cedere all'eloquenza di V. 
M. purché m'honori trattenere quelle lodi # 
che non mi conuengono. 
tRt. Queft'è rimprouero , ch'io le habbi a mala- 
mente efprefiejvn'altra voira difporró meglio 
la facoadia,adeiro conuien^che vada à liaLiiire 
l'affari delia Mii irla. 

!^d. Andiimo^ eh 'è hormal tempo di permetta- 
re 3 quefte Princip-iie la libcicà dd ritiro . 
l^.^ Incanta fon volho.e voi Piincipcfia Rofaiuà^ 

à riiicderci • 
Viw. Li farò femprc con gli oiTequij prefenrc. 
ire* Sig. Infanta mi mantenghi nel porto dclU 
L /ua gratia. 

Mi farà femprc all'idea la liberalità d^' fuoi 
tauon. 

>3 (Lontananza à chi ama c tirannia. ) 
(Fiera guerra à gii amanti c^ciolia. ^ 
SCENA Vii. 

\mftf. /^Hefpirrol 
rin,\^ Che brio/ 
Che bellezze Diuine I 
^Y^' miracolo di natura ^ 
V* Io confufa riman20. 
Stupida ne reico. 
.1 ?A Deh come il Cielo di Saetia s-: ^voAnrr^M 
:J Cortefi maniere / ^ * ^ ture^ii 

Deh come la terra sà partorire factezze si 
lourahiimanc / 
j.::if/'Haa gran facondia i Svizzeri. N 

Frin. 



Li .-iU 



0. 



50 ATTO 
^rhi* Hà gran beltà la Siietia, 
nf. Pouero mio core- 
Pr; n. Suenturata alma mia. 
Inf Sci già coito Rc i lacci d*vn be! crine. 
JPrtn, Sefgià piagata da due vaghe pupille. 
Inf. Ma che dico? 
Frin. Ma che parlo ? 

Jnf. L'amor del Principe di Suetia non è efca- 

da alimentare le mie fperanze ^ perche Tauue- 

Jena i'Arciduca. 
Trin Lz bellezza di Fedele non è fpecehio pei 

gli oc hi miei:» perche ^adombra la potenz2Uj 

del Rè . 

Inf Dunque bramarlo che gìoiia ? 
Frin. Dunque adorarlo, che prò ? 
J^^f* Lafciarò d'amarlo. 
frm Porrò il fuo amore in bando. 
J^ì^f' Ahy che no*l può queft'ahna. 
Inn. Ah:)Che non me'i coniente U cuore» 
■J?'/. b'ami dunque.>e s'idolatri. 
l'nn. S'a Jori dunque^e ii fperi. 
Jw/» H da quello mio iido feno» 
Frin. E da quello collante mio petto. 
Inf. fcfchi prima lo ipir tocche l'amor fuc 
Vrin. Efebi l'alma più tollOiChe Fedele. 
Jw/* E tu faretrato Nume. 
Trin. E tu bennato Cupido. ^ 
Irjf, Non auuentar più dardi. 
Fìitu Non fcoccar più ilrali 



Inf. Che già perduto ho il core i ^ 
:>} Entra per gli occhile nò fà piaghe 



Amore 



Frm. Che difpietato Arciero, 

Vn guardo acquilh fuddiu al tuo imp«ro. 



SCE, 



ili 



P RI M O . 31 

SCENA viir. 

Friggio y e Napolitano* 

CHe vi pare Sig.foldato della'noftra Q'vj.ì di 
Varfauia > haiiece col caminarla traa.icc vn 
|)ò più di quello che v'hà detto il vollro ci .tì- 
maraia Ser pino • 
Nap. Sio Chiappino mìo clerto nov. fulo l'aggio 
'ff^^ji afciataaffaie cchiù de chello,che pè tante voc- 
hwiì^ chefrufterc n'aggio ntifo trafcorrere, mà per- 
che lo mmarauigliarere è cofa dagnorantcu' , 
io per no nime ne maraueglio. 

Vag. 3, Veramente la noiiità de' paelì arr-eca vna 
3, gran fodlsfatione à granimijci fpoglia deilc-^ 
paffioni della patria, ci rende accorti nell*e- 
„ fperienze deU'Efteri , e ci fà vedere cofe ii- 
luftri. 

Nap. Perzò decette buono chillo Poeta ; altro 
^, piacer che viaggiar non trouo , e che fulofeà 

fale chi naiieca li mare. 
f^S' Vi ricordate^quando prima di caminar que- 
lla Città, mi dicellejjfe vedeffi Napoli non và- 
tareftlal certo Varfauia j orsi ti puoi vantare 
dMiauer vediita la più bella Città dell^Vni- 
uerfo . 

Nap. Sta cofa de la cchiù bella mò , ngè vò n* a- 

ceno à lo zecchino» 
"^ag. Come à dire ? 

V^/'. Perche Vfcia j non hale vifio Napole an- 
cora 

^ag. E ftattl cheto j bel paragone Napoli con-^ 
Varfauia ? 

^P* Cammarata? ora mò ngc guadammo, m^- 
tuocche troppo à lo bino: pe ia fè,pè la patria 
> il tutto lice;e doue fe troua n*auto Napole \ 
*ag. Veramente so, che le penne più erudite il 
chiamarono il Giardino d'Europa. 1. 



nome 

h 



ATTO 

2^^/^. Giardino de Pepa , e niente cduiincr Na 
pole èshio^e de lo Menno , e Campo Hlifio 
de le Cetacei è io palazzo d*Armldaj e la csfa 
d'Atlanre^ doue tutte ngè rcfìano ncantace^ ; 
Napole nzoMiiTia è acanto Paiauifo nterrnj^ 
faccia Vfcia, che quanno li Poictc hanno par-i 
Iato de Napolci hanno ncacaco co le ien^u^ 
lloro tutte l'aute paife de lo Manno* 

iP.ag- Non tanto di gratia :> chenoii farcfli ìrto 
riografo vcrdadiero. 

j^'ap* B puro tridece co Io gallo ? laffammo dx-s 
parte tanca magnefecenziaj e tanta graffa, che 
ng'haue> e parlammo fchitto de la bellezzetu* 
delie ; fe pò mettere quarche Prencepeffa 
cheffe co na Tracchia de le Zeuze , che ccon' 
occhlatella de fquinge> e no muffillo dritto te 
fà mbrufcinare doie ore pè terra > 

fa-g* SÌ3 sì, lo dicono) che v'è gran /angue at 
trattino. 

j^y^P. Eh biache s^abbelifce Napole mparaggic 
de Sbarzauìa^perche quando auto defletto noi 

' haucflciè chiena de mbriache pifcia \'ino. 

^ag. Sei vn^rand'huomo , perche auanti tante 
la tua patria; ma non detedare Tvfanzade'no 
ftri conuiti, ne i quali Ja temperanza del bere 
li abborrifce come fofpetto di fraude. ^ ' 

:Saf* Li Turcfie mme pare, che la ntenneno,ch« 
fòngo acquaiuole > ch^fconiiene à no fordati 
venere io mmufto 3 Bocca di Bacco fchiua-j ; 
Alma hà guerriera, 

)i Nemico al vin ogni Monarca impera. 
S C E N A IX. 

Letterato ^ e detti . 

MEgat quisy nego; ait, aio ; J^ofìremo imperar 
egomet mibi omnìa^ffentari^ COSÌ m'inlegn 
tereutio à practicar con Damira^che ponend j«. p 



Pi' 
noi 

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P R I M OU 



33 



in non cale il duUis amor patri^^i t\ dui ce 
derefuoshi mentito il feffo , & vfiirpando/ì il 
' ' nome del proprio fratello fi trattiene à profe- 
guir la mctamorfofi capi icciofa de' fu ci prò- 
prij difegni • La penna di Tacito mi farebbe^ 
vn ritratto con quelle pennellate > cut non^ 
'''.j^xJl. odiumy non amory nifi inditay ^ ii'-ff<^y la Gate- 
dra d'Aritlotile m'appropriarebbe quella dot- 
trina; ^ft qtiìàiTisqus qualcfyneque quantum^ 
, fed potcnttii omnia Hec ? E la.fentcnza d^vn^-j 
Mufa mi darebbe queUo titolo: Caaialeontc^ 
degli affetti altrui. 
.^ap* S'io Serpillo mio te guarda à D.Paclone^ 
tuioj dimme de iVAnémale pelufe n'hauite af- 
fale Npollonia; chiffo varuaianne chi è, vuor^ 
co>o fpireto depuorco. 
ag. Per dirtela è forartiero > che fimili beftie^ 
%*a4 non sà produrre la Polonia^ 

eft* Mà che direbbe il Mondo > che direbbe il 
Rè mio Signore, fe vedefie Senofonte fatto 
f.wi coniidentsf amorofo di fua figliuola. Infelice-^ 
conditione del corteggiano,che trabocca per 
forza à i precipiti] ; nelFInlHtuti de iure na- 
turali j quod Principi placuit Ugts habet vigo^ 
rc,e nella legge prima delDigefto quod iuifu: 
preces Principe hahentur pre lujjuy à fortiore,^ 
dirò con Tacito; tujfa Frincipis magts ^qumT^ 
in-jertahella metnenda junt. 

Signor Napolitano falutiamolo y che fc hà 
brutto moftaccio, hà bello ingegno; paiTaino- 
ci il tempo, ch'c dliumor ikauagante, bafta.^ 
dir ch'c Letterato, ed è maeftro del PrlDcipe^ 
Fedele- 

/r^/fr^/^'Sio maito mio fchiauo ttiiojte rreuerIfco,ed 
,!ejà le btrtute toie me nchina. 

Piano Vn poco col titolo di maeflro,v4Si- ^ 

dcndo ' 



ti ben 

;oiJii 



54 ATTO 
dendo la ni'a Letterata perfona 3 ch*è piri r 
guardeiiole di quello forfè rtimate • Dionic 
difcacciato dal fuo Regno s'eleffe andare in 
Chorinto à tener fcuola y mutando Jo fcetti 
in vna fruite, affai di quello più degna; io p< 
rò non fono Pedante qualvoi credete y ir 
quel gran Letterato Senofonte y honor della, 
virtùj e tevror dell'ignoranza y che con Tcm 
IHo^ Socrate > e Diogene fi appella Cictadii: 
del Mondo;e ficome la Natura ad Ercole di< 
de fomma fortezza y ad Elena fomma beltà 
Aleffandro di natura fpiraua odori , Tiberi 
vedea di notte^ Pirro fanaua i morbi col tattc 
cosi Io concorrendomi à gara i'arte,e la nati 
ra y ottenni la proprietà d'effere Onmifcio 
cioè omnia [óre, qual*"altro Ippia^che fi van( 
in Grecia ^^thii efjt vLla m arte rerum omniut. 
quod tpfe nefaret . Meritarei queii^Klogio 1 
riferir del Ciampoli y quemuu homn€??ì jccu 
itttuUt ai nosy GrammaiicuSyKeéìovyGeomctre 
VìBory Altptcs^ Augur y Schmohaies y M/dìcn 
Magm omnia nofctt , e mi fi deue ciidrenc 
mio Ignota agnojcity cu^/.-^rehcndi^ ir/.?7icnja,i\ i^^ 
uadit nouifjlma. è 

Bello pallone de viéto>pe mancanza de ( 
giettefeloda fuIo:,mà chifc loda/e mbroc 
Lett. A me cedono i Filo foli piiì celebH >. t 
quali il Diuin Plauto.col granMaeilro Arili 
tileje quel Pittagora,che primiero con dcgi 
nome appellò la Filofofia, i due Filoni, l' vr 
Jvlaeftro di Cicerone^ l'altro Emulo di Piai 
ne; i due Grati, Pvditor di Paìemone, e*l I 
fcepolo di Diogene , Tofraito Peloquent^ 
fucceirord'ArÌÌlotile,eTalete Millefio, dv 
.^^dall'Egittofù ilprimo à portar le fcienoii 
'' in Grecia; Noahan che far meco Seiiec* 

Mo^ 



flofci 
necr: 
chcii 

eie; 

Po 

tici 

ceca! 
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rip 

Ut( 

Coi 



PRIMO. _ ?j 

Morale 3 Socrate il continente 3 il Rigido Se- 
nofonte 3 Anaiiarco rintrepido y il Saldo Se- 
nocratejippia il Millantatorejil dubbiofo Ai*- 
^'^'^t chcfilao y Democrito il ridente y Heraclico il 
piangentCiii Solitario Diogene > il Diilifrator 
Cleante^ il fciocco Epicuro > il fottile Criiip- 
poyiì padre deirHiiloici Zenone y e tampoco 
Perfidio^ che d'acuti iìllogifmi empì la dialet- 
tica faretra. 

Nap. Vantate facce mio fe nò te fcofoypotta-j 
de Bacco bella lena che s'afcia^che pichc^ che 
cecale? 

"4Lw. a me cedono gli Iftorici y Varrone il gran 
-'^ lume Romano , Plinio il Secretarlo della na- 
tura, Crifpo Salluftió, Tito Liuio, Plutarco il 
fauorito d*Adriano y Suetonio Secretarlo del 
medelìmo j Honoficrito y che militò con Ale- 
fandro ,e ne fcriffe la vita y Senofonte^ ch^ 
fcriffc quella di Ciro, Herodoto il gran padre 
deirHirtoria Greca , e con coftoro Appiano > 
]!M Quintiliano,Polibio;Hortctio,Craflro,Galbai 
Caino, V.Curtio, Tacito, e Deodoro Siculo» 
'ì Nap. Vh che taccariello de lengua^che le lia ta- 
gliata ? pare no zerre zerre y che le pozza ve*, 
nire la pepitola ? 
nrfojjLw. A me cedano i Poeti , ^ pria d'ogn'akri 
quel gloriofo Vecchio, che cantò Tlliade, ^ 
P Vlifl'ea, e con lui TEroic® Mantuano , che-* 
con TEneide feco di pari gioftra , Homero il 
giouane, Apollonio Apollo del fuo fecolo ^ 
Mufeo figliolo d' Apolline cantor di Leandroi 
ed Hero, Fanocle cantor del ratto di Ganime- 
de, Cornelio Gallo homicida di fe llelfo , Eu- 
ripide disbranato da Cani , Lucano perfegui- 
tato da Nerone; Plauto, Terentio, Ariflofane^ 
Comici;Liuil)jPacuuio,& Accio^Traggr;:!;^-? 

C con 



}ii ile 

:':.) ì' 

ClP; 



3(5 ATTO 

con coftoro, Hnnio, Orario, TibiilIo,CatulIOf 
Propercio> Ouidio, Cailimaco^ClaiiciiaiiOiLii- 

93 crcrio^LucancMartiaJejStacio, mà admirands 
poiiùs fekntivyex tGUuntur^q^uafn t/^ r^//;hor che 
tra voi fi tratta? 

Pag. Coilui biaf malia , che noi Polacchi /ìamo 
feguacidi Bacco, quando il vino partorifce'Ia 
verità, che rare volte fi fen te parla re>vna lin- 
gnà^che non ha vnifone col cuore» 

Lett* In vino verifas corre l'adagio, vttto veritai 
attYibutayiì\ct Plinio^e Seneca Fìnum^tT ciim 
pueritiaj //ne, veridicum. Piatone ia vna ri- 
forma di Republica non fi aftenne di proporre 
P ybriàchezza per difciplina di modeltia alla-f 
giouentibhor molto più potrà comportarfi co- 
me tutrice di fincerità. Plutarco al vino attri- 
buifce la facondia, e Pimientionc ; & Homera 
fa che ne conuiti gli Eroi, & Vliffe difcorrano 
digrauiiTimecofe. 

Nap. Sta fencerctà fio Letterummeco mio noEL-t 
fa pe nuie autc gente belligere; ch'vn buoa-# 

5, foldato in elmo rilucente^ fuole il nettare ber 

^, d'ogni torrente» 

i-w. „ Non terrà mai armi proibite in cafa, chi 
3, sà che là Certe puole en trami ogni giorno à 
p, cercarla, e non alloggierà penfieri banditi nel 
^, petto ,chi sà che Tvbbriachezza puole intro- 
^, durfe improuifa à fcoprirle . Catone Idea di 
virtù anftcre, fù amico delle beuande copiofe; 
rOracolo delia moralità , efaminando in quel 
Stoico quello coftur|ré Epicureo, decife* ££0 
cìtiuj dtxerrm honeftam ehrtetatem , qua turpem 
Catonem . Platagineto doucndofi eligere iai-# 
morte tanto vino voile bere fin che crepò • E 
filoiìiene Rè de' Goti YoJfc morir dentro vna 
botte di Ccftìifia. 



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PRIMO. 37 

Da ciò fi puole confiderare la perfettione 
del naftropaefe > il quale infin la licenza di 
quello vitioadopra per d,ai* la coiiferua aila-^ 
virtù . 

Utt. Dal voftro nome di Serpinoi s*argm{c^> 
che fiete molto amico del vino ; poiché la—» 
> ferpe è fimbolo dell'ebrietà y ficome dice ne i 
fuoi Emblemi il Capaccio . Mà Varronc efor- 
ta > ch'effendo il vino l^tte di Venere fi rimo- 
, ueflero i fanciulli da l cóuici; che jer/^per €brie^ 
y tati coniunéia luxuria ef* 
^ap* Seppe à buie aute pollaftre^ auto pericolo 
nqn ve pò foccedere>che ghire à game ncuol- 
lo y fe fe piglia de vullo lo pegnato ; mà ddu^ 
Tauta b3nna> meglio è mbreiaco,che mmalaco. 
lett. Il vinojdice Plinio^ ricrea lo ftamaco*Ta- ^ 
cito parlando de'Tcdefchi> dice il vino rédcr- j 
li arditi.Sciocchi i Cartaginefi>che proibirò à 
Magiftrati il vino^ e i Perfiani>che alla giouc- 
tù puniuano il beuerlo . Così i Komam^ chie-* 
y folo il permetteuano le feiìe : vinum nutrìty^ 
y celevrimèy dice Galeno>& infin la glofade pe- 
XiCoWs zStxitcc vinum l<«tificat corbominuni^ • 
E' si appetibile il vino y ch^ fattafi liquida ca^ 
lamita di Bacco tirò nell'Italia i ferri de'Lon- 
gobardi.-mandatofi da Narlete ribello di Giù- 
(lino ad Alboino vn faggio de'più generofi 
vini d^ltaiia cagionò y che le vite deiritaliani 
più verfaffero fangue dalle vene^che vino 
viti d'Itaiiaj alla quale fi può dir> ciò che del- 
le noci diffe Ouidio, noat ejfeferacem. Licur- 
go, per togliere alli Spartani il vino fè taglia- 
retutte levlci> e Bacco fè che egli fi tagliafle 
le gambe ; e benché i Fllofofi moderni dicef- 
fero Aqua , titfi d qua cmnìa y Senefonte col 
Poeta dirà; Vinahthunt h<ìminss^ anim^lìà cov ' 



3S A T' T O 

terafomesy voi dunque che fece vn Bufalo bé^ 
liete delPacque. 
T^ap. Sio Afenofonte mio Vofcla niò efce da lo 
fcinmeiiato^ auerca comnie parla:, ch'io non sò 
bufare > e nge Io prouo co quatto parme 
fpa'ca . 

Pag, Ohimè qui farà del fangue> Sig* Napolita- 
no fufTegateui. 

i w. Come fece da poco i quefto nome di Bufa- 
lo non fapete quanto fia preggiabile?fe vdille 
mai nominar in Grecia la Boetia3& in Germa- 
nia la Boemia, e nella Tracia il Bosfero non.^ 
iiaurai bifogno d'etimologia per intendere-^ , 
che quei Reami non fi fdegnarono denominar- 
fi da^Buoi. Io quanto poi alli Giumenti^bafta- 
tl dire^ ch'il nome loro deriui da giou^menti ; 
dirotti d'auantaggio> il nome di Vitelli^ elef- 
fero d'intitolarli i più nobili Popoli deirEu* 
iropa; quella voce che nell'antico Grecifmo fi 
diffe Itali 5 nella comune latinità chiamafi Vi- 
tuli;anzi queft' Animale dairEgittij non fu vi- 
no adorato? ed in fine vn Gioue quando difce- 
fe dal Cielo in terra, non trasformoiffi in Bue? 

Tag. Oh bel difcorfo beftiale . 

Nap. Cierto ca fe mm^hauelTe contato Io prleio 
de tt'anemmale Yofcia , fenza ch'io lo ccano • 
fceffe lo credarria quarche perzona de cafa fo- 
pra le ilelle, e non dinto le dalle; nzomaia fi- 
te no grà hommo de ciappa > mà filate troppo, 

Pi à lo fottile lo locigno;e chi troppo parla fpif- 

5> fo falla • 

Xw. yy DoBot non debet eje ita hreuif , vt non^ 
P> P^rfeéiè c^icat i vide Ioannem Andream de con^ 

firmaùon <?; Oratio diffe breuh effe tabaro^obfcu-»^ 
^ ^^-tii^Ao; e fecondò riferifce Croto nella leggc-> 

fi conftante^ quando luf}inmnas ali^uid fiatuir^ 



f}0 

allat 
rcof 
[alei 

li. 

I 



air 

ci. 

mi 

fin 
te: 

Oli 



m 

ilv, 
Ho; 
toi, 



il 

mi 

Ih 
m 

"O 

Imo 5 

ów' 

il/ce- 



prieii 
ccano 
'afafo 
inali 
ropp 



lidi!' 

ni 



P R r M O. _ ; 39, ^ 

vtìtuflonga pr<efatìone . Nob tsJIarc'i de* miei 
afiatici> c prolidk difcoifi , fenza andareali'E- 
reopago d'Atene ^nèalla Sinagoga di Gicni- 
faleiiime meco diuerrai huomo. 
I^ap. E s'ècheffo io mò non fong'honimo ? me 
manca fuorze qualche miembro? mò iinanze^ 
mme facifte trouare voie, aii^Ytemo dcuentar- 
raggJo Irco cieruo» 
Lett. Neiriftituti la glofa dlfìfe homo fmpltcìtev 
mnejì hQmo^ fed/tg?tificat howinem y tncW^L^ 
legge Meuius vide Bartolum> tomo ftercus eff^ 
nifi bah e at ^irtutis cmcomìimtiAm^ à propofi" 
to di €he>cantò vn Poeta; Thiiomo ignorante 
à bruci raffomigliaje nel Codice de poftiiian- 
disj fcie7ma hominem nobilitata 
Nap, Hora fio hommo vertolufo mio à rciiedc- 
lenge defpues corrimedito^ te iaffò eco fio io- 
cigno Qnnemmalifcoj e boglio ire à mmetteie 
mpratteca chill'atito de Tacqua^e lo viao-^ che 
m'ha fatto venire Tabbramma ca ftongo deiu- 
I iio>e m'aiUnco de fanima. 
f^ett' Turpe cjt in voluntatibuJi^ crapults fe pro-^^ 
tjcère: Vero> & Adriano morirono biafmaci di 
gnottoneria: i Spartani predicare allagiouen- 
tii per difciplina l'aftinenza y per la quale So- 
crate in Atene fu immune della Peiie; Dioge- 
ne mai mangiò robbe cotte : Mitridate Rè di 
Ponto fi cibaua ali'impiedi;e Porro Rè India- 
no li nutriua con pane^Sc acqua;Megrè Thuc- 
'mo digiunoich^ii fatollo ^con io fpiito Tiiuo- 
mojpurch'efchi dIgiuno>vccide la Bifcia^il fe- 
roce Leone coi digiuno cura la febre y il pro- 
uid'Elefante col digiuno trionfa del Drago , 
il vecchio ferpe col digiuno rinoua la fpoglia. 
Hor tu dunque^che da Platone farciti chiama- 
to Sacurionejda Terentio Gnatonej e da'mc-/ * 
C 5 no- 



40 ATTO 

noueìIoFagoiie , ch*alla mcnfa d'Aureliano 
diuorò vn Cignale, vn Craftato,vn Porco con 
cento pani , & vn*Orca di vino , non cffer di 
quei> quorum Deus venter eft . Addio > trà vii 
gente non fià bene vn vìrtuofo > proìndoéìts 
€XiJ}imaìiiur^ qui cum indoiìis (iommorantur. 
P^j^'sì Coftui parla per voi 3 vii gente none 
yy quella^che nacque da madre Frifa, e da villan 
^y d*Ifp.igna;mà quella ch'aiìant^hora di defina*, 
re cótempla l'OriuoIoj e muoue naufea al So-^, 
Ie,qnella à cui fi fà notte anartzi fera. 
Nap. Haggro proprio golio de m*abbottare de 
fte chiacchiare,voglio ire à ncKireme fto ftefa-^ 
no, à menare fti guorfole à na TTàttema, doue 
trionfa Bacco,doue fe fcarfa Venere; Chi aiti- 
mico è de Tauerna, dà lo sfratto à l'affaart^j^ , 
e s'allonga la vita pe cient'anne. 
P^^.No'i permetterò io, eh* vn mio carne rat a, va- 
di à pranzo ^tirOlkria.La taaola è l' Altare-^ 
de- Dei protettori de ramiciti3;ie deirofpida* 
lità.Venite meco,che fe no haucrete vn pran- " 
20 Sibaritico d*vn*anno d'apparecchio , refta- 
rete pago della buona volontà(c con la pancia 
vuota.} 

Nap. Fra te te fongo fchlauo^cco mmico nò ngè 
vonno zeremonie, azzetto la desfida mazzeca- 
toria, iammoncenne pede catapede ; ca da Ito 
muniK) chino à nzia ncanna de dolur€,e fliecc^ 
Tanto n'haie,quanto tire co lidicnte» 



SCENA X. 

Infama 3 e Confi gli ero* 
eonj. T N fomma Madama quando le pian- 
se JL te fono crefciute,e raffodate fui tron- 
yy co nop obedifcono più alia mano , come neJ 
>> colciuarlc fanciulle ; Chi hauerebbe mai det- 



to 



ra 



PRIMO. 41 

to > ch^II noflro Rè compofto già d*vna tene- 
rezza sì dolce 3 hauclfe^pre^o d'improuifo vna 
fcorza tenace 3 ed vn midollo si daro^ elici-* 
non follerò baitcuoli 3 nè men le preghiere di 
Sigifmondo à piegarlo alle nozze dell'Infanta 
di Danimarca;non potea rifpondere con mag- 
gior fprezzatuia airAmbafciatore y rifiut;»nda 
93 ingiuftamente la pace» Dall'Altezza de'Regni 
yy defli relegare l'Albagia di chi Regna. 
Jnf. Infolita veramente è la proceditura del Rè; 
ifuoicoftumi fono quali corretti . Mà Sigif- 
mondo quel che più mi diuora il leno è lo 
fcorgere 3 che l'odio verfo l'Infanta de' Dani 
preuiene dall'Amor della PrlncipeflaRofaura» 
on. E quello è quél che mi fpiace;vn Rè non_* 
, deue farfi dominare dal fenfo,mà vincerlo col 
, Cenno: il reggere fe fteffo^ epiù di reggere il' 
^3 Regno . 

/«/ Io più torto di mirare fui Trono qucfta vi- 
pera fdegnofa prenderei clettione di morte; c 
que^ 3 che più mi martora è la temeraria prc- 
funtivone dell'Arciduca fuo fratello 3 ch'auiia- 
lorato dal fauore del Rè^fi Infinga le mie noz^ 
zc j mà lo prima mi fpofarei con la Parca;argo- 
mentate dall'efprefiione di quelli detti ò mio 
fido i rancori^che m'auuelano i^nimaj folle- 
nate voi l'anguftiede' miei trauagli con qual- 
che rimedio del voftro ingegno. 
i:cn. Creda V. A. che fin doue può giungere la 
finezza d'vn Fedel Cortiggiano> haurò fpirito 
rifoluto da mendicar ripieghi 3 che Rofaura--* 
«on fia Regina; forfè il medenmo Prencipci-» 
Fedele,che fembra il promotore de' noftri af^ 
fauni col fpingere il Rè alla guerra,farà mini- 
(Irò inuoluntario di non credute confo^tioni? 
r^V^. Ed in che modo ? - 
C 4 Con. 



^% ATTO 
C^n. Bafta,sò quel che penfo, V. A. mi (JòtlCcda 

qualche breue intcmallo di tempo per digeri- 
re fra me llertb certa mafia confiifa di politi- 
che rifleffioai > e farò pretto vedere alla Polo- 
nia,.come fi ferue la Patria . In fomma procu- 
rerò far fpofo di Rofaiira Fedele. 
Jnf. Ohimè, che dice, e come volete applicarmi 
vn remedio peggiore del male:* Ah Sigifmon- 
do nella voftra fedeltà fò il depofito della mia 
, debolezza; l'arbitrio d'Armidea vien ligato 
idal merito di Fedele; lamia inclinationc lo 
dichiara mio Spofo • Voi dunque habbiatc^ 
cura difporrc l'animo del Kè mìo fratello^ 
del Prencipe Fedele à qiicfte nozze,e rammé- 
.tateui , che da voi folo dipende la felicità d* 
Armidea. 

C cn • Non poffcche approuare ò Madama II feo-^ 
timento arjorofo, che v'inclina ad vn Prenci- 
pe dotato d^ogni perfettione5e ficome vi fetC; 
degnata honorare il folo Sigifmondo di que* 
fla coniidenza^così comprometteteui dalla Aia 
feruicù ogni sforzo più concludente per coo- 
perarti con deftrezza à voliri fini ; e perche^ 
l'importanza di queft^aitare batte inpromo- 
uerlo confegretezza^ mi cade inpeniierodi 
maneggiarlo con l'iilefio Prencipe^ che parmi 
appunto ne venghi,il Ciel ne fauorìfce. 

Irfz Caro Sigifmondo quanto vi dcuo > quanto 
mi confolate,fpero con Taura della voftra pru- 
denza rafierenare la tempefta de*mìex penfieri; 

Pi Chi tiene feco vn buon Nocchiero accorto 
j3 La naue in breue può condurre in porto. 
SCENA XI. 
Fedeky €Conjsgliero% 

Speranze deh come in vn tratto qua! nebbia al 
ventavi dilegualìe;e quallcaro infelice dall' 

al- 



(iiì 



fi- 



rei 

da 

k 

mi 



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io 



; Isa 



P R I M O. 

difec 



4^ 



altezza de* miei difegiii mi precipitate i 
mare di lagrime, oue dalla forgiua degli aftet- 
ri di Ladislao verfo Rolaura veggio (eramerfe 
per me ogni gioia- 
'on* (Chi hauelfe mai dettOjche doppo tanti ma- 
neggi politici nella Regia di Polonia, douef- 
fc impiegarmi in trattati amoroli / miferacon-» 
ditione di chi viue in Corte vna preghiera^ 
partorifce va'irapegno) M'inchino fiueretite-# 
a baciare la mano dei Prencipe Fedele, degaa 
di folienere lo Scettro dell' Vniuerfo» 
^ed^Kictuo fià le braccia bigifmondo^ che ogni 
cuore si inceppare col Tuo mc^rito. 
cn. Queica Corte non fi può già vantare d'ha- 
uerui goduto con fenibiance faitoto > lìcomi^ 
giungeftiuo : veggoui mutato la apparen^^ di 
repentina trillezza. 
r<ci|F(ftf . Non fe ne prenda ftuporc > queft*è difetto 
dalle fafcie portato. 

on. Anzi nedenoftupire > perche hauendoui 
fatto conofcere dal mio Rè sì compito > e di 
tratti Si bizzarri) mi par ftrauaganza, che n eli* 
auuettire gli dimoitrate vn'amicitia si malin- 
conica • 

:iQ̧fed. Mi creda ,che queft'impèrfettlonc del mio 
genio mifà viuere mortidcato; tutcauia mi co- 
loio con la gratia , che la bontà del mio Kè fi 
degna compartirmi» 

(^n. ^In quanro à queiìo fauorite vn Rè , ch^ 
porta imprerto nel cuore il Principe Fedéle ; 
io però vi confelTo con tutta fincericà^che re- 
tto oltremodo con tutta quella Corte confola- 
to della voilra Amiilà , e viuo talmente inua-« 
ghito delle maniere adorabili del Prencipe^ 
Fed(^le,che mi Tento vn'inclinatione si partia-^ 
le al mgrico di S*Ao che fe fulTe parto dellc^ 
C s mia 



Polo. 
di' 



paint 



44 . ATTO 

mie vifcere, non potvé alTignàre dentro il mio 
cuore luoco migliore di queljche tiene. 
Fed. Ed io raccerto di viiiere con aSetcosi ri- 
fpettofo verfo di Siglfmonda , che quando lì 
fiiHl figlio non potrebbe efii^gere dimoilratio* 
ni più olfcqaiofe d'vna denota obedienza. 
Con. Oh quanto fauoreuole s'è dimoftrata la-ji 
Sorte à S in delVmailo per Amico va Pré- 
cipe si compito, io vi proceitOiChc ficomc ia-^ 
r.*^icnc di nienti non so conofcer^in lorodi*» 
iierlità , cosi per conca d'affetta non so far tra 
di loro diltintione* 
Fed^^ Con eccclTo pur troppa benigno vengo da 

voi fanorita Si^ifraonda / 
Cùa. Queit'è nulla à propartiom dì quel chcj 
menta; baita> fe mi riefce va penficro farà co- 
nofceiii quanto Tamo > ditemi con verità ha 
uete impegna d* Amore fuofi di qui > 
fed., Per parlami d'Amica giàmaiilmio cuore^ 

Ki fogetta ai Nume Arderò^ 
Con. Alle bellezze di queiia Corte forfè non m-» 
ciinarcile il yoftra genia ? Oh Dia la vorrei 
pur congiungere à quella Regia con ligam^ 
più forte; c pofllbiie noa £ate pèficra di pren- 
der moglie» 

Fed. Mi vado lufingando^ch'à fuatempa rifoL- 
uerò di su 

Con. E fe io lo dellinafn Ipofo d* vna Prrncipefla 

di queito fangue, che sò quanta lUmafacci del 

fuo meritojche mi rifpo^idereile ? 
Fed. Direi che la Fortuna noir potrebbe difpen-- 

fare al Prencipe Fedele fauare più liberale^ ' 

di quello» 

CQti. Vdité dimque gentilifllma Prencipe > ia 
porto,! mprelfo nel cuore, tal Itima del voftra 
" «ieiito>chc neli*ldca del mia penficra ho gii 
* fetta 



;oda 
b 

[àiu* 

m 



fi 



alt; 



P R I M O- 

zzo delle fuc 



4^ 

dò penfando 



^ fatto Pabozzo delle lue nozze 

di meteore infitme le due fimetrie più bell^> 
e li due fogetti più riguardeuoli ii quella iner- 
te; voglio dire il Piencipe Fedele, e l^infanca 
Armidea* A voi rella il riceuere con accortez. 
2a d^ingegno querto mio defidcriOinoa diilati- 
te daqutìUo dellMnfanca; edio mipr-ndoT 
impegno di perfe tionar'ii negotio > fempr^ 
che non vi dimollracece ingrato a J vn partito 
sì ragioneuoie» 
'^^ifjFfii. Se trafcuralFi la fortuna,che mi fi prefeata» 
e con tata gloria mi a propone,nìi itimarel va' 
indegno,e mal conofcicore del mio proprio vi 
raggio; anzi v'accerto di preparare aita vollra 
aftettuofafagacità la ncópenza>che meritate» 
Con. Il maggior fauore non potrà V^Axorapar* 
lirmijche quello della fua gratia; mi dia licen^ 
za acciò poffa auuiuare l-ingegao ad vna pron* 
ta cfecutione per vn tal* aflSre% 
Ffd* Andate>& airicarateui> che hauete Ilgato à 
fau6r voilro l'arbitrio di FedeIe.(La PcSitica^ 
e la necetStà mi ihadano alle fintìo<ii>e m'am- 
ai maeftrarefperienza , Sol quegli ogn^akri di 
fauerauaqza>« 
Ch'à tempo sà mentir cor€>e fembtanza* 
SCENA XII. 
AmbAjciatorey e Napolitano . 

GRudele Amore>anzi tiranno Nume> deh co- 
me non è; p«r fatio il tuo delio di vedermi 
à mille perigli fottopofto % e tormentato d*al- 
trctanti dolori> fe differendomi la gioia di mi- 
rar Tadorata idea de* miei penfieri , brami vé- 
dermi martire di mortai pena> col rendermi 
immortale al dolore ì' • * 

J^7/r/^• Chi è caula de lo male fuio,ttò mmereca 
j> compailhme; comammongenne à lo Paiefc-^jT 
C 6; co»ia 



4^ A T r o 

torna nte ftiffo , leuate da cuollo (la zecca d* 
Ammore j che non fe nire lauda nefcuina per- 
zona^Tù faie quant'aggiiffe caufaie na femme* 
m nTroia>non fare che pe fsa Rofaiua haiiif- 
fe da femmenà fpine à la poneva Dannetnarca. 

Amb. Alleare P cione fe miraflicon quell*occhi 
Ia<iagioae> che m'induce à lagrimarej compa- 
tirelli li mio languire» 

Nap^ Folfe maie la Dea Cetr?gna,f^ Cuccopm* 
co de Ja gente, lo sfuorgio ae le femmene l tu 
te nganae Patrone>ca fta bellezza^che laude è 
|>Inaola nnorato^ch'è belio fora, e dinco ng'è 
l'itmmarojc no prato de shlu!e>che dinco ng'é 
no ferpe nnafconnuto^è commc la calUgna-^^ 
ch*è bella fora> e dinto hà la, magagna* 

Jr??B* Deh fe penfi con tuoi detti diltornarmi 
dall^amor della mia beIia,rimpoflibiIe procu- 
ri; in me più non è libero l'arbitrio del mia 
cuore ; e s'io viuo> non^già viue in me il mio 
fpirito> foloin me viue l'adorata Rofaurajon* 
de feiua il fuo belio , ch'c Talma delJa mia^ 
vita,come viuer pofs^io 

Na/.. Nge iurarria da Caua!iero> ca c'hefla t'ha- 
uarrà fatto quacche fattecchia. Saccia Vofcia 
ca nò ng'è pottana à lo munno, che non tenga 
à le mmano quacche ianara ; mà laudane la fi- 
ne>che à ita Filanna reftairaie vaiua de rtoppa. 

^r?7l;^ Tù così parlijperche non hai ancora allaga 
giato vaa fguardo vezzofo ; fe inciampafTiper 
forte nella dolce pauiaamorofa, direfti: non sa 
che fìz vero dilettojchl non affaggia Amore» 
Lo Cielo me nne guarda^nnanze vorria-* 

• vedere farfariello, lo paputo, lo faruateco^io 
marmoniojjlo fcazzamaurìcIlo>e rancecotena^ 
che na mmalora de cheiTe ; Thaggio pafTata-j 

- -&anca quanu*era gioi^gnaiellQ a e mo ch'hag-^ 



P R r M O^^ 47 
gio mutate ieprimtn'aurecchic pofta la--* 
mola de lo fiatio j voglio mpazsire pè Ammo- 
, re ? sò caftecato da i'afempio tuio ; veato chi 
, paautc fe caiHca3 dice lo mucto,* nià parlam-^ 
mo à nule ^ che arte Vofcia fpeia de fà n Vaf- 
zauia? 

fmi. Ah che confufo tra penfieco non sò ch^ 
farmi i ia tutto mi ritrouo entro le miferfc-**^ 
atfatto fuori d'ogni conforto. Mi fcoprirò alb 

t mia Dea:^no,ch*èvn precipitar i negotij il ca- 
minar con violenza. Confiderò con più niatu- 

, ro configlio airaiuto d'Amore; lidifperari 

I beneficij del tempo, farebbe vn-abufarfi delle 
gratie della Sorte>che tra le fiationi purtrop- 
po mi fauorifce . Su dunque cerchiamo di ve- 

, der Rofeura,ed opri la Fortuna. Vn'a!ma,che 
fi nutre di fperaza, fprezsa I perigli^ed il mo^ 
rir non cura 

„ Chi dìfpera In Ami^r^non hà ventura. 
V^j/?. Chi campa de fperanza more co le brache 
mmanojla fperanza è na gioia>che niente vale^ 
pocca puro ne truoue à lo fpetale. 
SCENA XIII. 
FrincipejfayCafina^ e detti^ 

DHh fatlati fptetato Amore di tormentarmi , 
armaci à danni miei y e fiano gli occhi di 
jbedelc le. tue faette per atterrarmi > ch'il mlO' 
cuore à foSj ^le* folpiri , à moti de' torir*enti 
è fcoglio di coftanza in mar di pianto. ^ 
lar. Madama,e quando fia/ChMo pur yiriueggs^ 
I rafferenato il melìo ciglio da! le nubi delia tri-. 
' ftezza? deh come faggia acquietateui hormat> 
y non difperate i il latte di cui fi pafce ilbam'^ 
bino Amore è la fperanza> e gion s'acqfuilta li- 
bertà col piangere. 
^mb. Oh Dei miQÌ fógno^è fou defto ! fo- 
no 



48 A T T O 

no ui CielQ> ò in terra ! veggio, ò pur vaneg- 
gio ' non è quefta colciiChe megiio^che dipin- 
ta tengo fcolpica nel cuore i 

Oh belle sdamme potta de Bacco /iiocl-» 
haue male fango la Poiionia! mo lo Patrone^ 
le le janza ncuollo; mà à lo paga te voglio,ca 
non hà na crefpa ncrifpo* 
^mh. Sh^iy elia è d'cfla / me l'autentica il fimu* 
lacro dipiiuo> me Tauuifa il cuore^ che mi ri- 
fai ta nel feno. Ah Cordimarce à viltà del tuo 
bel Sole non t*abbagUare? oh come auaro del 
fuo bello moftroffinel ritrarla il dipintore^ • 
Caro Pacione.'queft'è Rofaura ^ ammira ;i ed 
adora • 

Nap. Diafcange» ch'è bella à buona finnol Io 
Cielo ia guarda de mal'bnocchie > nò me ngè 
pare de trouà nopiecco/ iuttra>palita,caffera> 
c j>rcrccolofa.Hora mò te eompatifco Patrone 
mio> haie cecato deritto* 

Jmk. Ah che in vn'immenfo pelago di dolcezza 
vagheggiandola io mi fommergo; mà che at- 
. tendo, coraggio? ( Amore tu che mi fai arde- 
re^fammi anche ardita ) Con Poflequio dona- 
to al merito ringoiare di V.4. fon qui à rìue- 
rirla,à Madamajnon ftimauocrà le merauiglie 
di quefia Corte poter trouarne vna maggiore^ 
che il portarmi ad ammirare vn miracolo di 
Natura nella Priccipefla Rofaura. ^ 

Pren. Con troppo fiiiaadulatiojie mi fi prefenta 
innanzi il Marte della Danimarca; altra quali- 
tà ammirabile in me non trouo:,che fol quella 
incili^ mi coftituifce lalibcralltà della vollra 
cortefia. 

No« farebbe arricchita d*ogni vxrtuafa^ 
* <i^tcrimparcggiabilePrinGipe(faRofaura>f<^ « 
_ - non haiteflc anche ia modella fimulatione del • 



PRIMO. 4P 

proprio merito ( dammi foccorfo Amore* ) 
Vrtn, Di gratia Signor Ambafciatort togliamo 

rafFettationi corteggiaaefche; diccmi camiua- 

fts quefta Regia ì 
4mh, SiMadama» 
ren. Cotne vi piacque ^ 

dmb^ Noti ho lingua d^efprimcrlo, niìraffèm- 
bra vn CieIo>mentre la voitrapixfeaza mi co- 
fticuifce fra le Deità. 

Sap. Oh poeta de naico > e che morzillo bella 
ilà derctojcierta non è brutta ftasdarnmina-» 
de la iia Rofauca,è luilra cchiu de fchiecco^^ 
co chili'huocchie tne tira ft*^arma comni'à ca- 
lamitaj e già me feato trafirc Animore pe 
beue • 

St. Quel foraftiero mi mka co. occhi pur trop- 
pa appaffior>ati , farà forfè di tne inuaghi to ^ 
varrei appartarmi 3 mà che vai beltà non va- 
ghegglata;noa è la Donna come i Piaoetijclt'^ 

^ babbia forza nella propria cafa. 

4.mb. (Le mie pupille ò come fuggono dallUo 
fguardo il doce veleno d'Amore. ) 

^HTk. Caualiera cafa di bello hauete veduta òk 
quefta Città > qpde appagata fi è la bizzarria-^ 
del vollro genio ? 

imb> l^et fimulacro dello ftuparcia voi Mada- 
ma,del cui merito affai più tacque i che nonL-> 
diife in Danimarca la Fama;: ed hor sì cairfpa- 
tifco li mio Prenci per che vedendoli fu»anita-j; 
lafperanza delle voilrè nozze dal rihuto di 
quelle deiriafafiìtafuaforella, ne viene con in 
mano il ferro ad acquiliare il teforo del voglio 
bella; conducendoli in onaagg^Fo la Coro^a.^ 

\ della Danimarca,ela fignorra dei fito cuarc* 
Mi fate accargercichTian molta asdulatione 
4 Dani ; valete forfe applicar gii fcberzì g^^c 



5^ . , ATTO 

lenltuio del mio demento, lo conofco. ^f/ii. 

^^^.Giiardami il Cielo^ch'io pretenda fchcmr 
col voilro meritoj Io nueiirco(anziradoro.) 655 
Se tratta ca ila lia chelleta hà n'huocchic-* esce 
che ce parlale te fpertofa; no moffillojche di- tifc 
ce yafa.vafa; e co citello cenere mente à Zen- ié'). 
«larieiio mni'haiie affatturato. ^ 
Car. Mi fembra di graciofo hiimore, varrei par-^ , po 
;» largii , mà la fou«;ichia confidenza è concilia* , ito 
5^1 trice d* Amore. ' C 

./mLu{ih Madama rinfellce mio Prencipe dal àU pi' ^ 
cli'hebbe la forte di contemplare il volito di* taap 
piato lembiant^ perde ii cuore> e con il cuore verni 
la liberta; la fua gioaentibche non s'era inol- jfe' 
trata ancora à lacnficij amorofucon voi appre- utiov 
ie le prime diuociorii,i,*utrui ad ineenzare con ;iti 
fuoi fofpiri vna Dea, Denche dipinta,& impa- fon 
50 à vittimare fe ilelTo alia diuinità d' vn cele- i gni 
fte ritratto. E s'egli patelle imaginariì «ar qui $ 
alla volha adorata prelenza , cant^iarebbe vq- 
ientien lo (lato fuo coi mio , eTfauore ch'io • 
ho nella viih di V.A. baihrebbe à lui per ré- V'Hk 
derlo il più fortunato Principe del Mondo- ' hCc 
Pr*^- Sig. Ambafciatore Pef{n'eirioni,che mi fate | ch'il! 
deii'aici^inationi de,l voiiro Prìncipe verfo di r 
me> Jericeuo per effetto di naturai fua genti- 
lezza, non già per impuìfo dei merito niio.Io 
voWmi trono capace d'altro fentimento,ch^ 
d'offequij per inchinarlo ; mà non è donerà wjcìì 
da^rui maggior br ga ii complimenti, mi dia^ 
licenza* j^. 
jmò. E perche sì tollo mi priuate de' voftri fa- ' 



mo 



Tren. Son chiamata alerone, Caualiere reftarc^ Àiom 
^f^^ émnt 

^iM.^Con la voftra gratia il farei , raà infelic<i^ 
4a TQi loacanQ. iia^. ^ 



'-rat 
ckiu 

idi. 

uore' 

{re- 
puti 

cde. 

i (jiii- 
)■ v(i. 

late. 

[odi 
£(id' 
o.Io 
io 
;ru 
ilu 

ri fa- 



re*' 



P R I M ^ 51 

/ij^. Ohpotta pagarria quant'hagglo debur-^ 
genfateco,e feudalc>e non fe ne ieffeto> ca ng' 
lùggio fodesfatioiie à corteggiare fta sdam- 
n€cella;mà te> eco chelia reiierenzia, che m* 
hàfattojm'hauearrobbato da plecto Io core.. 
fmlp.y, Laffo come preiìo fuaniCcono da va cuoi^ 
che amai contenti/ fono lunghi gli afFanni>nià 
poi fe vien'Il piacere come fcalcj? ò vento ta^ 
Ho nuuifo^ 

i, Ch^ nel giungere al cor parte Imcfroulfo» ^ 
^ap» Sto diafcange de Patrone propio me por* 
ta à precepitie^ chi me rhauefle ditto de rnme 
venire à nnammorà riVarzauIa nconueviatione 
foia! chi cò Io zuoppo prattecajncaj^o de Fan- 
no và co le ftanfellej dimme co chi vaie^ 
te dico nzò che faie ; raccafidne è fcala pe la 
forca ; Io patrone hà da negotiare co la Se- 
gnerà, io co la dàmicellajlo tentare nò ng€e>> 
^) Senza Pamaro non fe prona doce. 
SCENA XIV- 
Paggipy e Napolitano. 
N fomma doppo quefte garbiìglle lil guerra^ 
la Corte parmi no fia più reftita di quei brio 
ch'altre volte la rcrfdea così faftofa» Sambrami 
da poco in qualche l'allegrezza fi vadi rannu«< 
uolaiido nel Cielo di Vai fauia j mi ceco ap*j' 
unto colui> che può cohfolarmi coi fuo fmÉS^^^ 



jrofohumoreOSignor Napolitano fiace ilm 
ito ben ritrouato. 
^p. A chi hauite ditto > 
\g' A^ 



ivoi / 



E noi nò ngc voiimm*eflere il ben ricro^ 
iato pe bocca di voi; nò fcetare li canej cht^ 
'ormono ? mme vorrifl'e commetà comme mò 
nante > canfperanza toia/mme fonavna la-j 
anza comra'à tammurro» 



noiDc 

pilleì 

(• 

c 

feccia 

citiòil 

•jijok; 
éxi 



52 ATTO ^ 

''''.4\r^'lJ.^^ ^^^^^ fignoria non è padron di 
itelìo.Non potei fpicciarmi dairatìfari di CorfiJ.B 
terna non màncheunn'altre congionture 
I^ap. In altre congenture fateui II fatto voto 
_ le non volete prouare Jo fdegno noftrot 

State molto ftizzato / 
^af. Edarraggiato decchiul ' 
^^J'- E perche? 

i^^/. Pecche nne criepe ( oh potulo Oelo ii« 

chiilo,ch Ole mme cionca ftelnmanoO 
rag. Haiirei molto.che dixui. 
J^ap' Ed io hauarria daffare gran cofe. 
'^^S* Com'à dire ? 

^^/'.Eaccedepunicaggriflejftriuerie^e bà fcor- 
renno. 

f^g' A mme? olà ? , 
Gnore nnò à nefciuno (oh potta de nnicoLfra ; 
brutta natura è fta mia > fonge tutt'armo nfràjch.c; 
me ftiffo;mà quanno ftongo pe bcnire à li fat- lato, 
tc/ubeio me caco fotta. ) k'ita 
Perche ftate cosi sii Ja ftizza ? Lm 
Peli malannc mieiejcouernamettc} Jtó 
-^^.. Deh fermati in cortefia j come con tanta-jsLliac 

iV^/* Pecche teego Vauama à h leggetta, e hò m^ri 

iigliare* " ^ ' 

5*4|j^|JEh ferma ti dico ? g 
iV^^ Hora mò cheffo è tropporhaggio facenne" . 

in/Tsme^chemme vuoie sforzare ? - ip! 

P^^* l ipriego à narrarmi Ja cagione de! tuo ice 
furore» ftti 
•^l'h:}ggio eco Ammore» fornimmoia. Ciclo, 
i'^^M^ E chi è qirefta Dea si forcunata^à cui haue- nirjjg 
te facrificato il cuore. > irioJo 

Se cirche eco lo fpruoccolo da Puorto nz^ ju^^j 
à lo Pennino^e da Chiazza large n - ì à lo Mà-uH,^ ^ 

trac- ^ j 



Cerr 



ioni: 



P R I M 9- 5? 

traccino^ nò n^aCee la pariglisL^ . 
ag. Beato V0Ì5 mà più beata lei> che vien da sì 
degno Amante amata; mà non mi direfte il 

nome ? 

'ap* Ve la voglio pegnere mparole ; hàlìca^ 
pille inane cchiù de li*oro^ no fronte comm*à 
ìchiecco, na faccia nnargentata^ fienza faioi te-s- 
che,ò cuonce • 

Horqueftonon tt^l credo. Venere Jique- 
fece il geffo per atteftare, che queiracqua è il 
quinto elemento delle Donne > de Amore ma- 
cinò il minio .iieli"'aluaretti per infegnar^allc-# 
Donnea *ch e s*infanguinaffeì:o d*vn bel vermi- 
glio le guancie^e le Jabbrajacciò vn lor bacio 
coftaffe fangue à gl'amanti. 
^p* Stannarrore^ clieffa la conciale la natura 
nfrà Tante ccofehà n'huocchio à zennaiielio> 
che te fpertofa^ hà no nafillo aciilino,c fprofi- 
latoj na vocciizza de zaccaro>e mmele > che te 
Aita à far*à bafe^ no paro de zezzellcj che pi- 
reno duie pktzt de ioaoatajiò doie prouoleile 
jie matccajna manella dellecata^e ghientiJe te-* 
riti- baglia de fto core ; nà vetella deritta comm^à 
tifo^ aiua comm'à perteca ; nzomma è lo de- 
ììù fedderio de la miaconcopefcibele voglia^ fc-* 
u la vafe addure carn%e foglia. 
• Certo me ne fate venire iniiidlajtanto 
'haiiete dipinta bella;di gratia non mi tenete 
>iù fofpefo, palefatemi il nome i iiconfidarfi 
on gli amici fpeffo gioua. 
^; Eh che nne faie de chefla? la femmenaie Io 
jCieloj e pò fe nne perdette la femmenta; Na- 
haii^ nra la fece^e pò rompette la fìanipa; mà pro- 
rio lo buoic fapere?non faie cheila penta pa- 
lmella y chillo primmo vnlló de le ccofe^ 
tìk i chillo morzillo de Mperatore , 'm^ 



54 ATTO I . 

Dammecella de la fia Rofauta \ ' ^' 



Fag. Che, chel la Damigeila della Signora Ro- 
faura?come, voi non ftpete,ch*ell3 e deftinat, 
mia fpofa ì e chi la pretende, farà vittima de 
mio furore, 

Nnp. Oh poeta d^ facco rutto , e ch*haggio dit 
to? oh che fia lèrafcenato chi fé fida eco nullo^ 
mi prouita de Io fio càmaraca . è lo vero chef 
fojò mtne volice rtratiare ? 

Fag. E' vero più che vero ! 

■Na-p. Io non faccio feppe mine tanto j comm'aj 



II. Ani 



tem 



ila cofa non dcuento pazzo ? 
r^^. Jtnpazzifci à tua polla, Carina è mla,e que-i^f ^ 
ilo à te poco iriiporci. |if'Ej'J 
Nap. Poco mporta/ cofa de naniai^IIoco njò va- 
re Phonore , e ngèfarragglo ire na maffaria^j 
tic vite,fe na vita nò abaitaffe; à mme non f«uj 
tanno fti trucche nimacche de niaie vclèieuà 
la nnammorata. 
T^j^^ Eh penfa ad altro, che fon buòno à sbarbi- 
ar-i la fperanza dal cuore^e'l cuore dal petto. 
uV.if . Commo penza ad auto? io nge voglio pe- 
lare nzia che ngè penzo, e Ilo pe ngc penzare 
sìiia ca ng'haggio penzato, e penzarraggio se- 
pe,e s'è chelfo tiè mè mò mme defpero,e mme' 
mbrofcino ccà nterra. 
Z^ag. Difperati à tua pofta , Carina è la mia, of^|^ 

bel mortaccio di fpolo i : 
'^ap* Song'o meglio de te , {sVJx>a) non feruta . . 
tare deirhommo , ca non m'haie trouato fcau- i 
zcquant'arriueje mpizze , te à tà nneuenaca;» 
dì grance, figlio mio nò mie mance; non ferue|V*\' 
sbraueiare,ca te farraggio à bedè guanto van-^lcaiic 
Ro li cortelliature de Napole- ^ U ' 

Vag. Oh bel Campione » fai quanto ti ptezxo lU 
c.vMiiQ ve quella pagUuca» ijii 



Aerili- 

old 

infeit 
to 



)K0 



PRIMO* 55 

'4/?. E fai tù quanto teftimoj quantovifìa^j 
fputazza i c mme ngè voglio attacca na mano 
quanno vuoie ^ 

ag. Fai lo braiiojperche porti addofTo qucfta-» 
arrozzita fpada^òfpedo. 
:!! ap* Che fpito,e Ipatengè vò co ttlco^te fcor- 
gioco fte mmanojce piglio co nafarcenella. 

Olà così fi rifpetcano i Regij Paggi! 
ap* Non ferue ad auzà la voce 3 non chiammi 
la Cofce^ ca cepefo.ia facce comin'à purpo,e 
pò famme na quarera à la Vagliua. 
A me? 

ap» A ttcje che fuffe Marco Sclarra ? 
g, E tu fufli rOrlando de"" Quartieri ? 
%p» Vauattenne co li baon'anne tuole / cà è 
meglio pe tene^ca ii nò hauarraie caraftia do—» 
terreno^ eh' Ammore m'ha nforzato lo valore, 
e bedarraie belle pecore abballare. 
ig. Difgratiato^balordojvuoi meco far del Ro- 
domonte rtò prenditi quello cappello in fac- 
cia--» • 

ap^ A me no cappiello nfacclaibriccone^ ne^ 
miente y e pigliate pe aggrauio Ila fpotazza à 
lo moftacclo . 
jeffiuf^?' Qjiefta puzza di fentina j e parmi moxtauj 
della fame. 

[ii3;#*f • Già beo ca Io fuoco è allummato, già la-j 
cofafete^e ngè foccedarrà quacch^aggrilTo de 
jlo diafchange, ch'io maie perdette coppolru^ 
à la follale quan«o ng'è cricca io ntoiìo. 
jtna*^. Chi penfi cffer tu ? 

\ap* Vafcia (le mmano , ca te sbozzo y cauallo 
caucetaro cchiù nne lena canne dace > vauat- 
tenne vi ca si tentatione ? teftemmonia vofbj 
lall'vtemo non iefljp io carcerato, 
ij La Corte è fatta pe losbentorato. 
' SCE^ 



WS 



E 



rarlir 
dcciai 



5d ATTO 

S C E N A XV- 

Leneruto^e detti\ 
Ccomi , e fon degno di fede quaudc^ uffei 
altundè hahert non fcteji; mà che garbuglia-j 
^ qucfta . Olà finitela > vi dirò con Homero- 
K^narum^iT murum pr^iia quis renoucit > 
?sg. Hor prendi qiiefta guanciata. ^ 
Nap. A no paro mio no fchiaffo^arreto canagUajk. \ 
JIoco ngè vò fangodiegge lo Mutioje lo Mac-|^«<j : 
chiatiello; potta no me teriè quanto lo sbozzo.kfff' 
Lttt. Hor via la pace Ha con voi> hor che fon'Iok Vn 
tra voi ; tefrimitur ira vbi pulcher ajpeélus i/-khi 
luxerhiautg auisy amplenus mate/late vtr ^/»-ijvD'.'' 
j>;»r«fr/rjracquietatcui dunque>lafciate>ch'oi^ai/.ilo 
la cagion della tenzone , e benché fia Ainkui%^s^t 
CaiOy Amìcus Plauto, mi farà wagts amica veri- > 
tas; il Cielo mandommi Mercurio Paciuo i . 
decidere quefto Martial conftitto ; nel d;geft<;jre»o 
„ de arbitr.^tfwa deòet effe ludex in caufa pròpriaholo 
yap. Gnoreffine è buono , che fe faccia ^ ca ft<k„ 
mmerdufo, eco rreue.rentla de Ih faccia vene te 
ranna.-mme vole peglià de felatielloj concor to; 
reno eco nimico à io matremmonio de na cerlk 
ta fcriiBa> che mm'c trafuta ncore, e mme la-W 
dèfennarraggio à cauce, à mmuorze, à Ieg«afe 
te>à pretate^e pò vengance, che bole* 
Lett. yy Duo non poffunt effe Domini eiuf de m ni 
yy in[oUdum y vedi il paragrafo fi duobus delìa-i 
legge fi vt certè> e voi che ne dite, anihas par. 
tes audiaty qui vuU re£iè mdicage; dite le vo 
^ ftre ragioni, erroresin lahcrtmum tncidit y qi 
yy iudkat prms quam inteliigat. Cellj 
Pag. Hor vedete Signor Letterato fin douc. ^ 
giunge la pazzia di coftui , vuol pretendere, n^j^ 
in fpofa vna Damigella 4i Corte pupilla dc-iBo,, 
^rocchi miei, ne hà la mezza canna per mdy «^^^ 
^ rarh> 



P R I M O. 57 
rarfi, vn fpoglia impiccati vn Ifraccia brachcj 
vn morto della fame. 

ap. Nnc miente pe la canna , ca fong'homma 
dcciappai no fmargìaffo de fpantcno forda- 
io de tutto core , Jofsanno muto bene Ji Va- 
Uente de Napole ^ e io bedarranno li potrunc 
^ de Pollonia. 
# ft. Hor via lafciaté dir'à mme ; d perfona itt^ 
\^ua e/i compromtjfum y non eft recedendutn ^ ci 
M \)i^ctlt3L\\Ti\^t^O de verborum ohligatione. 
foiì'k Vn figlio decorteggiana, vn porta partici, 
tm fti ladro di cappella;>vn degno delle forche^-/, 

/n.. ^ ^ • 

(iW :/?.Lloco ngè yò n*auro nne miente* e remlen* 
ejCafesàchifùmammamaMaddamma Por- 
iabona marmoria^rhonnore de le chiazze-^, 
hìm jofpecchio de le temniene, e Potremo me/fe- 
Ifel re Ciccone, ca fe la pigliaua co lo Zefiernoj e 
frfi òfongh'ilTo proprio fpiccecato. 
, caÉr. 5> Deh fulTegateui; /r^i inturi^ progenies efl^ 
ij'fW nndiBéi matetigtmtlU ruincy t errar um^ac tna^ ' 
'(itm^ \um immensa /'patta furore funefiat y ciuibus 
net ^oltat Vrhei y Vrbshut viduat Kegna^Regnis de^ 
m\\ fuperat mundum ! Tant*Ira per vna Donna > 
^clamerò col Naugerio> qmd magis aduerfum 
elio eflybellique tumultayquam Venus > Per ca - 
lon delle Donne > difle Tacito : Futa trunt 
sdeiii mechomines . Ne fon piene Tlftorie, vn'Ele- 
kif^ b j vna Lauinia , oh che rouina apportorono> 
:clO \ifandum Regina iubes} renouare dolorem ? 
U Horamò cochift*auto sò ncappatto da--i 
cella à Carella , da la tiella à lo fuoco. 
In f L*Oracolo delle fcienze chiamò la Donna 
tfodeii ^ea profandity^ futeus anguflusy^ Tirio Maf- 
pilijJ^ fio^ ?nulitr eft viri naufragtumyDomus t^mfe^ 
pd %4 iimtidianum damnum ; nià tu bamboccio 
nifi» agiEor . 



58 ATTO 

ancor non porti peli al mentore pet vna Don 
nagià vuoi far deli'hiiomoj verificando Tada 
<^\o malitia fuperat iStatem y ed autétichi l'In 
ilituti de Iure miuxzì'uad amandu ipjanatur 
^3 docet ; onde cantò il Taflb : nella fcuola d'^ 
mortelle non s'appréde? il Marino foggiai 
ge: gran maeftro dee certo eflere Amore • 
F^|. Che s'hvì da far Signor Senofonte in quefl 
Mondo di miferle pieno/olo ledonne ci raa 
dolcifcono gli affanni^ & Amore ci diuertift 
dolc^iente dall'otio* \ . . . |^ 

X^/. Bifognafar paffar il tempo tra libravi rm 
prouero col Petrarca mundhias muUerunL^ 
amatisy refugìtis vìrtutmn labore-^s; e non fapi: 
5, te che n'ammaeftra Sallurtio: mundttias mulm 
^y ribup y lahcrem viris conuenire:. L'otio^ e la. 
yy Donna fon genitori de'vitij^odafi Quidiòre^^i 
sollas periere Cupsiinìs Arcui. L'otio con p( 
* ne capitali fu punito da Amalia da Licurgo, d 
Dragone ; Perche Lepido fù otiofo fece pe 
•dere il Ttiumuirato . Vdite Cicerone : //// < 
.y fe non videntUTyqui nihil agunt .nkoìtztt Seni 
\y CZy QtimnftncltieYÌs7norseft ; fentite Menaj 
^ dro y idem e(i oùojusy ac malts Ciuis y e Catói 
^' io^^\m^t>nihil a^,e7idoy male agere homines a 
""jcmh elonchiudafi con Ariftotile:/c^^^«/« 
corpus [ecuftium naturam vtmficat y tt<^ v?* 

^y[ap. Sio Fonte de lettere mio^Vofcia ita tre 
po auto à cuollo contra le fcmmene, fuor2( 
fe vediffefto raorzillo faporito^cierto nò n 
iputarrifle^aute paflare vecchie de tengè lo|r)fr 
^oncappateà lobifcod*Ammorei Io is^V^^. 
cione tùio ca faceua Io fchifufo.e quanno m ^ coi 
fe'l credè diuenne amante / non te fare map. 
ne- fmari'iaifo y ea non puoie ciré pe fta vi 

„nor 



„viri 
fere 
no 



liti 

«me 



ici 

Hi 

3) *<f 



< 'j (i 



PRIMO. 5P 

, non pafìo, efperto cride à Roberto» 

(iLm- 5, Chi tietieconfecrati 5 fiìoi fpiiiti alla—f 
■1 b virtù è difficile^ ch'idolatri II fenlo. Io me la-^ 
farò con Clifippo^con Menedemo> con AlefTl- 
no 3 e con Epicuro 3 che non faro foggetti ad 
'^li^'^i j> Amore. Plauto cosi precetta:,^^/ j^ote/i mulieres 
Qit.i vitare vitttyVt quotidie frid 'tè caiteat 5 nè faà:.t 
\yqùod\e pgtatfoflridte . Tra Jlbrl, e ne' Licri 
fcin I ho facto il corfo della mia giouentù ^ quando 
wi ^, piti l'huom vaneggia,diffe il TaiTo; & horche 
,^ fon canuto dirò col Pcttztcz y J^^^eé^^^ ^pta 
^iriis ^^ nupsys^quam'bfumamejfibus; Oufdio m'auuifa, 
^ru 9y Turpe Jentljjjworyc conchiudaficol Codice-* 
^ùp\ w de furibu5, Magis debet moriy quampec^ 

ytéA t> care • 

%xi ^ <^P' Seppe à me proprio no ngè fidarrla na gat- 
IÌ&5J 1 ta co chiffe, che parlano accofilne 3 guardate^ 
)C3ii5i I de iVApprocate dice lo prouerbio. 
;iirgo>i Raccolga vna mente quanta dotcrhia fe- 

fece|« minorono Piatone ne gl'ameni Orti diAca- 
yjiln Ì5jdemo , & Ariilotile ne* polucrofi Portici del 
e&n b> Liceo. Habitlno In vn capo tutte le Mufe^ co- 
M\ Ìjj nic nelPAcate di Pirro , che li gioua 3 fe farà 
iCati b> vmcerfi dal fenfo ? la virtù, e valor d'Alcibia- 
m\m jijde f^r^ofcurati da i vitij; Mare^IgntsyMuliery 
'011^ ly^ymala rr/^ dilTe Menandro.Non hàribernia-j 
pozzo più cupojaè Candia laberinto più intri- 
"5 CaucaCo fpelonca più horribile, ne^ 
3citia fiume più torbido del cuor donnefco ; 
nel Digefto de cxcufatoribus Tutorum > 
n lieres bon^yphilofophìi odiernis pojfuni compara-' 
-njcì! \>y ri^qui rarifunt* 

ìoisi! r^A^* Signor Letterato non è si fiero il Leon , 
iianflo! 1 comc/ipmge. • 

l^^f; Le Donne fon com'à caualll di vtttwrs, , à 
^jjjvi ' ^^iafchednno s'allogano, così à Nobili^com'à 

D Pk^ 



So ATTO 

Plebei; fon come I« Taiierna, che quando vi è 
polla la frafca del diffonore ogn'huomo vi ci^j„ 
alberga. Sono Gerloni di più faccie> Arghi di „ 

' più occhi, Bi iàrti con cento maiii,<;on altri vi jf/if.l 
accoglie eoa altie vi toglic^fon tanti fcorpio- 
ni à-duc* code con vna v'accarezza , con l'altra 
vi fura ia ricchezza» 

SV'j:/?. Beila L na ch^ t'afccj e qinnno Ccumpe? nè. 
ncachc p - .^prio ie Piche • ma de (là cofa Vo-' 
fcia me fcuU-gc^ia 3 ch'io eco lloro nge fongo 
.paffato CtmpL pe bello giouane. 

LtU, yy Gcnus mulierum auarij]^rr/ufn ejìy vide nel 
Digelèo dt donatìone tnur virum , ^ vxorem* 
Se beìi fuHl vn Narcifo^vn Gaaimede^vn Zer- 
binojvn'Adonejnon entrerai nelle lor port^ ,|5^ul 
fe non porti . Cinti a non [equitur fafces , noYLj» 
curai bonores , /? nth:l attuleris^ tbts Howere fo^ 
ras ; figurati ciò che tu vuoi l'Ogetto amato ; 
Etti ferua^fe gli deue la fiia mercede,' Etti ami- 
ca,deue elTere il tuo à lei comune ,* la itinierai 
tua Regina il fao tributo attende,- è tua Dea^ 
gli fi cofiiiien rofferca . Ond'vn Poeta à prò- 
p jiito dille; è tua Donna^è tua Dama;e chi no > 
sà,€he della Donna,e della Dama i nomijPva 
comincia per Don> TaltroperDà, econchìu- 

9} dalì^ nam re non verbii , vndique \:onflat Amorm 

Nap. Te venga la pepitela , e quando fcump^ 
mme rijf fce à la mano, fecotacale fanno àlo 
tuorno le flrommole» 

¥ag. In quello Signor Senofonte hauete ragio- 
rjcjche le donne fono intere(fate> onde nacque 
radagoio.-ogni Donn' vfa di voler borfa aper-: 
ta,e bocca chiufa. ^ i»ce 

Lett. Lafclatele dunque quefte malori 4ell'alma; h h\ 
vdite le proprietadi , ch'il Neuizani attribuì* p 0; 

9^ fce alle àom^ì^anUas app(irer€ inEcclefia^y 

AH* 



te.' 

Lti:. 
C 

fiim 
toc 

li 



% I 



ed 
Zer- 

ìinieiai 



PRIMO. 6t 

> Angelet in acceifu , Demonss in Domo , Buhtifì 
y in finefira^Vì.ai tn Fortif^Crapas in Orto yiS' foe^ 
, /Off'/ /'^ Ic^o • ! 
\^^/>,0!i poeta de facco ruttore quanta bar/^llet-» 

te/ rpina mò^nocchiùca (chiattejfcumpehj c 
piglia fciato* 
iLf E clic voleteicVIo fiaifca> efclamerò coxl^ 
Cicerone, Copia tnopem me facttl e dirò con_^ T 
^tncCàytjJt an^Mtores tim faSìa ceiebrentyefper-' 
I, tique ^lui tirannidcm extoUant» Soa tante Ar- 
pie rapaci, Sirene disleali >Circi crudeli, vani 
fimulacri di Ieggiadria,che coprono fotte fin- 
to color vaghe le frodi j e fan col ferro Toro 
del crin fperimentar per fino;fentite i^Ariorto 
>tal ci par bellone buono, che depoièoil lifcio, 
>, brattee no forfè parria; onde dilfe Diogene 
, wuljtr Jpeciofa tjì 4smpùum àèd\jÌQ.^tuin Juper 
y clvacam • 

fag. In Amor la bruttezza anch'è beltade^t-/ 

folo c bel quel che dilett3,e piace. 
tett. Deh che non v*è cofa più biafimeuole del- 
la bellezza; Socrate la chiamò breue Tiranni- 
de . Teofralto tacita fraude . Teocrito danno 
Wvii, del Mondo .Ouidio vn ben fragile, /órw^^o- 
r.ckiit|> num fraglie tft • Plauto vna fomma mjferia-s, 
ni.mdefì mtjertaypukhrum effe bomtnem nìmis* 
Euripide vn'infelicità de'mortali,^«o<i /6>rwo- 
àlj \ [umyid tn moTtaltbus infd'ix eft;^ il TafTo chia- 
\ molla sferza del Ciel, con cui fragella il Mó- 
1 do;Ond'io con Giouan de la Cafa v^infegne-» 

> là: medicina per Amore, ver cui fol lontanane 
^ za,& oblio gionajcol Guarino.xhe non fi vin- 
!> ce Amor,fe non higgendo; e Coi Grillo; ifi_, 
* Amor nella fuga è la vittoria ; e col Maeièro 
\ Ouidio:/ procuiy^S IcHgas carpere perge mas» 
^g- Oh benedetta ProuincJaEtolia^ Uoue 

D z ci- 



m 



62 ATTO 

cicale nafcono mute > e nella Suetla hàn t^nti 
cicalecci gPhiioniini ! 
Lett. Fiaiamola diinqiie^non più vi fate à fencL 
re j che per cagione cosi indegna voli ia fama 
di quella lite; v*ainmonifce Tacito yfamu plus 
eji c'ujìodienda^quam oculis ; fateui conuincere 
Galla XdLgìOi'ìt^fi vis omnia ttbt fubijcèreyte lubi^ 
ce r^^/zo/;/, n^infegna Seneca. Porgeteui ie de- 
ftre> !Ì paflato non fi rammenti) recedane vcte^ 
rayi^ nouafni omnia^ ch'aio con Virgilio dirò 
oblato gaudens componi /cedere belium; abbrac- 
ciaceirbC fiate ^mich ^oni luduis intercji litem 
dervrfsr e yoS^xvu il Codice de iudicijs nella-* 
lege properandutn.grodij priuati han per eli- 
to Pefitio comune ; non bifogna prender per 
ogni bagattella vna brigai Tacito n*Euifa om-* 
ma Jctre , non omnia exequi , chi vrta in ogni 
pietra mai giungerà à cafa» 
l'^ap. Sio Letterato mio Vofcia parla da Sanfo* 
ne y fongo parole cheffe da fcriuerie à lettere 
de marzapane* 
Lett.yy Sappiatejche odium^ex Arijìctile^efl Am^^ 
yy ris priuatsoyAmicidtC veneuuy Serenitatts nau* 
f^^^g^^^y con che porgeteui le deftrcie fiatc-^ 
yy felici; caufa gaud'iii cfl pax, ch'io col Mantua- 
no vi diiò y vtùitefeitces y qutbus eft fortuna^ 
pcraéla . 

I^ap.lo fongo de buono corcate fio Serpino mio* 
cinc0j,e cinco ciunche^ Amor pafia guante^o 
fiammo ammtce» 

Pa^. Eccoui la mia deftra,e co la deftra il cuore. 

Xw. Nel riconciliami non fate apparir «fi'erili 
reftato fegno d'odio veruno ; cioè^ oì;uIos voi- 
9tere Uuidosycom^à propofito diffe il Taflo ; il 

ii> gran nemico i liuid*occhi torfe;ò pnvt quate^ 
re c^puf^CQUì^ diffe Virgilio^ t^f» quajjans ca^^ 

flit 



"1 filili, 

■■_..,u 



P R r M O. <?j 

put JSjneas;&c in fine fappiate>che nella le^jc^ 
,j latx cu lpx34w/<-«/ dt iitUT frater* 
■Fag.. Signor Letterato hor vedete s'io li fon ve- 
- ro amico; mi dichiaro non hauerneiUHia pre- 
. tentlone'fopra di Carina, e fe pur ve ThaueOl, 
io la rinuncio per cagion dcila noilra anncitia» 
Lett* 9) ^uHibet ^otejì renanàare fuo lure^ oifer* 

ua la lege patìum^Digcrtiseodem. 
iVii/?.Scrpino mio tu dice lo vero^ò nim^abbutte? 
Jdir^ fag. Ti parlo col miglior fcnnojCh*io m'habbia* 
)brac- 
km 
lelb 
tre/i. 



■Nap^ Oh chefia benedittochilio denucchio da 
doue nafciile / tu sì no Prencipe fato mio bel- 
lo ^ e bedarraie ca Pacione tuio non te farrà 
forato; iammonge^ine mò de corzera à na Ta- 
uernaj ch^haggio frifple frifche > à farenge no 
fguazzatcorio peTammore de Carina^ca chiì* 
,r lo frate è carrino beriedittoj 

23 Che te lo magn^ fotta de no titto. 
SCENA XVI. 
Rèy e Fedele. 

Mio caro Fedele non vi doIete>fe contro il 
folito brio della mia Giouialitar^ mi hu- 
uifate fui volto grargomenti della triftezza-jj 
e mi leggete su gl'occhi va torbido contrafe- 
gno de' miei trilli penfieri ; così vuol la forzai 
del raioDeftino j così comanda ladifgratia^ 
di Ladislao • 

k Fed* Deh Signore di qual colpa fièrefo reoi! 
vollro Fedele^che nè mcn li Ila conceflb il có^ 
foiarui pcrfoUIeuo della fua vita^ addolorata 
j da voftri occulti rancori» 
[rfeni 1^^. Amico non mi moltiplicate il tormentò con 
ilonf'- ( refpreflionc del voftro cordoglio;il mio cuo- 
3ilo:i I re per effetto d'occulta fimpatìarefta appafiio- 
f ,|£i//- f nato più che delle proprie^ delle voftrc affliti 
>t> ì tioai. 



ìtm 



^4 .ATTO 

Ped* Caro Ladislao quando Fedele fefltc profe- 
rirai li nome d^Amico > Panfma fiia non sà pià 

» che desiderare ; mà chi non palefa ogni fuaut 
pa/llone al]'amico>calpe{{ra le leggi dell'ami- 
ckia; mi difpiace d'addottrinarui in qiieftt 
dogmi d*amilU;nè vorrei già raaeftrala M.V» 

<Rf. Di grada lafcia te ftar da parte queflaMae- 
fta^quatido parliamo fra noi : Fedele caro noa 
vi turbate; fenon volete fere vn^aggiiinta al 
pefo delle mie pene , non mi moftrate le vo* 
ttre, che fol per non addolorami v'afcoado le 
mic^ • 

Fed. Souiiengam mio Rc>ch'io non fon Fedele> 
ma LadislaDjricordateuijche non hò altro,chc 
quefto ciiorcj il quale non sà viuere^ fe xiotl^ 
con voi; non ha ripafo> fe tion per voi;^come 
non volete ch^io mi turbi , ed affligga alcon^ 
fronto delie voftre afflittionii Spiacemi il nort 
faperpenfar*il modo da fpender la vita in fol- 
lieuo delle voftre peiie> fe mi a^afcoode la ca- 
n gioncGaro Ladislao,chi troppo faggfa tacc^- 
^> il fuo male>al fin da folle il grida^u 

Sap£;te bene ò Prencipe amato > fe nell'ani- 
mo n«o può far nido la fecrctezza in pregia* 
ditìo del voftro ; e fe hauendbui fatto quali 
compagno del Trono y anzi hauendo^on voi 
accomunata Panima illefia> poffo mantener di- 
uifa dal voftro affetto la coaSdenza : Vdite-n 
dunque amico, vdite^e compatite: Amo re quel 
Tiranno crudele s'èfacto poffeffore de' mieii 
voleri. 

Fed.^ ( Oh pio che fento / non furon cliimere i 
miei fofpetti*} 

Rf. Con le chiome della Principeffa Kofanra-> 
hà fabricato le mie catene ; e con la luce dc-^ 
■gl'occhi fuoihaue accefe le temjpre delle mìe 

fiam- 



10 noi 
mn\ 
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dita 
i^d 

'm 

mere! 

f2i!ri> 

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«a- 



PRIMO- d5 
fiamme • In fomma hò perduto la libertà, non 
fon più Re, mà fcruo ; non più Monarca, ma 
fchiauo . 

J^ed. (Soffri mio cuore) e quefthò SIre>fono mo- 
tiui d'vn^improiiifo cordoglio^ come/ voi do- 
urefte gioirete vi lagnate, Amor vi fttiorlfce, 
e vi dolete? nelle v,ollre mani Ai il rimedio, e 
vi difperate > 
Ri. Mio Fedele v'ho fcouerco le rofe,mà no già 
Je fpine delPamor <li Rofaura. Amo Rofaura> 
c me ne preggio, Tadoro^ene godo; mà trop- 
po fiero è rincórro, ch'abbatte le mie fpcran- 
ze . Ella oh Dio non corrifponde> ch*alli ili- 
moli d*amore è anzi fredda che nò , e quando 
anche corrifpondcffe ho poi li Gonfeglicri , 
che non Tapprouano, i Popoli, che mi difliia- 
dono , l'Infanta di Danimarca dal Cielo mi fi 
deftina,il genio che m'affligge, il Fato che mi 
perfeguita,e quefta è la cagione^onde rifiutoifl 
Stelladoro, accettoffi la guerra, e fi sbandì dal 
mio cuore la pace, 
i'^^^. Oh Dio non vi dolete ?e fe potenti fono i 
motiui che vi tormentano,non è minore quel-, 
la potenza, che vi corona; ricordateui,chefc* 
te Jlè,& amante ; Come Rè non hauete da iC 
fpettar l'altrui configli; confamante hauetcJ 
merito, e modo da fami riuerire daqualfifia-» 
belfezzaife nv: bramate vna priioua^perraette- 
ch'il vottro Fedele poffa quefta volta fer- 
uirui In emergenza di tanta vortra premursL-i* 
e nel darmi la libertà d'efamlnar'il cuore del- 
la Principeffa Roraura>lafciatemi la cura d*in- 
trodurci prefto la voftra Imagine* 

VogH amore, che fiacosù Andate amico di 
buon cuore , rimetto alla voftra amicitia l*a- 
pettura dell'amor mio. Ho;rsuparlate con de- 
D 4^ ftrei* 



66 ATTO 
fh*eEzajdifcorrece con energia,peifiiadete con 
accortezza; teritate» nià eoa riguardo; inecn- 
detejmà con cautehi; penetrate, mà con poK- 
tica; proponete à tempojfeoprice à propolitoj 
cfortate con prudenza;confoIatemi,fe potete; 
vincete con la vottra facondia la fua ritrolìa * 
che s*airinuerno d'vn gelido feno di fiondai 
Orator fpiinta TAprile, 
ij Cade à colpi d'amor alma gentile» 
SCENA XVII. 
Fedele jolo* 

AH Ladislao non poteul nella caufa de* tùoi 
amori farti vna fcelta d* Auuocato più con- 
fidente . Và pure,eh^al fatto vn bel colpo à 
deftlnare la lingua mia perOratrIce de* tuoi 
penfieri. Adeffo si fortuna ti^ingratio* Ho in 
pugno Tarmi di chi tcnocuo^fe mi fò male^inia 
danno-Che rifolui mio coreiche farai mia lin-i 
gua? vuoi farti miniftra dermici tormeacirvuoì 
tu proferir la fentenza fatale delia mia morte/ 
Ah Ladislao in che fcabrofa aeceflità hai cs 
pollo Tarbltrio d'vna Principeffa,che t'adirar 
Se obedifco perdo me fleffa? fe non ti feruo > 
fon'Infedele? fc difpongo Rofauraidifcaccio le 
mie fperanze? fe mantengo il filentio, fò con* 
tro la mia parola ? Amor che mi configli? {oc- 
corretemi penfieri? mà via non più riguardi^ri-^ 
folutlone mio cuore; doue fi tratta dipregiu- 
ditio non fi fila confulta co riflelfioni si (crii- 
^, polofcj ragion richiede^ 

Cke per ferbar Tamor peri la fede. 
S C E N A XVIII. 
rr:t$cifejfa,e Fedele^ 
( /^H Dio ecco ròggetto de* miei penfieri r 

\^ inafpettato contento*) 
fed. (Oh forte ecco la cagione migiitiartul 



P R I M O ; 67 

fclIciiTmio incontro.) M'inchino à V.A» coruj 
quanta h umiltà può dettarmi la riuerenza. 

Pnn. Poffo chiamar fortunata Quella congion- 
tura>che mi porge motiiio di riuerir il merito 
(Ingoiare d'vn Prcncipe sì compito. 

Fed. L'attributi, che V.A.m'afcriue nonllpre--' 
do rche per effetti generofi d'vna ecceflìua^ 
benignità 

Vf 'm* E quelli fauori > che mi compartite non li 
riceuo con altra impreffione^che per tratti ce- 
rimoniofi d'vn'impareggiabife gentilezza. 

'Fed* II mio cuore è tanto llmpatico con quello 
del Rè mio Signore > che non hà da maraui- 
gliarfi y fe fi fa fentire efpreffiuo de* medefimi 
lentiraenti d'humiltà verfo il iuo merito. 

Fri». Dunque volete dire j che fcherzate meco> 
come fa llii ?• 

Ffid* Anzi il contrarlo voglicrben dlre> che per 
attrattiuadi fimpatia procuro le medefim«L-> 
inclinationi nel farmi conofcere feruitore d* 
vna PrincipefTasì meriteuole# 

frin. Si che venite à replicar tutte quell'efpref-» 
fioni>che poco fà fi è degnata S.M» dimoihar- 
mi in voilra prefenza ? 

Feà. ,.{0 protefto di replicare le forme dell'ifteffi 

. fentimenti , duplicando fol le parole ^ non il 
foggetto. 

Vf 'tn. Voi caniinate con diftintione troppo fofì- 
fèìca; come volete duplicar il difcorfo^e man-» 
tener Tmicà del fogetto ? 
ted. E come può darfi plurità di fogetti y fe ii 
cuore di S. M. non è diiilfo dal mio? é che fia 
così egli per me fi compiace communìcarà 
V. vna fua propofta belliffima • 
Vnn. Si potrebbe prima fap^ve la quìllità della 
materia? 

D 5 f^^rf- 



68 ATT O 

JFed. L*afliciiro> chi» non la faprei troiiar più TpF- 

rkofa* 

Pfin^ Cosìm^imagino maquaado la propor- 
rete ? 

eed* Q\nnio a^otterrò licenza da chi mi dourà 

Trm. Non so d'h^arer ffniife autorità ^ però fc-i^ 
coaofcece>che rhabbia,.ve la conceda- 

Fed.. Diro dunque^ che S*M.coi^ tiictalo fpsriw 
riuerilce V . A»e fuoi me rlti^ 

Pri». Ed io dirò > che cofò tutta roffequiO'm^m* 
chiiiaàSM. 

iFf ^. Saggiungerò>che ftauerrdb^ egir fcelto me-r 
per efpr.mer'à V-A. alcuni fentimenti del fuo> 
cuQre>fon*à voftri piedi per abedirlo. 

frm. Edio replicherò > che non effendacofifi- 
gliera di M. fo. prapofìto di noa voler altrai 
coixtmunicatiua de* fu oi peiifierii. 

Fed.. Diro di più > che trattandofi d'vn'ialFare^' 
vaataggiofo per V.A. vorrei quefta gloria-Ji» 
che la mia lingua, ve lo propone ffe- 

Fnn. Permetterò^ch^il Prencipc di Suetia midi* 
chi ciòcche vuole ji. q^uanda fi. tratta di compia- 
cerlo- 

Fed^ Poflb dunque dire, cfie mi congratulo con? 
V.- A*^ delle fue Jprotììme nozze, coi Rè niìo^ 
Signore*- 

Pri». Potete diVe,cfie il Rè ha buon tempo, che 

Rofauranon è capace fognarfì quefta facenda - 
Fed* Come? il merito di Ladislao ^ la Maeftà d** 

vn^rapero ttoafona forfè prpportionatii allo» 

fpirita generofo di V.M« 
Frin^, ( Si , fe non vi fuffe Fedele ) la Miaeftà 

grande,mà io non mi; curo de* Regni. 
F^d^ Almeno poteflì intendere qualche motiuó> 

d^vnavrepiUfa: «irepugnante»' 



PRIMO. 
fnn. (Grat>fofferenzi) deua taeerIo> ma lo pud 
comprendete il Prenctpe Fedele feaza ch'io 
parli» 

Fed^St haueflicreduco preguidicar'il mia Rè ed 

paflar (Jiieft'offkio me ne farei diiiimpegiiato. 
^nn. Ah fece troppo fcrupolofo^ riacenaetc-^. 

lempre-tuoc dipropoirto.. 
^ E che dourò lifpondere à S.M. h 
^rm. Che fi ritroui vua Regina à fua genia,ch*Io 

nu ritrou|rò va Prencipe à miacapricctoCàra 

paflìone.y ^ 
fed. Quctt^eiCpoaz è bìzzataxmk la vorrei va-* 

pòpiùfte&nKitica^ 
tttn^ Condiccla voi conje voIeteM detta quel 

che ne fento* 
fed^ Supplica Y. A. à ritrattar qneftafentenKj* 
Fnn. Prìego la fua gendtezza à ricordarli di 

qRel,.€h'hò.dctto>e capir quel che non dico* 
Fid. Pur troppo intendo la mia poco fortuna-^. 

in non poter fetuir S.M.come vorreti. 
rn«.Hor peraccertarui,che fete daRolaura pur 

Stroppo (limato. Eceoui per argomento deUc^ 
leltabihte inciioationi verfo U vollro merita 
dono di fe lielTa in q^uefto. ritratto^ rammen- 
tandou*, che chi vi porge alle mani il fimula- 
cro^deiideraiche portate nel cuore rcrri^inalc^, 
/^e^- Io^ retto fauarito di mo dolche mi con afóc- 
reundegnodrrieeuerlo, fe nonprendeflìque- 
fta voftraimpreffionc per impronta della mia 
ichiauittt * 

Edio vorrei che mutafte rcompllhientl.fe 
pur bramate dtcompiacermi^parlate dunqucji 
come defidero. 

Dira che nelle linee dlquefto ritratta fi 
contiene vna cifra della mìa deuotione i' vo- 
fcmdiV.A-^ 

^ ^ frinì 



7» ATTO 

?rin. Ne men mi piaceimutate frafe. 

Fed. Diròjche col cerchio di guelto ritratto ha^ 
uete incantati gli occhi miei,chc non $*appar- 
cìMo dal vagheggiare le voilre foarane bel- 
lezze . 

Trin. Il difcbrfo fi approflinia>però non batte U 

buona (Irada. 
Fed. Dirò > che con ragione mi dafte la voftra^ 

infegna^perche feruo fotto il voftro comando. 
Tìtn. Quel nome di feruitu .non è ^cabolo di 

confìdenza^oh Dlo^finieela vna voiu» 
Fed* Dirò>che da quefto ritratto i^are/ò à de- 

lineare penfierii à formar di fegniFèd incenfar 

fofpiri ad vn'Imagine dipinca>. e dirò 2 che dal 

cbiar'ofcuro di quefto limulacro di già prciide 

i carboni ad incenerirmi il cuQrc« 
Frin.QWiì ^. 
-F^^i. Amore • 

Prin. Finalmente Thauete detto. 
Fedn Pur vna volta mi fon fconerto»^ 
Vrin. E perche tant' indugi nel faliorirml ? 
Fep* Per il molto rifpetto in àdorarui. 
Prin* E perche perfuadermi al matrimonio dei 
Rè? 

Fed* Per alllcurarml del genio di V«A» 

Frin* Vi fodisfa la mia coftanza ?^ 

Fed. Ammiro Ja voftra generofità. 

Frin. Hò fatto tutto per amor voftrojcosì potefil 

far d'auantaggio. 
'ÌFed^Hò dato va cuore à V. A- fc più n'haueffi > 
più ne darei. 

Trin. Mà che rifpofta darete à S.M» 

i^fi. Qnella che può dare vn'Auuocato pruden- 
te delia fua Ga afa. 

fan. Auuertite nqa impegnarmi ^ ne men con 1%^ 
fpeianiu» 

s 



\ P R I M O. 7i 

^ed* Vi gJuro> che fi tratta del mio danno, pen- 
fate fcn'hò premura^ mi faran direttoli Obli- 
go,& Amore. 
Pr/«. Vi fugello ùcl cuore la mid^ fedeltà* 
Fed» Vi confacro per fempre la mia collanza. 
Pr/«.Mà viene J'Infanta^bifogaa ritirarmi»Addio 
gentiliffimoPrencipe^noa vilcordatc di vili-, 
tarmi (che- fortunata accidente.) 
fed. Obedirò con cautela (che ftradagemma po^' 
; lita,) Damiraconuien che fingi>òmori> 
^> Chi fingere non sà^non s'innammori* 
S C E N A XIX. 
Infanta, e Fedele^ 
) Rencìpe Fedele non v'arreftate dal compli- 
mentar fin nel filo appartamento' la Princi- 
peffa ; non vorrei apportar prcgiuditioalla-^ 
loro dome!lichez23>à quefto punto vi lafcio. 
Fed. ( La gelofia è in campagna ) la prefenza dt 
y.A. non può recar difturbo à chi viuc ambi- 
tiofo della fua gratia. 
r»/. Sò che fece compito Signor Prcnclpe; fcu- 
fate fe vna tanta libertà hà impedito la fecre-^ 
tezza de^vollri colloqui). 
F^^ -Non può darfi tkolo d'Impedimento ad ytì\ 

iittione^che merita titolo di fauore. 
'nf. In fomma la viuacità del voftro ingegno^n--! 
tra Icmpre ne'compllmenti; mà adellb, che sà 
rimpegno del volho genioj nafcóderò il mio* 
^'ed. Non riprenda y.A.ii mio genio, che forfè 

non loconofcete. 
r«/.Quel ritrai da voi riceuuto fu chiaro fpec^ 
chio à readermi auueduta oeli*errori dell^ 
miei inclinacio.ni. 
Fed.Ed io nel tributar quefto ritratto al difia- 
ganno di V-A- fò conofccr la fallacia del va- 
i^lro ^irgomcnto^ 



7i ATTO 

/«/•• Io non la poffo rÌGeiierc > per non eflere in* i 
difcreu à priuarui d'vn pegno, die vi rkfce-j^ 
,> sicaro; noa fi gcadifcoaa q^uei donijiche iniia 
,a lontarii fi porgono.. 

Ésd* Non pofFoa'^effqr cari à Fecfele i doni al- 
tiUb<juando li cagiomno la pexdit» della vo- 
llra gratia e per fatui coaofcerc > clie aon lo 
flimo,la {applico, àaoa sdegnarne Tofterta* 
/«/Lariceiio per toglierai dairimpaccia d*id^ i 
latrar \na pittura. , 
Chi la Riuale hi m maii,nulta pia cura^ 
S C E N: A XX. ' 
Arciduca da part€y e dettu 

ARraldeariceue vn ritratta da Fccfele I Ofi' 
Deìcorae non moro,fcLlo fpìetato ferpc di! 
gelofia n^'auuelena q^ueft^alma C afcoltiamo i 
difcorfa.) ! 
i»/. Fedele>il miaciiare effendo per natura vnf-' 
Éòrme à quella del Rè mio fratello, el voftro 
fion diulTo. dal fu.o,non hà da llupLre> fe fènzs ' 
far diuifione neiraftettOjfi. figura in due Pren* 
dpi va'amo re. > 
Urc. Mal pcincipró per me. 
i»/; E fi^^accertii che d'òggt auantì trattaròfecc 
con quella confidenzar che foglio col Rè mie 
fratellame coanuellL feiLfi>ch.e sa dettarmi la-« ' 
fiinpatia 

JFciv Sin à quel fegno dbue giunge lafimpatia ; 
e non più, ia non lalcerò di dimoftrarmr, qua \ 
ta confidente di S- M* > altrctanta offcquiofo i 
diV.A. ! 

tnf E quella di piìiy douc: noa giunge la fimpa-* 
tia^fi potrebbe fapere 

SF^^i* V. A. ro*^aftringe troppa>. hauete vna grao-j 
fottigliezza per difpu tare.. 
E voi va^acucezza grande per intcn derc« 



(Oh Di 



P R I M O. 



7r 



Are. (Oh Diojecome mi mantiene In: vita il do- 

Fed* Mi proporrete V interpretarrone di certi pi- 
tbche noircapifco- 
spingete di non capire pei: Isfugglre l'Impe- 
ti 

ne df quelle gratie>che Vw\.inlpofg.c« 



gno della rlìporta- 
^ Ffi^. Guardi il Ciela,ch'rad;ffimti!ria cognIcIa< 
^ja. «^e df quelle gratie,che" ' ' 
^nf. Dunque nrpondete ^- 
F^<i. Noti mi fou.iiene così pronta !ari(po/la» 
Inf. Gran mancamento di memoriaj Prcactpe-^ 
fere troppo auueduta. 
Oil^^^' E* V. A-troppo bizzarra»- 
pcJ^''^*-^^'?^'^'^^^^'^^^"^^ potenzad'vcctder-» 
Lil "^^^"^^ di tormenrarmi.X 

Ffi^> Madama mlriferbo vn'altra: volta àdlfcr- 
frar vn difcorfo si fofiftfco:, hor comiicmmi ac- 
volàt ^ ^ n^I dia licenza; 

^^^^^ neirauuenire vi prepararete* coàxl^ 
Prei ^P^^*^ P^^P^onte,e meno ofcure. 
^^^.?ed. Ogni qualvolta' V. A. fi preparerà àfar%- 

terrogationi piàfacili^e meno intricate- 
Meci r ^^"^d^^*^^^^ nieglio^cliln tenderete bene-^ 
{m \* tempo sà far capire og^i cifra, 
m k f^* [ fperaj9ze il voftra verde èper me (jii 
^'^^ ridotta in cenere.): ^ 
^1/^ Preucipe non vi fcordate di confolarmi coir - 



^JlJevofti-evifire.Addlo 



Mi ftimerò g^lorificatx) ffel triButarilTn fto- 
imggioril mio offequio. 
■t/T Rifoluo^di fperare>e''l generofo mio cuorc-*»^ 
già incomincia à grofrejche doue Uà il dolore 
Non crouò mal va buon'ollaggia Arwre 



fcri; 



74 A T T O 

SCENA xxr. 

Arciduca fola • 

CHevai penfando Arciduca ^ haiiefti occh 
per mirare , e non hauerai fletto per rifen 
circi ? ben aiel predilFe il cuore,che quella luc< 
li bella dì Succia compaifa airimprouifo si 
la Regia di Polonia non ii trasformaffe ìhl. 
Cometa funelU per apporcarmi vn luminoCt 
argomeaco^di non lontane fciagure • E voi ri 
fpondetemi ò Cielij^potece forfè mirare di pii 
per ometto di confullone va Prencipe fcher 
nito ? Saprà forfè moftrare di più per arra-.{ j 
d'afF.^tco vna Dama parciaie > Ad onta del mi< 
Amore complimenti fi aftettuofi,cihe fi dolci 
4oni fi graditi ? <\h eh' vna Dama che da Ca 
ualiere ricene il ritratto , dinioltra gradirne.- 
^> roriginale* La Donna ael riceuere Talcrui co 
>j lori s'ammanta deirombrc deile proprie ver 
gogne • Qnefti fauori à Fedele > quelli afFront 
ed idrafpeJ» E cu mio cuore a'^cor non corri al 
Ja vendetta > fcatenateui òmiw ipenfieri?rom 
pcte il freno della ragionavi do licenza . Co 
sì dunque sù glocchi miei ho da lafciar (cn 
za rimproueri le fpre^ezature d'Armidea , fen 
:^.a caftigo l'Audacia di Fedele^ così dunque hi 
da vedermi antepoiìo fenza ragione vn ftra 
iiiero>& auanzarmi nelle fortune > chi non m'^ 
fnperiore nel merito ? Ah nò 1 trionfi purei 
furore , fi conculchi il rifpetto d'Armidea ,j ? 
cimentino le forze d'Idrafpe 3 fi trafcuri il ri : 
guardo del Rè, fi abbatti ia fortuna di Fedele j^i* x 
c per l'adempimento delle mie bramcj fi mec le- 
im le mani nel fangue ; Sia come fi voglia^far 
Prencipèj, fon Amante y faprò far precorrere- i 
ne'precipitij chipenzò effer promotore delli^' L 
mie cadute ; Aiutatemi iìntioni ^ foccorretera cbeli 

furie, ' 



1 



fior 

\u ( 
no: 

m\ 
kv 

VuO. 
li Po 

^ 0,1 



I 



P R I M' O. ^ 7> 

fiir!e?e con farmi mlniftro dellemie fiere veiv- 
dctcc armatemi la lingua di flmulati diicorfi^ 
icd^^ritcuif là faccia diììnce apparenze x e riem- 
pitemi iU'4:uore di rifentimentl funeftij non vi- 
uèral ò Fedele , dalle mani d'Idrafpe haurai la 
morte • 

De gl'Audaci è Padrina ©gn^horla forjro 
SCENA XXll. 

JRé, Fedele y ed vn V allettai con la Co* > 
rona Reale • 
A pofitura dcLvoftro afpetto mi fa formare 



J lilC( 1 

'o sii 

i' pii I 
ciec 

"^^^'-4 ò Prencipe vn'infaiillo argomento di po- 
^"^'f 1 che liecenoiieUcx la faccia è copia del cuoic^ 
^^4' Glie fi mira ritratto il noitro interna, 
'^i" ed. Mi difpciiu mio Rè ,dal render conto é^r 
miei oiBcij j perche ne porto ancora la cocfa- 
j^ico ; fionc nell'aniaìo^edi roilbri fui volto * AoiLo 
'^^M quan to mi duale • 

A« K Che vi duole y su prefto non diflferite qucfla 
mi nocicia à chi fi muore d'afpcttatione • 
\'m )ed. Pur troppo biiogna dirlo; la PriacipeiTa.^ 
Co Rofaiira vien powpofta dJofrination^ ; hauc^ 
1 i:J ivn animo iadurito qua! marmo , perche ripa- 
)la jgna; haue vna tempra di broriso^fjerthc refi- 
(lutilte ; e non vuol fentirfi trattar d'afte ttii noa^ 
YnSlvaol vdir nomtdi Rè , fdegiiàlo Scettro dci« 
[la Po!onia>e nonhàpenzieri per Ladislao 

Ohimè che dlt^ ? cosi cruda Rofauiu ad ve 
jRegaante , che l'adora 1 così tiranna feaza-* 
gione ! così nemica fenza rifpetto . 
Pur troppo è vero mio Rè Thò perfuafA 
eoa deftrezza^nia fcnza frutto; Thò tentata coi 
f|voHro Amore > ma indarno; l'ho fcouerto ie^ 
ivotlre Ì3mnie,ma fenza profitto * 

E chs dice in foltanzaquefta barbara Prea* 
(cipefia|>er ifcufai'e almeno la fua negatiua } 



mm 

dea 

ri li 

u 

irci 





7<5 A T T p 

Ella non mi rende ra^glone defiioì per 
zieri ; nfponde con gran Franchezza d'anun, ™i. 
Ja .iifcorre con gran fprezzatura ; dice , cht, 1 



ianiinà fua «on fi nutrifce con pn^tention^ 
d Impero i che S M. fi cerchi pur altroue vri itf^^. 
Kegma.e iion prcrtenda da lei corrifponden; 
<3 aitetto . 

Re. E tanc^odo:,e pur viuo > Deh cfie rifoJui mf 
Ci>ore , Amor che mi confegli ? Collante rilc 
ii»tione;non è doiiere.che s'abbandoni laroc 
cade! fua cuore Indarico > feà primi aifali 
non venne meno ; tentafi con ruoui prie^hi 
n:ioue iufinghe ; Amico hò rifoluto, conlc 
voftrc mani mquefto punto prefentare à Ro 
iajra la Corona di Polonia . Ella come fag 
4^ia no rifiuterà di nuouo vn donatiuo fi prc^ 
'^'labile; e fc fia collante nelPoftinadone^pren 
^crò quelle mifure.chefaprà ctettarmi Amore 
i-'t^; I volili cenni à me fcrnoRo di legge in 
%ìioiabilej così poceffi metterli nel petto i 
iuoic di Fedele per renderla imorofa ^ com( 
fu! Capa la Corona di Polonia per lendcru 
fcruita . 

Jt*. Ma eccola che viene, ed c fola^adeiro fetcj 
à tempo > mentrioda parte /laro attendendo«nici;. 
ciòcche ne fiegue;Amico in re confido;pnegaijj/;o^ 
ftipplica^fcongiura, anche rno fcoglioal con- f 
3) tinuo fl'ictuar dfjlPoD'Je fraito fi rende . 
^3 Vn lungo alTedlo Ogni fortezza prende 

S G E N A XXIII* 
PrenàfiJJa^e Feàete in Scena^ Rè ed Infante k 
da parte ^ 

Fren ^ Peranze ò ceiràcedi lunngarmi,^ lafcia- ijco^^ 
^ cerni m^rire^iI miofeno refa vn Mon* 
gibel o d*ardari> m^i rende martire delle fiam- f,, p 
mele fe nota iacenerifcoiafcriuafi frà imiraca* 



II 



vado 



m 

m< 

«|;V( 

il 5! 

il: 

eli 

ileo 
coni: 
me:;! 



P R T M O. 77 

^ f'^ì li d'Amore . Mà oh Dio ecco Tinnocente ca* 
^^^\ gione del mio morta! tormcto/ofpirata forte ) 
^^Fed. Perriuerir ^impareggiabile fuo merito > 
^'^"s. vado in birfca di V^^A, 

'^^n^'ren. Il mio cuore prefaggendo quefta felicità > 
^^'iJ hà preuenita i*itìCÒcro> per anccciparneil gtip- 
, . dimen to • 

Nltf* Sorte benigna non dinìegare aita à chi ri- 
^'^'Ifl ' corre al potere della tua Deità > e tu Amore^ 
^;0C non effer cieco in faetcarli il petto^ già che fo- 
i'Uk ! fti vn*argo à trapaflainii il cuore • 
^l^h ìtjl Veggio il mio Fedele coti Rofaura in ftret- 
^^^i li raggionameiKbbifognaoUeruare; Ah gelo- 
fio, fia gelida figlia d'infocato Amore nei'ciior 

mio, già riponelH la fede del tua impero. 
^^5M^ Il Rèmi® Signore intefo dalla mia bocca 
?eDM. il fulmine della voftra/entenza, che non puoi 
m%) eflèr^che fatale allo fucnturato fuo cuore;,è rj-^ 
5^^» rfoIuta finalmente ponere la Corona di Po- 
^^^^oiii Ionia nel Capa della PrencipeiTa Rofmr.ìL...^ 
coii)j|! dalle cui mani dipende lafoa vita * Voi ca-? 



m 



ime faggta nceuete con lieta fronte quelle» 
dono ber> conueneuole al voiìxo merito i ^ 
lete |come humana deukte la morte ad vn Rè bciB 
W Imeriteuole delle vollre r>02ze. 
's? f* Ohimè ch'intendo , e fin doue qiirnqe 1^ 
cofl| fortirna d'vna fuperbainu felice Armidea.fe^. 
traqueil'ora,ebe prefema à Rofaura Fedei t-^ 
wiapiu rirplende verte ia finezza della fua^ 
fede • 

Oh Dioiche rifoliurà r» fcnto morirmi fra la 
jpcmcel timore; ma auuenrurato ladislao^fe 
^on quell'aureo cerchia incantcìà Fedele lo 
jpietató cuor di Rofaura . 
y P^^^c'P-c ài Saetia di già mi fon dichlara- 
a a fufficieiua^ non so ab^icinarmi ignori d'- 

vna 



le» 



ATTO 



vna Corona y come volete d'i bel niiouo r ? 
prona delia mia co(hnza ? Voi v'ingannate j 
Tambicionc di Regnare vien da Ròfaura c - 
peftrata. Quefta Corona , altrui vien dal C['l 
dertinata^ altra Regina più mericeuole à St Ji. 
fi conuiene • m 



Mé, Infelice ,e che afcolto I fe fprezza co Tan r 
dVn Regnante il Dominio d'vn Regno> ce - 
uien crederla di macigno» Ahfperanze vi 
m'ingannate • 
/«/. Mifera> e che fento ? fe Rofaiira rifiuta I: j 
Corona di Polonia, fegn'è y ch'afpira alla - 
gnoria di Fedele; Ah forte tu mi tradiiU* 
'fed. Se Sua Maeftàhà commandato prefent - 
nela>e pur mio debito vbidirla • ti 
JP?f^;« Efeil mio cuore non la gradircele pur n i 
obiigatione di rifiutarla» Fedele fentite,e qi - 
sii rifpofta^che mi fi diltacca dal cuore per 6 • 
j)re vi s'imprima nell'ani^ia:più ofFefa mi chi . 
> jnerò neirauenire della voftra diffidenza j ci t 
fe voi mi riputafte per Ogetto degno d'olti 
gio : A che tentarmi di nuouo^fe poco anzi 
ortaggio della mia coftanza depoutal (bencl i 
dipinta) me ftefia nelle voftre mani • j 
JFed* (Ohimè già mi veggio confuto) , e ver<| 
che col pennello della vortra lingua mi dipii 1 
gcfte rinterno del voftro cuore, ma perche | 
fi ofiinata Madama à gl'afretti d- vn Rèch€.| 
v'adora • • ! 

^ren. Domandatelo à voimcdefimo, chcfcte I 

cagione dell'oilinationc • 
^'d. (Principeffa mutate falche qui S-M.) fori • 
perche di fouerchio. v'attedio con k mie pn 
ghiere ! compatite di gtacia fe fono importt * 
no; chi è faiHdIto è faftldiofo • i 
^^i». Il Prencipe di Suetia hà lì gran domini ? 

topra 




P; R IMO. 79 
fopra il cuor di Rofaura , ch^ per nliin conco 
può renderfeli rediofo con fiioi difcorfi ; l^u* 
lupplico bensì à mutar raggionapnento • 

Amore ò rendila pietofa^ò per pietà toglimi 
la vIt.T • 

^f' (Ge.^ofiaò dona pace al mio cuorc^ ò coa-j» 
la morte coglimi all'aftanni' ) 
!i5)Co|;\^^. Non face Madama j che la lingua tradiichi 
il cuore> mi conofcerò poco fauorito della vo- 
ftra gr^cia fc a fauor del mio Rè non gradirete 
iitafa|le mie luppiiche . 

en. Ami vi replico Fedele^ch'eflendo affala* 
tó Signore della mia gratia^ non poflb coni- 
?bf| niunicarla à b.M» 

fd, (Oh Dio aiiercitc il Re è prefente ) vole- 
te dirmi > che fc ben fece afToluta Signora-» 
della voitra gracia ? cioè fenz'impegno d'altro 
:pc[i| affetto 3 non fece capace dell'Amor di S« M» 
(nielli (foccorretcmi ripieghi^ io fon perdutd.) 
it)^* (Stimo à propoliro di fiielarmi ^ &àvlua^ 
voce porgerli q:ielle preghicre>che/aprà die- 
mìi tarmi Amorcf non può fiamma fcourir chi non 
btucl I fente (Ladislao coraggio^} m'inchino ofle- 
quiofo al merito impart;ggiabile della Prenci- 
cv»a tpefla Rofaurajchc con la Maefèà del fuo volto 
i\Sii \\ii fa tributario l'arbitrio del mio Scettro « 
jerìi icon queirhumiltàj, che m'impone la Signoria 



d'Amore , vengo ad afcoltar dolche lifponde 
alle mie giiiile preghiere • 
fn. Sire il cuor di Rofaura non ha linguaggio 
baflante per renderli gratie delPhonori, ch^ 
^,)fj |sì generofamcnte fi degna compartire ad vna 
fua fcrua^ma . ... 

h ^ Piano Madama , non pregiudicate col nome 
li ferua chi Cui Trono del mio cuore impera-» 
iille mie voglie • 



^ A T T O 

fren. Datemi licenza vi jjrie^o , che quella vo 
ta VI parli alla faclata,e con libertà: Conofc 
non elTer piccipla ventura il meritare d'vn JR-. 
fuo pari i*Amore,e l'honored'vna Corona., p- 
però io non penzai mal d^efler fpofa, ne l'ani " 
mo mio è capace d'afpirare alla grandezza^ ch^- 
d*vn Trono , perche <:ono£ce ia fua dcboiezz 
fiel meritarla . 

i^i^'d.^ <MagnanitnitàammirabIIe,chc lauuiua k 
mie fperaazc^ ) 

(Sentimento ingiuflo, che conferma i mi 
ipolpetti . 

Semenza Inhumana , che mi condanna aUn^ 
tnorte , voi troppo crudelmente ò Kofau 
ra « * . * ^ 

Vnn. Fermatcìii ,^ Ha effetto di voftra gentile; 
^a, ch'io termini larirpofhsacciò intendiate 
à pieno l'animo di Rofaura; Come mio Signe 
te vi proteiierò jii oqni tempo vna perpctu 
obed ienza j farebbe facril^io^ non amar il fu 
Rè ; Come Amante non porto; il mio cuorc-^ 
eh r nemico d'amoì e Jo prohibifcc; il mio de 
aiierito,ch'è incapace di tanca forte Jo conten 
dejcontentateui dunque di f|ueIPo/reqì)io>e d 
^iìeii'affetto>che mi detta rhumiltà , e la ma i 
•ddtia ;F Amore dcu'effer libero^ non forzato i 
prieghi> luiinghe 3 offerte non fon'armi da di J- j. 
À'occar'vn petto coftante ^ da vinger'vn cuoili»,,! 
generofo ; hor dunque qaictateui Ladislao/in-l: 

Jwintendetemi Fedele, parte. 
/. Reiìo piena di confufione, parto colma di 
gelofia» 

BJ^ Quietateci Ladislao ' intendetemi FedeJe i „ 
Ah SI t'intc/e Ladislao; f\ quieterà siy ma fra hk ^ 
quiete d*vn fcpolcro.H pure farà vero ò Dei-i 
tà di quell'impero protettrice > che ranìmu-ji, 

d'va f 



trao 
E 



-'ZI 



mie 1 



P R r M O. 8c 

^vjildiVn Regnante debbia confeflarfi mendica tri 
ictle grandezzce non mi ferua la Coro na Reale» 
" tìche per farmi fentire piùpefance le mie fcia- 

■^KUgure ? 

' ' d. 3, Amore ò Sire èvnaDelcà capricclofa, 
che fi pafce di Itraiiaganzc ; e dVopo, ch\'\^ 
ftomaco innamorato s'accomodi non meno al 
freddo del timore y che al caldo delle ipcian- 
i^/c,2e. Amore opera in vn'i'bnte; all'hoi chc-> 
più fctnbrano fecche U: radici d'vn cuore Apù- 
tano ben fpelfe le contentczzw: mio Rè noii^ 
difpcrace * 

> La volìra pietà è vn lenlciuo , che mi con- 
Fórra, mU'ollIoatione di Rofaura è vn afprex- 
zanche mi martora • 

Lacontinuatione degrofTeqaij d'vn Rè j II 
^ j merito di Ladislao non può trouare impene- 
)m crablle il cuore d'vna Prenclpcfla , lo Creda à 
:fpctii|à me . 

E pure la mia difgratla fà mentire la verità, 
':oìU e probaDile Pimpoflibile . 
oJe i. yy Amor fenz'arfanni è vittoria fenzafudo- 
mi \ri-y i colpi replicati fanno cadere ocrnlpian-^a, 
,e|penche roburta ; fi fiipplichi vn*altra voltai; 

ione airhor che fi moftra fulminante più ne- 
?3i||cefi]ta alPadorationi . 

Son ficuro di rtuonarlpulfa . 
► „ Confoiateuijche non Tempre hanno vno 
ato le Stelle • 

Ah che le fcorgo fempre fiffe al mio male. 
• )> Serenateui non fempre farà torbido il 
^ielo con vn Regnante . 
il yy Ai fuoi fulmini ftan più fogette raltezze» 

!• Che farà dunque Ladislao ? 
(f< I Che farete Fedele ? 
.Ff^ Yiuer^mal concento • 



105Ì 
là 

T CI 



„.!J)C^ 

0^ 



s% A T r o \ 

yy De gl' Amici è comun Taltrui tormento • 
Rè* Morirò dirperato > 
3) Calcitrar non fi può conerò del Fato • 
SCENA XXI V* 
Carina, Napolitano , e Letterato . 

S^E' cieco /:/niore,che merauiglia,fe fon cied? ^''^ 
gl'^imanti !oh come dal defiderio di miri'""^' 
quel foraftiero poc'anzi fpinta efpofì à gran. ^ 
periglio rhoneftà mia .La donna per confei 
35 uar la Aia continenza è neceffarlo , che «^^hl-L 
3, parta dal proprio tetto> le mutationi d'/j^ria,||^^^,, 
jy furon Tempre perniciofe . r ^ 

Nap» Gira^ reggila, vota^reuota) ncoppa^abba** ' 
fcjo;dinto>fora;mà vhie beccola ccà ? Padon^^ 
àttè dalle ncuollo* Ma vedite> la fongo iiitR 
afcianno commo à cane de caccia, e fo fcolat P^^^ 
comm*à nzogna > e mò mme vene de botta Ir _^ 
friddegliaccio ? ardej>e gela^ ©fa^ e teme va. 
^y cuor amante* 

Leti» Nil viriate Atnabilius confiderò con CiC( 
ione 5 e con Seneca confermo 
tf/jf mriìis , tfoluptas bunìile , mà chi è cortei/ r , 
volto parml Venere I deh come in Varfaiiia»' 
fe nel terzo Cielo hà la regia > 

Cari Oh qtial dolce diletto mifento nel kwv 

. cjuado ne vengo à refpirar tri Taiire di queft 
ombre romite le mie affannofe cure. 

^ap. Cheira hà befiiogno de curel quanto vu( 
nguaggià D.PacioVie cà ft'aiero de PoUonia, 
non è lubreco . 

£ar. Ma di che m'atirlfto / Petà mia ftà fui m\ 
ligio, nelle guancie mi pompeggiano le 
«e fi fcorgono riighe,che mi dinotino in que.p'»f 
le Tuie del tempo il debito contratto con i li | cor 
ftri , fempre potranno germogliar fiori finch' ' 
i folchi della fronte noa liuoìtiao il bel can 
dorè . 



m 



da. 



riiie 



P R I M O. ^ 83^^ 
.ffr. Oh leggiadra beltà quanto più la miro, più 
i'ammirojìU faldo Senofonte, non riguardar- 
Ja^confcio con Propertio : qtif yidet ts peccar, 
qui non te vtderity ergo non cupiet : Non iniia- 
ghlrtene> Stgna amoris ex An/ìotUe junt y aii^ 
de* quem cupide]^ freiuenter ajpicer e, fentirt^ 
j.:, [ nejcto quid Juauitatis tn corpore;ondt col Taffo 
J ■ vn sò che d'inufitato, e molle par che nel du- 
' * ro petto mio trapani . Ah che me trahit hmc 
virtusytllinc vtrtuti inimica voluptas. 
^ap. Horsù Pacione fà corazzone , Animore è 
[, lengutOi chi fà paffà lo tiempo, chiù non l'ha- 
p uei tiempo perduto non s'acquifta male, ca-^ 
|, comme à bìento vola. 
^^Aar. Non deuojattriftarmi^che mi fi proroghino 
'^^.\ fponfali; quei godimenti riefconopiù dolcij 
■ che furon combattuti dalla tardanza ; nelt'at- 
tendere l'opportunità guadagnerò veneratio- 
ne nel numero de'feguaci. Megl'è afpettarc^, 
edefier Dea con l*adorationi dipiù corteg- 
giani,che maritarmi all'affetto d\n folo. ^ 
ett. Hor via Senofonte^come fagglojche fei nò 
la mirare , ^i nefcis oculi junt tn amore Ducei, 
dilFe Propertio^e t'ammaeftra VlzxxtOì Amor ex 
vtdendo nafcitur mortalibus • Perciò Ciro nie- 
gò di mirar le bellezze di Pantea > più faggio 
d'Alefandro,cheper vagheggiarle Perfiane-^ 
gridò, Perfic^ puelle junt doiores oculoram^ ^ 
Democrito , perche dagl'occhi nafce il cieco 
amore , rifoluè difuelier la radice y expenus 
jiim ex patte oculo puerum Q<^Qum nafci 3 ewn^^ 
Cecus vincere j'perom 

ap. (A la guerra d'ammore ngè vò anemo y e-* 
core)Signora mia eco li precordi) de le vifce- 
re del mio ftufaco fecato, & infuocaco cuort^ 
riueiifco il Tuo bellone me gl'inchino- 

E Car. 



lOttli 

neìi 

iCc 

iel! 
[li 



li)* 

'ca! 

itU 



ATTO 

Car^ Forailiero audace per voftr'aftari ; lo foa- 

don ella di Corte, non qual forfè credet- . 
N^p. Chimo nopoco Regmellamb , ca p'ad 
dommanna mercè Segnoria non s'aftenne\ch 
t ha menato à prete; fe fite femmena de Cor 
ce^folon effere cortefe le Cortefciane; Vofci: 
no nfc nfadeggia/io fongo ccà pe ve feruir^ 
a pedeied acaiialJo» ^, 
. Len. fh^con ragione Maffimo Tirio chiamò olitf 
occhi «rada della bellezza ; Filomene diff^, 
3> che fi vede plima.poi s'ammira, indi fi genen 
93 amove; Seneca denominoili Guida amorofa^. 

Luciano gradi d'amore, e Platone, vuol, ch^ 
9> le ferite de' fguardi llano' fottiliffimi raggi,che 
9y da^gl occhi penetranza] core, ond'à propofito 
>^ dihe l atio. Amor enun per oculos amatorts 
yjvulneri adiium patefacens iti animus pmetrat. 
^'ap. Horadeciteme, non ve fia pe commanno, 
«he penzaueuo vuie mò nuance fola folella-i,: 
teguarde fto sfonnerio de bellezza, penzaue- 
uo à gnamamma^ò à cacata cofa. ^ 
Car. A voi. 
^ap. A me ? 

Car. Che importa faperlo? non v'è maggior im-l 
portunità , che fraporfi alla confidenza di cii^j 
non vi s'hà domelìicanza. fi 

Lett. t^ìd Loquoryaut vbi fum>qu^ mente infani^n 
fnutaty dirò col Mantuano, & efclamerò con-# 
Oratio,^^^^^ mefubripuìt mìhiyC col Petrarca^* 
foggiungp,che me ileflb perdici ; Ah fentomi i . 
amori s cogttatwnihus rapt.Onde ben diffe Ari- 
dotile: oritur Amor ex bono^ìn ipfogi^nitur ad/ ^' 
mirattoyab ammiratione producttur compiacm^ 

^3 tia^que nomen fortitur amoris. \'^^P> 

iV^jp. Saccia Vofcia, la qualemente cofa haggio 
laffato NapoIe,chillo bello Parauifode Talia 

pe 



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pe: 



HOC 



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lene 



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PRIMO. 

pe ftoPa'iefe vuoilo , e' Uà pe rammore mio 
:iv*.^ fparpeteiaiuiio tutte chelle perchiepetole dc^ 
n%. lo Mamracchio,e vofciaccà ram^^ fà la conte- 
it ,clii gnofa,e mmefauta ncollera? che t'hagglo cera 
■ Cor-, de papato ? 

Vcfcfi'^^r. Il trattenerfi m familiari difcorfi con fora- 
luu, ftieri non è per quelle donne mie pari, ch'iiaa 

per Idolo l'honertà- 
i)2ll^ajj. Eh non ghire frate eco tanta dicome 3 
diffete? faie che biioie fare,penza de troiiarete 
no bello gioueniello, accofsì comm'à me pe-/ 
marltojche te voglia bène de core; e fefapif- 
fe nge nn*è vno..«(mà oh porta mò mme vene 
lo friddo^ e la freue; Amor che lega il cor, le- 
ga la lingua.) 

Oh come dalla tomba fpirante del mio pet • 
to> oue Amore per tant'anni giacque fepolto, 
hoggi à i raggi di collei^rinafcc Fenice; onde 
con rai^gione la Profeteffa iltruendo Socrate 
de' fecìeti d'Amore,gli dilTe, ch'amor dormi- 
ùa fuor deiraltrui porte y ad/oras tn via dor»^ 
miens jub die^ e quali fono le porte del corpo, 
le non gl'occhione auuifa Ariftotile; Onde co 
Virgilio efclameròjv/ vidhiS' fery^ vtmc ma^ 
ius abfìuVtt etfor. 
^ap, C^hdiammate, e comme fongo à lo fpre* 
pofcto vergognufo,ng*è vno gnorefsi,mà non 
fongh'io,lo qua e per voi fquaquiglia, e fqua- 
glia, nghiettechefce, e fmacera, fpanceca, 
fponccca. 

^ett. Al parlare del Napolltano^par che voglia 
farla accorta delPamor mio, oh bene > ad con- 
tTAcium Am(xntinm mediator requfntar- 
V^^p' Dico,che feVofcia foffe cchiù faputacler- 
•?io f lalfarrificuo fcappare Ila fciorte , ca 

; veramente è n*hommo, che mraereta , e nn'af- 
I E z fctto 



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inno, 

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fette ve vò bene affale 



acc( 

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Leti. Oh verojoh cavo amico fenza priegarglle 
lo s'adopraà mio faiiore^ lafcierò^fare fin 
qutptraltumfacitperje ipfum facere videtur p^'t 
La nfonomia di coiìei denotar ad Amorem opù 
^ mam animi difpojiitonewyc m'anima Gioiienali 
§y che rarafit concordia fortn.^y ^ pudtcitta e"* 
vederla in ftrada mi dà molta (pQvatìza;Ca}ar?. 
pudicitiam feruat domus. 
^ap. Segnorella mia ? 
Car. ConofcOiChe m'ami. 

^ap. (Oh bene mio mò fe fommozza.) [ (,r, V 

Car. Perciò... t. 

Jt^ap. Decite apprieffo, Vofcia le parole le faci- 
te afcire pe fci ettorio. 

Car. Perciò ti priego 

Lett. Che dirà afcolterò attentamente y vigilane 
j> tibusy non dormientibus fubuenit Amor* { 
i^ap. Sbotta mannaggia Apollo ca mme tienc->< 
à la corda , e fe haie voglia de vennere le pa- 
role , mettimmonge Pafìlfa tant'à grano , ca-ji 
bello te le pago nnanze^e abbottamenne. . „ cif^ 
Car. Che quando fauellate meco.... |„oiii 
^ap. Sì bene mio fpapuraca mò fchiatto. 
far. Non mi parlate d'amore > ch'il vieta Pho- 
neftà, il repugna il mio genio y la mia qualità 
lo contende,intendefte? , 
J^ap.^ Auzatc da ilo nnietto?mò haggio pigliata ik/ 
chiunzo^mò si ch'haggio nfertato à figlie ma- 
fcole . 

I^w. Hora conofcojch'ancor Giunone sà vibrar 
fulmini^er luno fua fulwtna mittit; ah dirò col 
Taffo: par che minacci, e minacciando alletti, 
hor che farà quand'vlail vezzo:>e'I rifo ? 

Car. Prima mi fulmini il Cielo, m'aflorbifchi la 
terra fant^honelià, ch'io le tue leggi oifenda ; 

la 



bt 

Un 

» A. 

Hip. 



■alili 



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lalit 



PRIMO. 87 

la mia piididcia , che s'è laureata In ogni teiiv 
po tri fulmini dei fenfo , vuol trafcmar i iuoi 
Trofei fino alla Tomba. x, r . 

f^ap. Sò cofe cheffe che fe dlcenó7 no la tacite^ 
accofsì cremmenale,non ce mettere la pezza a 
irhuocchle, lo mafaro à Parecchie 3 vedite-^ 
-^omme ftà vocca è fatta na carcara , comme^ 
ft'huocchle sò fatte doie fontane 3 e comme^ 
lè'armafparpeteiapebuie , calamita de Ilo fe- 
cato,fcippa core de ftò piecto.popella de fta-» 
vitale bàfcorrenno. - 
Zar. Hor fe dunque m'amate , offeruate quante 
v'hò detto .1 decreti di chi s'ama fono leggi 
„ inuiolablli à gli amanti; amai'honefta mia-*, 
,^ s'amante fei. . > , 

Nap. Chilleto à rreto Regma mia^no nne parlo 
cchiù pe ciant'anne, e pe te fà à bede 3 ca 
fongo fchiàuo à bacchetta 3 mò te voglio la- 
flemma li vlfche d'^mmoret ^ 
Jar. Hor quello luoco non fà per me; togli via 
» l'occafioni 3 chi non vuoPinciampare ne' pre- 
cipiti] ; fattofi medico l'honor mio mi confi- 
glia à mutar'aria^ 

3, Che fi conferua ben chi luoco vana. 
SCENA XXV. 
Napoli iartOyC Letterate^ 
k Mraore caparronc. {A^or. 
>€tt. /\ ^more benigno^i^f^^r tot Numma Vms 
Nap. ^mmorehommo da niente. 
Leti. „ Onnipotente ^more, orvma vtncH amor. 
ìNap. Tu sì no gultto^e farraie fempre guitto^fc 
i bè campafle ciento migliara d'anne. 
\L€tt. Tu (ei Nume de' Numi , ^mor generofo, 
„ Amanttum efl auxiliator Amor. 
Nap. Mà ccò chi sbraueio,dou'è v^mmore ncop- 
p'à cccere ? hora core mio bello .... mà dou'e 
li j ghiuta^ 



,iaD 

iop 
toc 

ird 

r.;- " 



, atto' 

/-^/.Deh caro amico,CLi che da te lìelFo c^accince 
^1 a mio fauore.hor che te „e ^congiuSpo 
gimi aita ; nella lege Pamphilio Àsjfenl 
3> / ur fr^jìare operam Amico fuo, alias non bo 
yy nus Amicus. ^ - 

1 haue arrobbato>^h mariuolo cano tu vai<i^ 
mutanno colore > chiifo c lìgno de fraudé ? 
/. :^,gnum defidery efi alp.éìum variare colorU 
tT/f'"^ ^ proposto diffe Virgilio,/^»*, tur- 

?no2 ol" ^^^""'^ ^ Senofonte hà perduto il 
cuore. Uh c^rf i-^.-jay ««^^ /-faw^irf £rW«/.rÌ- 
torna a ntornarm'iu vita. 
Nap. Hora chiffo farrà n'auto dianimate , quan- 
to vuoienguaggià ca fto viecchio è nnammo. 
rato porsi de Carini? Sio Letterato mio bello 
te tolle trafutoncuorpo lo ffuoco d'Ammore,' U'/- 
ipapura eco Pacione tuio;animore,e rogna aó " 
le po nnafconnere. 
Leu. Male Amor fi nafcende, dìKc il Taflb, 

COI t-icjno foggiungo; ^uis enim cdet Amorem^ 
y> Amico non te'l niego^che Lmceos oculoshabet 
,y amu„ia,^l parer del Petrarca; anzi ti confef- 
lo incenerir tra le fiamme. Jn mirar quella dó. 
Klla (ahi vi/la J ) tofìo perdei il cuore; onde,. 
j> contermaro col Fontano brtut mommto ernie. 
)y quttur Amor, ■' 

Oh potta' E non te verguogne Sìo Afeno 
fonte mio,ch'in chelFa età fe dica.ca no Lette-v 
rummeco corame à Vofcia fis linammorbato? 
lem. mutapenzieroisì quacche berrillo ?non 
SI chillo de mò nnante, che faciue lo Catone > 
VI ca fe nne farrà la farza pe Io Manno, 
-«•w. Amor non vuol cópagni nè configli;afcol- 

ta 



0; 



PRIMO. 

...^ n ta BoetIo>^«// le^ e dedtt Amantihuf^maiQv iex 
:cioce*^ ^wc/r <?/?//6/;fpiacemì che tardi conofco amore, 
o,poF. ed hor conuiemmi fofpirar col Talfo: Ah fiifs* 

10 pur fu'l mio vigor de-ranni; Ma odi il vo- 
to che fò i nunc tibipromitto Jemper am.ire 
pido; e fe dice il Digelto de edilio ediClo> 

lochi»! niores junt hahil'sorts ad quoicumque arti/icm , 
vaio ,, ^^^"^ jhies y Io non fon per anche de' vecchi 
' } del Paefe^e c6 cortei fiiperarei Hrotimò, ch'ai 
W riferir del Petrarca ftpangentos fiUos haùinjft^^ 
traditur* 

Wap.Anze sino Gloueniello? nzomma ogn'vno 
fe perde ncaufa propia^ va te mmira à lo fpec- 
■chio;chelIo che non te dice lo fpecchìale^non 
te lo diceforeta carnale ; non bidè casi tutto 
iàcheacojlo nafo te cola à pefciariello:>rhuoc- 
chic fongo chine de manteca, e n'è buono ha- 
uè fciamma à lo piecto^e neue à lo carufo. 

Vlui ingannato? il Monte Etna affieme fer- 
ba con le neui le fiamme ; coniìdera , che {i^ 
Amor nacque col Mondo è vecchio Amorc-^; 

11 mare ali'hora è più fiero, quand'è bianco, e 
fpumante • £c appunto conVil vino dalla vec- 
chiezza prendo il vigore. 

Vap, Retrucco argomento^Io vino quanno fa li 
shiure lanche dice couernamette ; e Vofcia-* 
non fe douarria alTommegliare à io maro ian- 
co,mà à lo mare ruflb, eco brcgognavete CcUj 
sin'hommofaccente,obertolufo, e cirche ire 
ngattìmma. 

E di che voglio vergognarmi ? ptidoru 
» caufa e/i culparum cogntcìo ; in che defetto > 
» Amor puichritudints naturalts efl appettius;odi 
> T ^muìhnO) ptilf-hriìuio ejì anim\ aUqua vejìts 
) zfrhana; à i minori>nò à Vecchi disdice l'ama- 
re, ctiilibst in^st hi^i^'crt cGHLUùinar/) n jijìt ^f^tnor 
E ^ annis 



co il 
ori 



Dino- 

Dorè 
'm 

em> 

ài 
3 dò' 



9^ A T T O 

annu , vedi !a lege in filijs , nel DIgerto de. 
concubiru . Che poi fia biafmeuole al virtuo^ 
fo ^rarnare, farò io forfè il primo ? mi fia fciiCi 
in amar Delia vn Tibullo: odi vn Catullo, ^i^- 
/imi^l te Lesbia afpexi tcnuis fubhoria fiamm&^\ :> 
d€Mt; afcolta vn Propertio yCwnaprìmkJi\ ' 
J^f^ f^Jerum me cepit ocell:s;hQai U monumé-1 ' 
to d Ouiaio , at ttbì qui tranfis non fit grau^\ 
quijquij amafti , di cere najonu malliter ofa cu< 
bent.E Menandoro Filofofo>e Poeta per Amo- 
re non diuenne pazzo ; onde conchiuderò col 
iì Digeftode officio Pr^fidisj error commmis\ 
jaat luf» 

N^jp* Hora dato,e non condefTo^che Io viecchio 
J>ozz'amare> che pienz'effere azzettato? chelTa 
e na dura mprefa . A le belle figliole la vec- 
chiezza è fchefofa,e bonne lazze d^Ammore-^, 
non cegne de vrachiero; lalfa d'ammare.e ftu- 
dia.ca te manca tiempo,e forza; haie debole^^ 
io nieruode laguerra. 
Letu E perche vecchio fono, degglo più d^ogn* 
altri in amore fperare; odi Pindaro, ^ 
j> '^aj^neclutis nutrix;[Qnùì?\ztontyfpes cor nu^ 
trt€ns^jeneautemquefouens:(oi\ rifoluto gode- 
re,ò niorire,^^if?^^/ amoris funt non d^/ìfiere^^ 
yy qi^antumuis infurgant oh/facuiay laborej, ^ 
„ commoda non cedere^ che la difficultà crefce le 
' voghcin fentimento del Taffo ; e fe ella farà 
m^co ritrofa , vferò feco Pammaelèramento di 
Ouidioj cede repugnantij cedendo vtóìor abibif. 
Oltreché hò modo d'adefcarmela con donati- 
Ubvitimi approcci ad ogni femlnil fortezzs-^; 
>p afcolta quell'adagio;, p?junera crede wibipla^ 
cant homnesque y Deosque ; niuna porta èsì 
yy chuifa,che co la chiaue d*oro al fin nó s'apra» 
j> Onde dilTe Propertio auro pulfa fides . Inter- 
rogato 



PRIMO. ^ pr 
. ro^-ato dal Rè Filippo TOracoIo, fe vincereb- 

\:m be ilnemico.rifpofe, argentea pugna.telss,^^^^ 

JlciiU aue omnia vincer ;oài il Morale,««//^ 75^^^^^. 

lo,^ ^ c^//^ corrur?^pf non po^iv, tu già d 

. vn pomo d^oro^benche piidica.e fanta, coqm- 

^^ i. ftata Atalanta; e conchiudafi con Ouidio.^^ro 

viiit. } conciliatur Amor • 

^«g iV>. Sio Fonte de Lettere mio , non mmet- 
tare la repotatione de tanta vertute pe na Jol- 
Amo la,faie de Io Baiamone, e te pierde pe^a fem- 
roco mene.A lo fcotoleiare deh lacche t addonar- 
mii I raie s*è poruora, ò farina ; quanno larraie Ica- 
, duto , e fconcettato ntutto, tanno lo pente- 
Aio > .miento è fenza frutto. . 

,ett. E perche lon dotto , deuo pm d ogn altri 
.a^, conofcere , e ftimar il bello, ^^^r defidertum 
m, y pukhntudinis £'y?,c'infesna Platone ;aItro ooit 
è libello , eh' vna bella Donna, pidchrum efl 
, pukhravtrgo;t(\wd\ maggior beltà di coilei . 
à cui dirò,ricome Prometeo al raggio del So- 
le accefe la ferola ; cosi Amore raggi de gh 
occhi fuoi,accende la fiaccoh.-ondc a propos- 
to diffe Mufeo, iS-finmlexoculoruTn radysfax 
amoris ardebat . Dirò ficome Venere ne' lalli 
humori del mare hebbe la cuna, cosi Amorc^ 
fuo figlio ne i criftallini humon de gl'occhi 
fuoi hebbe il natale;onde diffe Scnccz.ex ocu^ 
lorum humoribus non ex maris fpun/u orirt ex^ 
penmur am or emé lfi^ò ficome al rotare di dura 
coteSterepo , eBronte aguzzano le faette à 
Gioue, così al girare de'fuoi begl'occhi, la-j 
bellezza,e la leggiadria fabricano le quadrello 
ad Amore;onde parlò à propofito Anacleóte, 
aureus in domino oculo injidtnsfiuptdo acuii Ja^ 
gittas • Dirò ficome il pulcino dello Sturzo 
dalle luci delia madre riceue il Icnfo e l'ali, 
fi 5 



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odi 

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ATTO 



COSI Amore da gl'ecchi flioi riceiie io /bJrto.e li 
le Piume ;oade à tal*efecto diffe Euripidc^JA 
Alas ab ocults mutuatur Amor.mì douc horaj^ 
rifplendera il mio bel Sole ? 
^'f^ Seppe mmò Io voglio chiari comm'à no 
iJciip Conte fto Letterato Animante ) Vofcia 
Ja vo ghire à trouare ? nò la vedice fermata ilà 
eco chella vecchiarda; oh potta farrà quacche 
rofteiana ? 
/-w. Da qui nulla difcerno ? 
iV^^A E Vofcia afpè , faglie ncoppa à fto deniic^ 
chiocca io te tengo forte^e ccofsi la vcdarrite 
ouono . 

f^Wt E potrai fofteotarmi bene? 
^^•Cf fi f"ffen'auto tanto > non te tengo, 
K colsi fufs'io fedel, come gagliardo) su miet- 
^tete ncoppa ilo denucchIo;tiemè:,la vide mò > 
Io nulla veggio:, efclamerò col Cotta y nil 
_uid€Oy cum te Lux mea non video. 
A'^j^. Horà fà nacofa/aglieme ncoppa ftà fpal- 
iSjC Ita deritto,la vide mò > 

Ne men Ja veggo;bifogna dir con Plutarco 
aiiuctnaturqutsquis arzìat in eo^quod amaf. 
^^P* Che si cecato? tiemè, vide pe chella via^ 
jtretta , sbota pò irhtiocchie à mmano manca, 
itnorce Jo cuollo à deritto, e pò grida ad auta 
voce^vien mi paffa Caronte. 
E perche deuo cosi dire ? 
Ca iffo fubeto vcne,e te dirrà:ben'aggla^ 
Appollo , vn {ciocco Amante,ehe fi rompa il 
colio. ^ {lo/d cajcare.y 

Oh Dioiche m'vccidefti^ohimè che doglia^ 
A chi Amore il legò.fdegno lofcioglia. 

f^Jing diU[Am frim del Fingere fer vincere » 

ATTO 



fti, 
pi 



^"1 i Rif fedele con in mano vn Scettro militare , 
Ar et ciucate Conjigltero* 



T T 

SCENA 



9? 

O I Ir 

PRIMA. 



'^On auguri vniformi al mio defio , ed al vo- 
^ ftro valore efercitarete,ò Prencipe Fedele^ 
il conceducoui fcettro della mili ciacche fe per 
Taddietro giàmai reftò vinto in guerra^ hor 
ch'è nelle voilre mani fempre più gloriofo 
germoi^lierà le palme ; Fidato al voftro fauio 
coraggìo,non men ch'alia certezza d'cfler voi 
rilleffa perfona di Ladislao hò ftabilito , por- 
tarmi in campo fenza appartarmi dalla mia^ 
Regia 3 d* onde meglio potrò danneggiare il 
nt-micoicon foccorrer'ia tempo a* bifogni.V oi 
all'apparir dell'Aurora vi portarete ne'confi-- 
ni del noftro Regno, e disloggiando da' noliri 
paefi il Dano, ou'il fuo ardire lo fpinfe> fpero 
vittoriofo penetrarete fin nelle vifcere della-^ 
Danimarca. 

tre. ( E fin doue con mio fcorno giunge la for- 
tuna d'vn mioRiuale>non refterà inuendicato 
TArciduca. } 
,€. Vanne mio Fedele valorofo diftruggi chi ti 
contende, mà -perdona à chi ti cedere con atti 
. cortefi accogli chi fi rifugia alla tua pietade-^; 
Ch'io dalla Scurezza del tuo gloriofo > e fol- 
lecito ritornOianderò con impatienza mifura- 
do quelli momenti > che mi dilungheranno ii 
godimento della tua cara prefenza. 
'ed. InuittilTimo Sire immortali gli rendo Ic^ 
gratie d- vn'honore> ch'il piccol merito di Fe- 
dele ili gran lunga eccede; Qucfto si gloriofa 
E 6 Scct- 



r 



Iti. 

itli 

IlO 



94 ATT O 

Scettro.che mi viene dalla M- V.fidato,ferbe,i, 
ra 1 vfo vittoriofo di quella mano inuitta.ch'à , 
me |o diedein*anderò doiie V.M.m'impmie^. 
Cd in voftroferiiigglo le più dubie imprefe mi M 
rmiciran pm care; tutto farammi oprare il vo- ,i'o| 
ftro cuore^che nel mio petto comanda.In bre- 
ne fpero nel Settentrione s'accrefceranno à 
noi le glorie,à Ladislao gl'Imperi. Vedrà ben 
tolto rarditoDanefe quanto à prò del lorSo- 
Urano fiano fidi, e poflenti i Polacchi guerrieri 
l i; ed in me fcorgerà il Mondo; che può zelo 
9> ci*Aaior,defio d'honore 

33 Spirar forza alla man^dar fpirto al core. 
^rc.(Di gelofia.e d*inuidia fcoppio.)Mio Rè co 
vofira pace direi>che di perfona contro il Da- 
>j non'andaffe laM. S.; queirimprefa parmi, 
33 ch*habbia del grande, che lo fplendore della 
93 Real prefenza rende più riguardeuole , e più 
P3 chiara; le vittorie,che da fe fteflo il Rè guer- 
93 nero acquila , com'opre di fua mano gli fono 
33 di maggior gIoria>e più graditeci Pretigian- 
ne il rende formidabile , perche non habita.» 
mai le Regie, mà ne i campi con le tenne for- 
ma le Città. Cefare fempre vinfe,perche ven- 
ne,e vidde. 

Fcd. ,3 Idrafpe ficome il cuore immobile regge 
il corpose fomminiftra fpiriti vitali alPaltr^^^^ 
jj, menibra,cosi il Rè noilro cuore, fcnza punto 
partirfi dalla fua Regia ben può porgere à noi 
delle virtù fue le viuaci forze,ed il neceffario 
aiuto. Non è si formidabile il tiemico,che per 
abbatterlo fia dVopo il valor d*vn Ladislao; à 
93 più grand*aIma,opra maggior s'afpetta. Chi è 
99 nato all'impero il séno fol,lo fcettro foloado 
,^ pra, ponga altri poi l'ardire, e'I ferro in opra. 
Ciò ch*è di già ftabilito ^ voglio che non fi 

muti; 



A 

Ri 

oir, 



SECONDO. 95 
'fli muti ; la più pericoloia pruoua della marina- 
■ , ria è il far'il Caro ; cioè volger contro vento 
la vela per tornar in dietro; e la più pericolo- 
fa delPagibili è il càgiar propofico di poi che 
, l'opra è llabilita. 
' 4rcé „ Mà feil pcggior s'abbandona è gran vir- 
i », tilde il variar péfiero.La voce del Rè nel Cà- 
" po più che il fuono delle trombe accende al- 
l'armi i fiioi guerrieri à correre alla pugna, ed 
ad abbandonar la vita» 
i^kped. Arciduca il Rè non fù eletto per combat-. 
tere>mà per gouernare; nella guerra non può 
pugnar, che per vn folo , mà la fua affenza dal 
Trono fa hauer bi fogno à molti . Tiberio ch^ 
hebbe per Oracolo i configli d'Augufto fpedì 
Calligora fra* Parti ved Armeni;e nella ribel- 
lione delle Gallie fcriffe al Senato non con- 
uenirfi à Prencipi abandonar l'impero ; I Ce- 
fari non fon tanti prini di gloria che dcuono 
di peifona andar mendicando Trionfi» 
An: „ Prencipe Fedele li vincono di facile^ 
quell'Imprefe che u formano alTocchio del 
>, Capo . Mario niurù faa gloria ripiitaua mag- 
giore,che l'hauer apprefa la militi a nella prat- 
tica del Campo, doue più che con l'armi ^ va 
Rè pugna con PaiTiftenza. 
'R^. Augufto qi.ilto fu pronto^ e fiero nel Trium- 
uirato, tanto f j confiderato all'Impero j ftmià 
meglio nell'imprefe adoprare da lontano la^ji 
Maeftà ; DeiTì regolare l'impero con le mani 
del Prencipe , e col petto de ioldati ampliare 
laRepublica.Mà nò più>doue fi tratta di guer- 
re non fi deue far sfuggire il tempo fra paro- 
le.E voi CowGglierojCome cosi fofpefo ? 
ìCon. Sire fbrprefo dal timore di quella guerra-«>> 
che ben fchiuar ù p.^trebbe^ non sà darfi pace 

il 



:alìen 
)r!io, 
errie. 



9^ , ATTO 
il mio cuore; Confidero,che non fole hanere- 
mo nemico ii Dano,mà fcco altri Icranieri- Se 
i vicini confederati non haueiler tra di loro 
combattuti, mai hauerebbe Demetrio disfatta 
RodI,nè Alefandro Tiro>nè Marcello Siracu^ 
fa,nè Scipione Numantia > né /^uguHo Canta- 
bria • Oltreciò non mancherà al Dano chi li' 
fommini{ìri aiuto per Pefcmpio di Xerle , che 
fatto grand'apparato per occupar l'Egitto y V 
^teniefe fi preparò à foccorrergli Egittiani; 
perche quando Dado prefe i'Egitto.palsò fu' 
bito à danni deir.^teniefi. 
Ré. SiafiiChe fi vuole Slgifmondo vn tal timore-^ 
fe può turbare, non può auuilire il cuor diLa- 
dislao.Facci pur la Sorte,e mi fi mollri nel più 
perigliofo afpettojche apparir fuole; mai può 
i> fgomentarfi vn cuor inuitto. Vattene dunque-^ 
ò mio Fedele doue la noftra gloria t'attende , 
3> che del fut:uro è fol prefago il Cielo. 
Fed. Tolto Sire n'andrò efecutore d'vn'imprefa, 
che la M.V. faggiamente ha llabilita, ed vni- 
forme al voftro volere pronto mouerò in yil.^ 
la fpada,e'I piede. 
^cn.^ Signore di gratla fofpendete almeno vnju* 
^1 si frettolofa moiTa ? dall'imprefe grauidc di " 
33 fretta fogliono nafcer fouenti errori, e danni» 
Rè- Kacquietateui hornliai Sigi/mondo, e col 
fenno accingcteui à pugnare à gara deiraltrui 
mani; Siccome faggio v*hà efperimcntato in_# 
pace la Polo^nia^prouido altresì vi conofchi in 
cempo di guerra ; Date ordini fempre nuoui, 
inuigilate all'ammaffamento della militia; dì- f 
ftaribuite il prouedimento de'viueri; attendete 
ffillacura delPErarij,chc non fallifchino el bi- 
fogno. Andiamo. 
^<d. Vi fieguo(mà perGndare alla monc^Iongi 

da 



SECONDO. 97 ^ 

da te qiiefto generofo cuore già rifoiue morir 
fenza mercede^ 

Martire di fperanza>Eroe di fede*)^ 
on. Mal fà chi per capriccio opra> ò conten- 
de; colui che brama oprar fenza configlio* 
Diuien Fabro tal'hor del fuo periglio» 
SCENA 1 I- 
Arciduca fole • 
A H Ladislao tropp'efca al^fuoco dei mio fu- 
r\. rore aggiungi ? con ragione adunque con- 
tro del tuo Fedele butta fiamme Pimpatienza 
del mio fdegno^ e'I foftrirai Arciduca venire^ 
da lungi vn folle garzone ad vfurparfi i tuoi 
Amori , ed i primi gradi militar? fol douu- 
ti al tuo valore? Aqual fuo merito appog- 
gia Ladislao lo Scettro della militia ? rac- 
conti le fue imprefeji fuoi trionfi^ dimoftrinel 
fuo petto vn fol fegno di ferka?forfeprù di me 
gli fi conuicne>perch'è figlio di Re/ Ah che^ 
più che fangue Reale^virtù Real fi preggia— 
e forfè egli non sà, che i Souraai di Mofcouia 
conferuano il Titolo d'imperadori, e poi noti 
fon*anch*io del medefimo fangue di Ladislao ? 
fi gioca alla rouerfcia nella Corte >giìadagna«ji 
chi hà minor jpunti nelle carti; Il fole noo fòl- 
lena alle ilelle>che baifi vapori. Si sì farò ben* 
iod\ii si gran torto vna giirfta vendetta» Co- 
raggio Arciduca non fgomentarcì alla parris- 
litài e protettione del Rè ; non bifogaaaiiui- , 
lirfi per non far grande Paltrui fortunerll per- 
derfi d'animo in vn'Impfefa è dar' vn certa 
guadagno al nemico , è renderfi vaberlaglip 
' della fatalltàjanzi deffi più munir d*anlmo neh 
l^'incontri d*vna forte contraria ; la aatura fa- 
I bricò il cuore nella parte finillra j perche pli 
! cuore bifogna nella fiaiftra fortc^ che nella-* 



A T T a 

delira ; la fua vita non ftarà ficiira , tu!^ocheL> 
appoggiata in quel baftone;non porrò mai Ha- 
bilirmi il godimento deirinfanta^che con 
ftraggi, ecol ferro ; negl'amori liefcono per 
ordinario le determinationi più ardite;le gra- 
^, tie della fortuna di rado fi concedono à pu- 
fiUanirnij mà fempre à graudaci. La preftezza 
è l'anima de^iegotij • Su su dunque generofgt, 
mio cuore corri ardito all'imprefa; 
^ j E' gran piacer vendetta ad alma offefa. 
SCENA III. 
^apoltiano^e Faggio» 

JEfcic ccà fora parlammo d' amice 3 fenza da- 
reme la quatra> e dammo à ddoue tene . Oh 
bene mio^che gufto che nu'haggio ca farraie-/ 
cannauola. 
T^S* E perche Signor Pacione ? 
Nap* E lo Ddonno nge lo fcordammo? mà fcic- 
catejftrilla^datte à mmuorze, tira canee, rafca- 
gnate^mbrofcinate nterra^defjperatcaffocate. , 
P.-ig. E perche dico > 

Nap. Cafongonzorato^ e tu crepa, e fa fputaz- 

zeila ? 
?ag. Certo? 

Nap^ Certo ngc vole ? famme na fico fotta lo 
terraiuolo, acciò marhuocchie non me pozza- 
no; e à chi le defpiace Pefca la guallera. 

P^g. Elafpofa ? 

2^ap. Commesì nfempreconermozzcca ftodIto> 
non faic tu chella Pentapalomma de Carina-^, 
*che mme la voline fare de manose pò hauiltc^ 
?prodentia,vafl:a mò...» 

I^ag. Godo alfa! del gufto degratnici , e la dote 
fi potrebbe fapare ? 

J^ap. Che dote? te pare, ch'io nn*haggla de ve- 

. 5 fuogao? nò ng*è cchiù bella dote che na bona 

fac- 



liu 
'pei 



OS. 



SECONDO. 99 

Faccia,quaniio la femmena è belisela dote 
la porca da lafafcia; fchitto nche la vedetta 
nne pazzìaie y perzò decette lo prouerbio : ia 
1, bella zita nchiazzafeaimarnca. ^ 
^^•Oh fortunata coppiajrtnà ditemi quando ia- 
ranno le nozze^ da qui vn'altr'aimo ^> 
fap* Che anno > 

Dà qui vn\altro mefe? 
Chemefe? 

Da qui vn'altro giorno? 
, Che iuorno ? 
Da qui vn^hora ^ 
Che bora ? 

Che fuffero già fatte ? 
Aibò. 

ag. E quando dunque faranno ? 

Hà cercato no miezo fluarto dhora, lemi 
pe che ngeloddico* 
\ag. Tu farai prefto fpofo ? > 
7^/>- Quanto mprinima^ ca de lo imezo quarta 
nn'è fcurfo cchiù de n^hora- , , 

Quando fararti il feftinofarò delPmuuaci > 
rap. Tanto bello, anze tu fi ncapite lifta, e già 
ce puole apparecchiare à duie {guazzatone^; 
addoue ia Zita , e ncafa mia ; te lo dico accio 
, no fgarre lo mutto de Catone: non ghtrc ma- 
li ie doue non sì ramitato- ^ • r * 
ag* Farete grand'apparecchio ^ vi fara graju-* 
pompa; mà vi collera molto difpendio.^ 
7ap. Bafta.farraggiomutesfarze, farraggio co- 
ftritto mpegnaremequaccofa pre sfrogiarcm.e 
da la capo à lo pede ; mme voglio ire à faro 
fia rafa frefca, e da hommo de ciappa terareme 
lacauza, non voglio mme fia ditto , pideto 
mbraca ndozzana, megl'c dolore de vorza-j> 
3 de core-Fù no gran vozzacchio chi dicetcc, 

ha- 



loo A T T O 

habeto non fa Monaco y pocca à li iuorne 
hoggie s'honorano li panne > conime tu vai^ 
accofsi sì tenuto. 
Tag^ Hcr chi Phaucffe detto, che giongefte q 
feguace di Marte, & hor vifacefte d'Amore- 
verificandofi in voi quelPadagio:trà l'armi g 
amori; mà non fapete quel detto;non comin 
ad amarchi non hà fcherma; ditcme comefe ; 
profcifore di fcherma ? 
Njp. Pe te parlare da frate carnale > io de iìa.i 
robba nò mme nne rentenno , pecche nime s ; 
fenmto fempe de ftebranzolle, e li doieile-ì 
miele sò ftate, potta de mene 3 à bota vraccit 
focozzuncjannicchie, fcarcacoppole, fceruec 
chie^sbottorune^parapiette^patacche, manon-. 
m;:rzej,ntommacune>vrognoIc^ ntronamole^ 
ferra poteche, e chiechiare. 
Pr£» Mi merauigliojjch'vn foldato fno paride eh 
di frefco deu' effer fpofo 3 non fappi trattar ] 
armu'grAteniefi c'infegnorono^non doueilc- 
iiiun cafarfi , fe non fi foffe prima efercitato a 
insitiero dell'anni ; cade fe volete à quelle 
punto ve i*infegaerò io ^ che benché ragazzo 
ne fon profeffore. ^ 1 

I^ap. Frate te rengratio , e te nne reftarraggic 
miitoobrecato ; veramente li figliule fanncj 
cchiìi piacire de li viecchie; già ch'haggio 
commodetate nne voglio pegHà iettione^ca— 
fe bèsò groirolillo , e l'aruolo non chiegasN 
ntoftato,nè s'addomma cauallo ch'è nuecchia- 
^, to; ogne picca ioui ; e chi piglia non fecca. 
tag. Con voilra iic^nzi^vado dimque à f rendei 

le fpide da gioco. 
Nap. Hora mò^ che decerranno II cortellelatim 
de Nàpole? quan-io faparranno cà lo valentif 
feuio Pacione fe concia l'arme mmano ^ trcm 

marra 



SECONDO. lof 

^^l^ marra de fte branzoUe ogne fmarglaflb? che^ 
^^^'] ftruppie,cheacceraglia,che fcamazzo,cfee llre- 
iieriojclie fcannamiento^fe vedarrà; cierto me 
5| faranno prillato de fpara. 

Ecco lefcherme:,hor prendete la voftra.c^ 
■^!S' ditemi, che volete prima infegnato di fpada-» 
7' fola,ò di fpadajc pugnale . 
f*!/'. Mprimma, eantemmonla abbefognache t* 
hagge paclentia j> fe te farraggio mute nterro- 
gatoriejfcufame fe te farraggio «a zecca à i'au- 
recchia^ m mofca à Io nafo, ca pe ttè ngè vacc 
lo nnore ; non correre à mmorrare^ la gatta-j 
pe la prefla fà li gattille cecare • 
ig* Horsu à noi . Sappi in prima, che Io fcher- 
mitore deue hauere Tempre in giro la mano > 
e'I piede; deue faper bene oprare le ritirate-*, 
. .eie finte; deue mouer ficura la mano à hiiv-t; 
'^^cnj quando fi temporeggia èdimeftiere metterli 

ili mifuni per conofcer'il tempo>e*l moto: nei-» 

Ja fcherma mai deuon*andare in vn^iftelTo fe^ 
gnol'occhio> e^lpenfiero; Jafcaldrczza dwi 
Io fchermitore deue cennare vn luogo^ma poi 
ferirne vn'altro. 

ap. Hora lloco te voglio ? lloco fammenne no 
treccalle, pocca fte reterate, ftefente^fti riem- 
pe, fti moti, e iie cufece falate non faccio doMe 
[O'^lllacenode cafa. 

Q«efto douròinfegnart'Io,attendij Venuto ■ 
tu al martial Agone in ce ft^llb raccolto coru^ 
i\U-|atti varij, con guardie nuoue,con fommacau- 
itela,e magiftero muoui la fpada. Hor mollra-^ 
fcouerto il fianco e poi chiudilo in vn tratto; 
hor con larghe ruote aggira i pafiì, horcoru^ 
Veloci piante fpingi ij ferro,hor con lieui fai- 
ti fchuia la ferita ; hor tra le punte de' brandi 
Cerca aprirti la via^ hor rintuzza con la fpada 

la 



lellai 

Ut 
accie 



ilor 

ilS( 
iid 



Toi ATTO 

lafpada nemica^hor ti rannicchia^hor t*inalz 
hor ti copriihor ti moftraj hor fali^ hor fiigg 
hor c*incaIza,hor t'arretra>hor fiegui ) hor c« 
di, hor baflb^hor alco> hor^fuor di tempo^ho; 
à tempo. 

I^ap. A riempo vada Vofcia fio maftro mio? ni< 
t*auco de cheffo haggio da fare? guant-amtiej 
mpizza^io mme fcaco à la primoìkT 

P^g* Non ti fgomentare? ogni cofa fi principia. ^"^ 
con difficoltà: poniti di quefti^ pianta; hor coi 
con furtiue entratccon fubiti trapaff^con toi d^'^ 
tuofi giri, con raddoppiati c4lpi> con finte oiff ^ 
fefe^cambia mille tentatiui> aditi nuoiii,niot^H'^' 
<:enni,vrte,j: TntejtagIi,forme,fiti; fchermifcl 
jprouoc3,ripara,deIudi,inganna ,impiaga,tron I 
ca,fquarcia>abbattÌ3 vccidi; e cosi toglierai al V*i 
nemico la vittoriane trionferai di fua vita. 
J^ap. Proprio nò nge vò auto de cheffo v chiane 
no poco ca chiffo non è flurzo da fchiudere-j^*^ 
eco Thuocchie , nò è mofca da pegliare nuuo 
lo,nò è carrata Cà fe fà co io shiato , ccà ngc- 
befogna fale à la cocozza > co ia frenima cam 
inarata > 

:,ì Chi vace adafo fà bona iornata. 
SCENA ^IV. 

Letterato y e detti, 

OH mlferia de* mortali,e quanto fel lacrime- 
noie / s'ammaeftra anch*il togliere Taltrui 
vite. Hor si che deggio biafamare il tuo paz- 
zo rifo ò Democrito , ed imitare Eraclito ne! 
piangere Thumane follie ; fù lodeuole inftitu 
to della Barbara Tracia il celebrare col pian- jj^ 
to i natali.e coH'allegrezza Pefequie.Oh qua 
to fù faggio Erafto, ch'in tutto il corfo della-- 
fua vita rife vna foi volta , e folle il poeta Fi 
iiftone^ che mori per troppo ridere. Ben dino 

tò 



km 



don 



inali 
r.o:o 



)■ D/l 



orca 
'V a/ 



SECONDO. 103 

tò\\Y Aio pazzo humore Zoroafto 5 che in qnc- 
(lo mondo di miferie pieno nacque ridendo > 
facendo mentire quel Poeta, che difie TApre 
Phuomo infelice airhor:,che nafce, pria ch^ 
al SoUgrocchi al pianto. Ma voi deh come in 
si dannofo ftudio fpendete si foIJemence il 
tempo ? 

ag. Signor Senofonte filmate follia l'apprende- 
re vna virtù preferuatrice della propria vita * 
Se tal'vno ci pretendefle col ferro offendere 1 
noi con Tarte (apeffimo ricorrere alla difefa. 
ap. Eli Serpino mio laflalo dicere à ilo piezzo 
d'Anchione y fto caccialo à pafcere ^ fto ca- 
tarchio ^ chiafeo, vinnemalanne > fcauza cane> 
mmoccamennunoj vozzacchio y Zucauroda-j* 
Varuaianne, e attendimmo à lalettione nolta- 
//. S'io non mi ricordaffi della lege fi qua ^ 
idei digefto de iure fi/ci , ifbì rufiicìtate parcen^ 
dum ejì y ti caftigarei infoiente y balordo ; mà 
jbonus non efì^qui malos non folsrat.^^xcìò ti co- 
dono Tardire d'hauer fatto cafcare à terra il fi- 
molacro delle lettere.SpefTo i fauij dagl'igno*- 
ranti fono ingànati>e Tignoràza ogni peccato 
fcufa 3 tgnorantìa excufat delirium y offerua^ 
Bartolo nel Digefto ttjìamcntum ^ t-/ 
leggi Baldo de exQufattomhus , Buon per te-A 
mi ricordoj)Che la fortuna di Filippo nacque-/ 
'^^^^ gialla clemenza vfata à gP Ateniefi ; Arillidc-^ 
jnjj pon la clemenza rapì l'Impero della Grecia > 
plauio Vefpefiano fu celebre per la clemenza, 
' ijji i)nde i Rè Longobardi ji fero chiamar Flaui 
pij per renderfi beneuoli , e m'aammeltra Teo- 
jjjijjj |lofio; Sts plus in primtJy nam cum vincamur m 
ìmni muttere. Ma mifera virtù ben difll Erco- 
'"^e morendola! riferir di Seneca il Traggicojfe 
Oggidì i fanciulli à fcorno di Mcrcuriojh fan- 
no 



10^ ATTO 

no difcepoli di Marte ! 

Pag. Signor Letterato non ve ne fate le mcrau 
glie; noi altri ragazzi, che per anche non hai 
biamo peli in barba 3 douemo più d'ogn*alt 
fortificarci di fcherma, perche fiamo allo fpe . 
foaffalici à tradimento. Hor torniamo Amici 
alla noftra lettionejcol fuo hiimor Ikauagani 
non fi può confare la noftra giouentù.Sù via. 
alla guardia. ip 

Leu. , , Oh come diffe bene Terentio>0<//«^^» vt^^, M 
rhds parti ; e Marco Tullio foggiunfe molefi ilferr 
vetitas efi» 

i^^f. Cierto la vecchiaia fchifofa>e li belle gicjek/) 
iienieilc no fanno bona lega.Eccome ncampc 
guardarne puofto nguardia,che te nne par^ 
non me pienze no Scannarebeccha ? 

Certo ftupifco! hor via prendi quefta bott 
deritta,sù al riparo. 

Nap. Chìano, che itaie mbriaco ? tu sì Io marte 
e io paro li cuorpe ? non vide ca non teng 
pietto à botta. ^ ^ ; 

F^^. Fratello babbi patienza,queftì fono i prk 
cipij della lettione^tò riparati quefta finta, i, 

Nap. E n'auta vota mò?SoreIIo,che farrà la firn \^\^, 
te lì principi)' fongo accofsi brutte?mà chi pc| ^p», 

9i fce vole rodercjla coda s'hà da nfonnere, c- i^'J 

j> chi bello vole parere rhuofl'o Thà da dolercjipjj,^ 

Lett. Deh finitela non piìbperche non attendét] . 

93 alla Litteraria Paleiiraf ammaertrandoui Sene , 

li caj vmuerfa hominum vttavirtutts palejìra efi . 
^ viuere nonvidetury q^ui je in vtrtutum pale 
fìra non exerceu 

Fag^ In tempo di guerre fi tralafciano le penncy 
e fi ri corre alle fpade^che quefte più di quell , 
rendono gloriofi grhuomini» ^ 

Lttt- Ti farò mvUtirc da Cicerone^ che 

ce- 



liclni 
tette! 

idi 



m. 
te: 



j S E C O N D O.^ loj 

ìcedant arma Tog£^ dimolìran Joci qiial fcl o eco 
^' ^Licinio Cefare > che chiamò pelìe piiblica Icl^ 
slllettere, perche n'era i^norance ; Ma Roberto 
Rè di Napoli defideraiia più cofto perderli 
Regno^che la fcienza;i Tolomei,i Lagi,i Fila- 
delfi ftirofi più glorioii con le penne , eh' a Ieri 
Prencipi con le Ipade ; De la gloria fui polo 
>"^i^volon le penne fol fenza lefpa Jejnè mai vn_# 
paffo al volo dieder le fpade fol fenza le péne. 
?• Ma la penna mai ferme ^ fenon lafqiiarcia 
«^^fil ferro. 

ip* Hora chefla è lite de hna crapina. 
rt. Diuerfitas opimoms eft caufa /////jjdifTc Ari- 
(lótile. lo contro Tarmi di Marte àfauor del- 
le penne di Mercurio con le difpute in vtco^ 
delle disfide, dirò : più nobili fono i beni dei- 
'^toM'aaimo j che fono le lettere di quelli del cor- 
?Ojche fon l'armi : le lettere fono i ftromenti 
milidella giullitia , ch'è Signora della forte2za>di 
bui fon'iltromenti l'armi ; L'huomo peritarmi 
non difFcrifce da gl'altri animali , mà per Ic-^ 
lettere dagl'animali fi folleua. 

Deh che l'armi fon proprie de^ Prenciplj e 
e lettere de' priuati, e fon migliori i fatti de' 
'etti. 

35 Odi che ne dice Ouidio,^</yc(? tonai aru$ 
\iQueo Romana inuitus artibus ingenui Syquaefit a 
Idilli a gloria multa; Senti LwcznoiLaure a facundts 
^efl ederut armaTogan;A(colta GiouenaIe:w<i^/?^ 
uidem Sacrisyqu^ dat pr^ecepta liheUisj viclrix 
'jrtun<e japientta ; Intendi Claudlano ; emtfur 
Illa virtutepotejlas ; Odi Plutarco : magna tji 
Vtrtutts viS}^ magna apud omnes gentes; Senti 
ncmndro:Sapienf(ie pojffeJ]ìo diuitìjs pretiofior r 
f\fcolta Oratio, ad Jumtnum fapiens vno mino- 
^ft lottfi Ed afcolca Focilide; mcliorfortè efif^ 



ic 



m 



io5 ATTO 

piens vtr y e meglio ^delle tue armi fonde m 
j, lettere* 

Fag* Eh ch*vna fola f pada può dare il punto 1 
naie à pia lettere- 

Lett. Sciocco che fci j sà far meglio i (uol col; 
vna penna^che vna fpada.Prouò Filippo mai 
gior guerra da Demoftene con le parole:>ch« 
gli Ateniefi con fatti ; il primo tracollo del. 
Romana libertà dcriuò dalla poco llima , ci: 
volle far Pompeo di Cicerone; Marc*Anti 
nio y e Nerone ce^ieron non m^n le fpade ék 
foldatijjche le penne de' fcrittori,fe non men 
à quelliiChe à quelli diedero la morte. E cor 

^> chiuderò con Valerio hUifivaoypublka religù 

9y ne confacratavirtus yfrmataiaudatiQnc norL 

5> indigli. 

j^ap. Hòra non lerue nfenocchierenge eco ft^ 
fcienzie^la vide ccà fta fparte giacco^fta Regi 
na de Il'arme? vauattenne ca te faccio prouar 
quanto cchiù baleno Tarme de le lettere ; Sh 
Letterummacus meus^ammula, fi non visabu 
fcare de verberibus. 

Pag*Sii via à noi poniti in piata in quefto mod^ 

J^ap. Eccome n*auta vota nchianta, vide ftong 
demefefca? ' .s , /r 

pag. Beniflemo ; bensi fporgi vn pò più il pafii 
auanti^ritira poi il piede in dietrò^piega iligj 
nocchio finiftro> annerua il deliro , inarca j 
pettojtefo il braccio,l'occhiofcaltro3 intrepi 
do di cigliojjsù tira la botta> c'I nemico cada- 
à terra. {lo fa cajcare.e/ugg^.) i 

Nap. Oh bene mio la codella^lo tallone^li fciai 
chiettcj i'huoffo pe22ÌlIo,ò bene mio lo guu< 
to^ và ca fatta me li 'baie, ma nò U'haie fattd 
à ciunco j oh maro me io fronte > s'hauea n 
«aro de corna ? nò mme (arria ilroppeiato y i 
^ iìo 



Ali 
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in: 



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SECONDO. 107 
fio mutino ogne cofac biiono^ porcile corna. 
Ah Serpillo puozze fempe ire fpierto , e ds- 
mierto>cóme vace Io malo denaro> puozze Ire 
arreto^ comme Io bino cuotto^e puozze airó- 
chiare comm^à cotena ncoppa à li crauunc^ ; 
non puozze trouà terreno che te leia ; fempe 
te pozzano dare fpcfa li MiedecCi e li Sbirre; 
fofs'hommo à lo mmacaro ? pideco rabraca-^ y 
qucntaffentia de la Natura. Ah non me pozzo 
manco auzare 3 va ca te fia data fioccata co ao 
vommaro^elanzata Catalana* 
mM^tt. Ben lo meriti>/>^r^/V/o tua ex te , porgimi 



'tifi 



la manoj non ti difs'io finifcela;non bifogn 



intrometterfi con va frafchecta> ed à fortiore 
con paggi di Corte y che fon maeftri di v iti]. 
Ond'à propofito il Digello de regulis iuris ci 
precetta : Damnnm quod quis fi{^ culp^ [entità 
fentire non videtur* 

ap. Ah Vauone mio^chi lo boleua diccrejca--j 
faceua de Tammico 3 e ncuorpo couaua tram- 
me; mà fieiiteme ccà,maie Caualiere Napole* 
cane portaieno ngroppa; nò jnme mozzecaie.^ 
cane>che nò hàuefle pile ; nò mme pognettc-> 
fcorpione^che nò nne cacciafle rhuogiio;de-# 
tìa manera fongo l'ammice y và te nge fida? oh 
comme vace de mefefca chillo ditto"; buono? 
sò rammiceie li pariente^ 
j3 Mà trilla GheIIacafa>€he n'ha niente * 
SCENA V* 
Ambafciatortye Fedele^ 
L grldo^che la Fama fparge del vollro nomici 
non men che refperienza della vollra genero- 
iltàjò Precipe Fedele mi animano à depofitare 
bella lealtà voftra il fecreto più delicato della 
imìacoufidenza ; aflicurato dalla parola di fe- 
l^cretezza ; fiarouui partecipe le metamorfofi 
F vn 



loS ATTO 

voftro feruo^il quale fpera edcr^appàdrlaa 
co da vn Prencipe ^ che dalie fafcie fucchiò : 
iacee della Gentilezza. 
fed. Sapete bene> òCauaHere fe in vn'am'm 
Nobile deue far nido li fedeltà; v' aHiCuro o 
Pimpronto diqiiefta deftra non folo il fugel 

10 del fecreto, mà tutto lo sforzo della mia- 
ilebolezza à fauor-voftro ^ pur che non fia c 
pregiuditioalmio Re. 

'^•Kf^. Vdite dunque.generofo Fedele^ e compa 
tite j fateui prima prigioniero frà le braccia^ 
deir Ambafciatore^ non già come credete^ m. 
del Prencipe di Danimarca^quaPio fono; per 
mcttetcche i miei arapleffi formino vna cate 
na indiffolubile à quell*Amìftà , in cui la firn 
patiate'! voftro merito mi fpingono. 

Feci' Che ftupore! Prencipe di Danimarca, com 
amico v'abbracciOiCome mio Sig. vi riuerifco 
mà perciie voi fccnofciuto in quella Regia ? 

Jmlp. Non vi rechi merauiglia il vedermi eoa- 
Ja mafchera d'Amb -fciatore in Paefe nemi<:o 
oue per trasferirmi? Amore mi pofe Tali à i pi( 
di^ed ai volto la benda. La belilffitna Rofaura 

11 grido della cui fama fece amoros'Eco ne 
centro del mio pettOifu cagione,ch'io veniflì 
à mendicar quella pace > che sbandita dal mie 
cuore 5 hoggi fol dalle voilre mani la fpero 
Come Prencipe sì generofo voi compatiret( 
la mia debolezza ^ com'amico di Ladisiao Ve 
fortarete il conu^neuolcj e come mio Signor 
appadimarete Tamor mio* 

'F^d. Nondeuo dilTapprouare ^ ò Prencipe j il 
niotiuo amorofo di trasferirui incognito ia-j 
queda Corte à procurar con la pace la yirto- 
ria del voftro amore , e'I trionfo della Princi- 
pefla Rofaura , e ficome vi fece degnato fauo- 

n- 



31111111 i 



filili.. 

libi 

:omp3 
accia.. 

ìatc- ; 

i)Comi 

uerifcfl I 

nicoiij 



SECONDO. X09 ^ 
rire il folo Fedele di .quella confidenza > cosi 
comprometccteiii dal canto fuo o^ni mezzo 
più concludente perincamiaar condeftrezza 
vn maneggio sì delicato- 
mc^ Amb^ La gentilezza d*vn Prencipe voftro pari 
non può defraudare le mie fperanze; e vi con- 
feffo d'hauer foiieuato me iteffo nella poadv- 
ratione di quelèa preccntione^ fidando nel vo* 
ftroappoggìo^più che neiropera mia. 
fcd. L'importanza di quell'affare batte in prò- 
mouerlocon sbrigatezza; S.M» hà di già dif- 
poiìa la mia partenza per oppormi in tempo 
alle voftr'armi; onde prima di partire coniier- 
rammi lafciar incaminato con la Principeilp^ 
: Il voltro Amore. 

Amb. Già mi fon depofitato nelle vollre mani % 
potete i>refcriuermi quel che iHmate più con- 
faceuole alla breuità del trattato; allicurando- 
uijche obligarete vn Prencipe^ che da voi ri- 
conofcerà la fua vita^ 
wnl-^^^.Stia pur ficura j ch'il mio debito^ e'I voftro 
proprio merito mi fomminiilraranno refficacia 
necelfaria alPaccerto deVollri difegnì. 
:o i^rrìh. Parto dunque fauorito con la certei^za— > 
del voftro patrocinio, (h tu in tanto genero fo 
\jy mio cuore òfa^e fpera^ che qui fotto la Luna 
SoPamica à gli ^udaci^ la Fortuna. ) 
SCENA VI- 
Fedele foto • 



veni! 

JjlDllfl 



Amore, e di quante metamorfosi hai refo 



li- 



eatro q'ieih Regia/le Principeffe mafche- 
rate^iPrécipi fconofcititi/pouero Cordimarte 
ti compatifco;oh quanto volentieri:,fe potelTe, 
t'aiutarebbe-Damiia nella caufadel tuoAmo- 
re^s'ella è comunc;togliédoti in fpolaRofaura 
fuanirebbe ogni ollacolo aU'acquillo del mio 
F z La-_ 



Ilo ATTO 

LadIsIao.Godo della notitia djpireflcr di que- 
fto Prencipc ; forfè potrà hoggi Amore col 
ms220 fuoad entrambi gioiiare ; ma che gio- 
uamenco fperi infelice mio cuore, fe hoggi il 
Deftino con vna guerra pretende abbatterei 
ogni tua machina ? Ah forte dourò lafciar La- 
dislao à g i affetti di Rofaura 3 e Damira tra 
perìgli di mortele d'Amore foggiornarnc ló- 
canai Ah Rè di Polonia mi donafti il comando 
delle tue armi , per togliermi la Signoria del 
tuo cuore; rendefti vna donzella Amazzone.^ 
d'Amore per renderla martire del dolore-»» 
Cara mia vita come farò fenza di ce> chi m'af- 
iìcurajche non ti darai in preda à Rofaura^* • 
E tu che determini mio cuore in tante pene.^? 
^ fcoprirti à Ladislao? nò.perche è precipitare i 
nec?otij il guidarli con violenza . Supplicare 
la forte? Ah che fon fatia di gettar voti alla-* 
fua fierezza.Dunque refterò fenza intraprefa^ 
ne'miei penfieri? Ah nò/il lafciare imperfetta 
rimpre fa farebbe vn trafcurare i beneficij iin* 
hora riceuuti d'Amore ; Horsìi fcopriamo à 
Ladislao con vna carta ( che non sà arrofTufi ) 
prima di partire; che la Principeffa dì Suetia, 
refa farfalla de' fuoi bei lumi , incenenfce per 
adorarlo. Su via non più riguardi, rifolutione 
mìo cuore? Non vuol confulte 3 mi rmiedi j il 
ituo male* Damira dà di piglio alla penoa^ ^ 
delinca in vn foglio l'occulte tue pene 
3i Vn cuor^cui manca ardir^non fpen bene- 
' S C E N A VII- 

Kèy Odetto. 

3, QOvtt crudele caèialchi il fafto ne' fogli per 
^3 O darpiùfcallni nelle fuenturede'Regnan- 
5, ti^ fabrichi le Corone in forma di Globbper- 
che non regna ftabiltà di contcti ne' tuoi fo- 
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Ilio- 



SECONDO- ut 

non;confegni li fcettri in macerie di verghe 
per congiungér con loro il tarlo delle più ro- 
denti angofcie . Ti fcjrni delle Murene nei 
colori deìI*o(tri per dinotare, che nìolto piiii- 
^y gono i tuoi doni. Ah Fortiina^ah Rofaura^*, 
mà qui è Fedele, che ferine, e parmi amorofo 
il fòglio 5 fe il titolo comincia, ( adorata ca- 
gione del mio martire) Voi co ietterà amoro-- 
fa Amico? non v'afcondete^che fate torto alla 
noftra Amiftà ? 
Fed^ Oh mio Signore 

K^.Fedele non confondete i roffori del volto co 
i fcntimemi d^I cuore à Ladislao, che fi preg- 
gia di far dimentire quell'Aforifmo , ch%diie 
Re non capino in vna Sedia. Siamo tanti con- 
giunti in Amore,che non disgiunti nel regger 
lofcettro có amicheuol miracolo aelIa Diar- 
chia, conferuamo la Monarchia, ie.reIpirando 
in due petti diuifi vn'anima fola^^ non può ha- 
uerluoco tra noi il fecreto» 
feU» (Ohimè fon confufa, non sò che dirmi?) 
fiè. 11 titolo efprefliuo del voftro foglio m'hà 
<lifcoiierto lapaHìone del voftro cuore : ictt^ 
Amantei e me*I tacete ? ben Io volea dire, nel 
vederui giornalmente auanzato nelle triflez* 
ze,e rannuuolaca la fronte di profondi pélìeri* 
Fed. Sire^»-» 

K^, Già che v*hò apportato confulionc profe- 

guite, ch'io non pretendo dillurbarui. 
Fed. Non può apportar difturbo à Fedele chi è 

l'anima di Fedele. 
Re. Tal volta chi ama gode trouarfi folo* 
Fed. È foPè Fedele, quand'è con Ladislao» 
^é* Parlatedunquc al voftro Ladislao ; Amico 
py mi dicefte; piaga,che fi ricopre^mortal fi ren- 
de ; narrami dunque chi e l^'ldolo proporrlo- 
F 3 nato 



ATTO 

nato al vo/lro affetto? à chi fcnuete non pli | 
}y nf affligece col celarmelo. L^AmicIcia è vna-. 
3y reciproca tranlmigratione d'atfetd'^erfetta- 
^'y> mente inHamoratì.che recano di facile conta- i 
,y minati dal gelo della diffidenza. \ ^ 

i'ed. QuaPattione pofe'io mai oprare>che noa^i ^ 
^a al mio Ladislao coramunicabile ^ dirò dna- 
^iie, ma non vorrei.... 
jR.^'. Che non vorrelte? parlate con libertà^che^ 
quando ancora fufs'io infelicejcheamafte la_5 
Principeffa Rofaura, vdite , perche x-ederuela 
non potrei,morrei per donamela. ; Sf> 

J^ed. Amo òSire...*. 

Dice prefto^xhe m'affiggete? l 
I^^d. Llnfanta Arxnidea (mi conuien fempre fin*! t 
gere per vincere)à lei fcriueuo in quello pun- ^ h 
to per farla confapeuole de'miei fecreti affetti, i 
Hò cercato far'eftinguere nel mio petto que-i 
fte fiamme-per cònofcermene immeritcuoic^; 
niàqnal cuore di gelo potrebbe refiftere àì J 
ftioco di quei bei lumi, al rifleflo drl fuo graa 
meritol Condona hor dunque Ladislao caro V e 
aidire d'vn'Araante:, e'i iilentio d^vn-amico 
comporto più d'offequio, che mafcherato di ^ hi 
diffidenza* . j^. 

Ré. Fedele amato datemi le braccia per autenti- I ( 
care con rampleffi il giubilo del mio cuorc-^.. 
Voi amante di mia forella > e diffidauatc di pa- 
lefarlo a Ladislao^ch'hà depofitato tutto il fuQ ] f i- 
cuore nel voilro cuorclil non conofceruenc-» 
meritcuole è vn pregiudicare non tant'al mia 
affetto, edallVminenza dcllia voftra qualirài 
fiuanto che allaperfettione de' voftri coilumt; '[ 
quefli mi commouono ad vnir con voi il fan- i 
gue ; ilcome mj vi vnij all'Impero . Direi di ! - - 
più;fe la lingua mia fuiie vn pennello propor- ! ^ i 



'rfetta. 
conta, 

jcb 

aritela 



SECONDO* 113 

tionato a^voftri fpJendori.Vdite^c dalla bocca 
d'vn Kèy che \'am2 argomentate quanto vi fH- 
ma; Fedele fe voi amare Aimidea, Ladislao ia 
farà voflrafpofa,* fugellate la contentezza del 
vofìro cuore in quefto pegno Reale • ( U dd 
la de/Ira ) 

Fed. Sire Phonore che da voi riceiio non han^ 
principio:, perche cominciorono dalPinfinitOj 
e Ja mia lingua non sà formar ringratiamenti , 
perche non diiìinguere da gli oblighi la-* 
confusone» 

Non più Fedele; fon mentite d'affetti tra 
gli amici i complimenti. Profeguite la ietterà^ 
ch'io fteiTo la porterò ad Amiideaper atcefta- 
to del voftro Amore» 

Fed. Lamia poco prattica nelPefpreflioni de* 
concetti amoroii mi fà fiippiicar V.M» à con^ 
cedermi tempo più opportuncScriuerò vn'al-j 
tra volta. 

Ré. Hor si v'Intendo; la gioia v*hà forprefo co- 
ramo l'alma ^ che Pinceilctto non hà gufto di 
diuertirfi. Scriuete>che deccerò io medefimo i 
fcnfì del voflro atfetto» 
ed. Obedifco. 

lé. Il titolo và bene. Seguite* 
{Lett.) L'ecceflb dell'amor mio. 

{fedele fcriuendo ciò che dttta il Rè^ 
jjarlcra da par (e.) 
fed. Anzi della mia difperatione» 
è. Dà moto alla mia penna. 
ed. Stimola la mia pena» 
è. A fcoprir i fcncimenti. 
ed. A publicare gli errori. 
è. D*vn'anima,che v*aJora. 
ed, D'vn cor che /i difpera. 
La forza della bellezza d^Armidea» 

F 4 Fed. 



114 ATTO 

■Fed. li valor della beltà di Rofaura. 

Ki'» Heì fatto nafcere il mio ardimento . 

Fed. Hi fatto morire le mie fperanze» 

Rè. D^acquifcrmi il tìtolo dì voflro feriio; 

Fed. Dixintracciar il porto à miei difegni. 

jR^"'. Kiceuete bclli/rim'infanta. 

Fffd. Gradite Rè adorato. 

Ré. L'olTequ losche vi tributo* 

F^d. La vica^ che vi confacra- 

Ré, E fe non fdegnate PJiumiltà de' miei voti* 

Fed . E fe non volete Teuen to della mia morte 

Re\ Afficuratc le mie fpc^anzQ* 

Fed* Porgete fìneà miei cordogli. 

Rè* Corrifpondete à chi vi fuppUca* 

Fed. Soccorrete à chi fi muore. 

Rè* Come muore ? 

F^d. Diffi chi viue amante ogn^hora muore* 
Re. Hauete ragione^ fcriuete: 

Felicitate chi viue voflro 
Fed. Voiìra folo farei felice. 
Rè» Sottofcriuete^Fedele Prencipe diSuetla* 
F^d. Più tofto Damila PrincipeiTa delle Suen- 

ture . 

Rè. HorsLi chiudete il foglio; e con farlo dirette 
alPInfanta fate applaufo à voiileflb perie-^ 
fperanze ficure d'indubitati contenti; così vo- 
leffe Amore>che l'anima oftinata di Rofaurauj 
folTe capace d'intenerirfi alle fuppliche del 
mio cuore» 

Fed, Ecco il foglio compito* 

Rè. Fia mio pefo prefentarlo ad Armidea 3 chc-jS 
non farà mal conofcitrice del Ino vantaggiose 
prenderà volentieri la Sorte ^ che li fi propo- 
ne-Andiamo. 

Fed. Ti obedifco ò Sire.) Ti fatierò fortuna>farò 
tua ò morte $ che non ho petto di fcoglio per 

re- 



S E C O N T> O. 1X5 

refiftere à tant^affanni y il difperarmi viltà no» 
^> fiacche incontro al ftilminar fatale 
93 D'mfenfata ragion fchermo non vale. 
SCENA VIIL 
LetteratOy e Nap olitami 
3> 'TjEù mibiy quod nullus amor eJi r?)€dicabilss 
\j Jri f^^rbtsy mi conukiìQ efclamar con Oiii- 
dio^c con Gioiian della Cafa ridire; Amor per 
lo tuo calle à morte vafli . Ah Platone diffe-^ 
bene: dall'occhi di bella donna quafifornace-» 
ardente fi fpiccono alcuni fpiritelli infuocatijc 
fe ne fcendono al cuore > doue cosi il fuoco j 
come rimagine amata vi lafciano impreffo . 
Di quello fuoco intefe Virgilio^quando diffej 
vrit videndofoemìna; non fia merauiglia dun- 
que y fe tutt'infiamnuto amau aùfennam feto 
iacrymìs , er >/>/r^/ : potendo ridir con Plau- 
to^ vbi jumyibi non fum^vòt non fum^ ibt ejì ani^ 
musy ed efperlméto il detto di Catone il niag- 
yy giore 1 Amands animum in alieno viucre cor* 
yy por e • 

A>/. Màtuche te une vide bello pIc2zo d*an- 
chione carreco de lettere de frauecare nnariaj, 
zappare à mare, e fcmmenare à la rena. Ngc^ 
pierde rhuoglio^e lo fuonno^frauechc le Ca- 
rtelle de le chemmcre toic ncoppa le Heller , 
c non faie ca pe D.PacIone fulo canta Ilo Cu-- 
culo . Tiente beilo nnammorato de l'antica-j 
Pannonia? non vide ca triemme eco le ^amme? 
miette iodicio cacheffa è dura mprefa^e reftar- 
raie lita pennente» 
i^ó---^^^- Seclla haurà fenno non difpregglerà vn^ 
propj ! Efemplare delle fcienze , vn Simulacro del fa- 
perej vn'Archiuio d'Eruditioni, vn Seguace-^ 
Apollo>yn Campione di Merauio,vn' Ora- 
f/)pc| «^qio delle Catcircp vn Portento dcXk:ecf> va 

F 5 Ne: 



tu 
Stet« 
imi 



n(5 ATTO 

Neilore nella facondia.vn Demoftene nelJa^ 
Pi ofa^vn'Homero nella PoeJìa, vq Papmiano 
neiia Iiirifprudentbj vn' Arifèotile nella Filo- 
fofìa.Vn Quintiliano nella Rettorica^vn Gal- 
Jileo neirArtroIogia, vn'JBiiclide nella Mate- 
matica^vn Flauio Gioia nella Nautica, vn Tito 
Liuio neiriftorie^vn Cornelio Tacito neHa^ 
Politica. 

Wap. Oh quanto te farrla meglio no Taceto à h 
vocca,e no Cornelio dereto. 

Let'^ Starebbe celto da Reglna^e con varie gaie, 
e nuoue fogge la farei viuere col luiTo di Ne- 
i'one:> nuw^ua^ eandem vejiem bis induit. 

^ap* Mà le mancarria lo fcettro. 

Xfr/. Non li farei mancare il Nettare de* Dei , 
il fuaue miele d'Hibra^le canne diCipro>ram- 
brofia del Cielo, la manna d' Arabia,i cibi più 
pellegrini^, chenon potè ritrouare il luffo Ro- 
n;ano> di cui fi difle, Seuior armìs ^ luxurìain^ 
cumbuityvióiumque vulctfcimr Orbem; nè tam- 
poco ^Vcello deirArabia^e i condimenti più 
delitiofi y che non ìnuentò mai la Scalcarla d* 
Apicio, che non aflbrbìla gola di Vitellio, 
che non trouò la lautezza d' Affilerò, che non 
cercorono le Cene di LocuUo, bonum eji diui^ 
tijs abunàare^ 

I^aj}.^ Màdapoiela tauola farria male feruntaji ' 
à lietto; nge vonno auto che aucielle, latte-ji^ 
de frommica, mele, e zuccaro de Cannia ?na ' 
ftodeiante te derria nego confequonlamje pe- 
to copiam ; bona cofa eco le femmene hauè ' 
prubeche,mà te manca lo nlenio de la guerra» j 

Len^ Son Letterato in fomma , e ben potrei con 
efamitrifonori,con pentraniiti lieui,con molli : 
raffici immortalare ilfuo nomefin^à le ftellc^j \ 
aflai meglio di quelpchc refe Lesbia vn CatuI;. ; 

lo, 



iGal. 
Mate, 
rifu 

?4 

ibipii 



iti' 

' 

W 



SECONDO. 117 
lOiCorinna vn'Ouidio, Laura il Petrarca:» ^ 
Beatrice il Dance. Mà Carina cara à grocchi 
miei forda più dVn Afpide s'indurerà aIla-> 
pietà deirElcgieda me meglio comporte del 
Greco Flleta e Ne curerà i fali dell'Épigram« 
me, con le quali fuperò Martiale? mi difpreg- 
gierà l'Egloghe y mcgllori di quelle del San- 
nazzaroPdifdegnerà i Poemi>con i quali ofcu- 
rò quel d^Homero? e mi lacererà i Panegirici, 
che fan perdere ilpreggio à quelli di Plinio 
Coniole al fuo Traiano ; e lion s'auuederà, 
che fono vn nouelloLafo vincitorde' Ditte- 
rambi , vn'altro Teocrito inuencor de Bucco- 
loci , vn^Qlcra PoetefTa Saffo ne i Saffici , 
vorrà diftruggere vn'huomo.che regge il Mo- 
do con le lettere? 
^'T* fcruono à le femmene fte hertute:^- 

de Vofcia, le pe le mparà ra,b.c, te manca lo 
gramo, epeie mmezzaxede fcriuere nonhaic 
ia rega;non vide,che baiefacennopalillo pa- 
lillo,fecamolleca,rocecann*à Orza. 
.e^f. Vn cuore deliberato non è capace di co- 
r ligli; alla forza d'amor non v'è contrailo • 
, ommavmcit AmoTy^T nos cedamuf Jmorn pih 
\ ^J?^^ che configli donami aiuti, nella leqe^ 
> i amphiho del Digefto de legatis , non eftve^ 
I» -vetus Amicusj, g«/ non concurrtt cum volumate 
» Amia Juù 

^ap^ ( Hora già che chifTo è ngarzapelkto vo- 
tammo fuoglio, e bedimmo de le fcorcoeliare 
Jluaccofa.) Sio Letterato mio bello, pjà chc^ 
Diioie aiuto, ccà ftà la perzonella mia , qmnt' 
apre la vocca^ e nge t^è fatto lo feruitìo. Ane- 
mOiC core,non te defperare,Io tiempo fu gran 
^oie,tenta,prega,prommiette,rciala,ca nò n^è 
tortezza; che ano Juongo affedio non cadzZy 
F 6 al^ 



ii8 ATTO 

all'vtemo le facimmo na fatteechk. 

%€tt.» Seneca, fcredita le faccecchiarie a conciliar 
ramore> baft'atnarc peA^e^^cr riamato . Fruftra 
qudr s tnaltJÌQtos dà ^Amorem^ amanti awaberis. 

Nap. E li bc fi becchiariello si fanone gagliardo^ 
chiatto comm''à ballena^ grallo cpmm'à puor- 
co, verde comm'à n'aglioje si buono pè gallo 
cient'aiu-anne. 

Ittfr/- Hor sì che mi confoli > e fe t*adoprerai à 
mio faiiorejprometto rimunerarti L'Àutenti- 
ca de iudicijs àlfcrifce j Ubor non deba effe fint 
mercede» 

N^p' Hora noa toccammo Io nnorcfcazza/ vor- 
rifleuo mò > che ve faceffe lo roffciano n'hom- 
mo comm*à D. Pacione Francatrippa. 

Lett. Sciocco che fei ? per efferno (lati mezzani 
in Amore furono inalzati allellelle Tigelli- 
no3Cefariano,PoHcreto,& Ottone^ anzi que- 
lli non fdegnò d'efferlo con la propria moglie 
per Nerone,onde acquirtofll l'Impero. 

Nap. Ma Vofcia che maie me pò dare> fe poue- 
ra^e nuda và Fclofofia. 

Lett» Ignorante pur troppo ti dimoftri> quando 
Minerua nacque^» Gioue piouc dal Cido vo.^ 
nembo d'oro>ch'è il vero latte delUngegni ; 
noti fono incompatibili le virtù co le ri£ch?z- 
ze; niuna giuftitia condanna lafilofofica fapié- 
za alia mendicità,ed all'incontro^T^^r/^ ejì ja^^ 
penttbus petere obolum . Dunque nelle mani 
de' profeffori de' vitij le delitie han da abon- 
dare? quellijchecon le péne inalzano gl'Ero'^ 
deuono giacer'à terra?queUi che dan vita àgi 
eftinti , deuono morir della fame ? e kfama^ 
Scr/ptorUmfuper tetherictvolare j'oletyComt può 
inalzare il volo dell'animo ^ chi è trattenuto 
diil pcfo della pousrcà^? 



S E C O N D O. Tip 
Nap. Mà che feruono Je reccWzze à 11 vertolu- 
fc y(c haggio ntifo dicere^ che fe pafceno do 
laude ; e campano d'alerò comm*à Camma- 
Ieontc^> 

ir(io| Leu^^ j Se ben Marco Tullio dIfre/c?/«w/^//V«/^ 
»y eJJ'e diuUem^nèdoucvfì richedere altra ricchez 
13 del proprio fapere^ vedemoj che ne* tsmpi 
d*Augufto fiorirono gringegnii perche viuea 
quel Mecenate^che fpargca nembi d'ocooPla- 
tone, Ariftippo^ e Zenone poffederon copiofe 
ricchezzCiC Seneca fe ben diffe> non quiparum 
habeti fed qui plus cupttpauper eji y accumulò 
tanta ricchezza ^ che con efla riempì gl^Erari; 
vuoti di Nerone. Non è neceffario per filofo- 
fare gettar i tefori in mare^come Grate; nè ca- 
uarfi gl'occhi jcome Democritojnè come Dio* 
gene habitar' entro vna botte ; nè frangere il 
granojcome Cleante; nè mendicar': tozzi^co- 
me Demetrio .; confcij del parer di Plutarco* 
33 necf(Jttas omnia docuir;e d'ArcheliIao,/>^«/'«'- 
ras efi virtutis gymna/ìum; e di TdXtt^ypaiipef 
rimosy vt plurimi philolophari. Poiché il tempo 
perdeafi da Cinici nel medicare, era tolto al- 
la contemplatione; ars longà vita breuisycì au- 
,5 uifa Ippocrate ; oltreché Teffer ricco dà più 
>,»veneratione^ e più credito; afcolta il Tefto de 
, fufpetìis tuCoribus y plus, d suiti y quam pauperi 
y cred:tur; e Mcnandro foggiunge>vr t^era d-tcatj 
mani,, pauperi non crcdatur* 



piior- 

xrai 

mi 



m 



igeili 

zi 50! 



;e;ni 
itckfi 



l'Eroi 
'mi 

hi 



Nap* Hora che mme ferue fio locigno^chi v^ad- 
demmanna de fte clnco rana^finifcela eco dire^ 
ò fuffe acclfo: vn huom fenza denari ha brut- 
to vjfo; e dì camme decetteno SpagnuolojDa 
Dinlero è vn gran C3uagIiero;e perzò Vofcia 
inetta mano à fta vorza, ca pe tomìfe canta lo 
cecacoj comme mmefuone, accofsi t'abballo. 



t^o ATTO 

€ sbrigammola mò^ch'è meglio 022;e Phuouoj 

ca craie la gallina. 
Le(» ,y Dici bencj ad pr<e[ens oua^cras puHisfunt 

^eliorayvcdì il Tello de tranfaClionibus; e fa- 
3j> pend'Io,che qui atà datybìs datati dò per adef- 

10 queda dobla per arra del molto , ch'haiirai 
^ppi'ciioyCcim {ciiiQvaì bene, dignus ejfi opera- 

0, rius mercede ]ua;zx\coxc\\t ai parer detTaffo, 
non precede à feruiggi il guiderdone-. 

:N^P^ Sio Senofonte mio tu sì no fato > pemmò 

5» te rengratio de lo buon'anemo; non chillo 
che te fatia>mà chillo che t'honora t'obreca. 

5; Dio te lorrenna, ch'à Thommo libberale io 
Cielo è defpenziero;(che buò fàjvao de fifco3 
m me pareua no yiecchio aliefonuto^che daife 
ciento muorzc à no fafulo. 

J^^tt. Ah che di doppia rabbia fcopplo ^ che per 
vn femplice piacere bifogna fpender doble.-/. 
Benedetto Demoftane^ cherichielto da Laide 
per vna notte dieci mila Dracme y rifpofe j io 
non compro sì caro vn pentimento; mà TAu-. 

Pi tentica de Confulibus^m'auuifa, omne raruiu^ 

^ic arum;p tn[c\i\ da me i'auaritia^hor che regna 
TAmorCiChe fe da Platone fu creduto figliuo- 
lo della pouertàjjio Io dirò nato dalla ricchez- 

5, zz. Neli'Authentica vt Index, auaritìa ejì ra^ 
dix omnium malorumy Artemidoro Septicio:, & 
Opilio per rauaritla, prelGTo Cicerone3& Ora- 
rio molto furono biafmati , e m'ammaeftra SeJ 

^) neca: Auarus non potefl effe neque diues y ncque 
feiix*, Galba per Tanaritia perde Tlmpero^ed 

11 Poeta CMtòsJemper auarus eget. 

^'ap* Amico mio caro> comme lo docente faccia 
Tammaro^non te ncrefca fpennere doppie pe-^ 
le femmene>che fongo de natura doppiejabe- 
. fogna fpennere buone felluffe^e meglio Gian- 

dom- 



SECONDO. ni 

dommlnechv; miole clfere truonedeli'huom-» 
mene^ che iv ;.. laiiaie male contiente Ccnix^ 
contante, m aae ref !nne> nfùnne > quanno si 
sf ritto,sfratLa; a Smana e Tpeeia de fcs^rocco^ 
che fempie fciouia a la vorza, 
Chefla s'ammofcia, quanno cliillo ncorza. 
SCENA IX- 
Paggio y e detti. 

HA* lunga pezza, ch'io non veggio iJmroj 
Napolitai!io per feco diuercire gl'affanni 
che gli affari di Corte cagionano. Oh fortc>* 
eccolo appunto co qtiel bell'h umore del Let^; 
teratot 

t^/^. Sentimi amlc©^ non ejl bonus amicus^^m bo4 
\^ ita no/Ira toUit. Dare è vn verbo deponentc-/> 
che non fà buoua concordanza con la mia per^ 
fona. Il Digefto de donationibus mlnfegna-jj 
b donare' eft /^<?r^wjil Marino ne diffc : premio, 
» e prezzo d'amor e folo Amore ; e'I Guarino 
foggiunfe.'non v'è piacere al Mondo più fuàf 
ue di quel,che non ti coffa. 
'ap, T*haie puoffo nchiocca de nò ngè volerei 
Ipennere ? hora tè core mio bello , eccote cci 
la doppiale nò ngè penzare cchiùà Carina. 

a Nò nò, qmd jemel placutt, ampl'ms difplU 
cere non potefi, parla à mio prò la legge de lU 
lis nel Digefto de negotijs. 
'ag. Doble in man del Napolitano? adeffo è t^- 
ipo di beffarlo, e fe non erro, il Letterato vuol 
feruirfene di mezzano con Carina. ) Seruìror 
voftro miei Signori, il Ciel vi guardi aiTie- 
me; oh che bel vecchio innamorato; oh ch^ 
meglior ruffiano / 

Ci volea per fraftornarml queftafrafca-^; 
s Ammsfemper velkt de cimata k^Uh [<^fmm{^ 
^ 2«f ^lios non a^imitterei ' ' ■ 



12^ ATT O 

^étp. Lloco ngè vorriaperefpoftano capplellc , 
zaffe à li morfience^Tu vuole pagata la ktdoi 1^ 
ne de la feherma de focozzune ? mà faplo ca-"^ 
mme cercafte perdonanza. 
Lttt- }y Veramente malus mala cogitai ; lì Teft< 
53 de aduocati« precetta ^ culpa eji immifcere /e- 
rei ad [e non pcrtinemem; brutta cofa è vede 
re chi hi poca barbale moltiffima infolenza. 
V^S* Più brutta cofa è vedere follato vecchio. 

e vecchio innamorato» 
Nap. O bella cofa, ò brutca> tu che nne vuolc- 
fare ?chi texhiamma à fte nozze? s'è biecchic 
prega lo Cielo ca à ilo tiempo tu ng- arriue* 
Xw.,, piffe ben'il Petrarca , Ì7tgefts morbus not 
3>factlè^occuUatur ^ fon'amante il confeffo , ch*< 
^3 leggier fallo In petto humano Amore ; mbUi 
tasfiib amore iacety al parer d'Ouidio, ecant( 
Dante , Amor in cor gentil ratto s'apprende 
nella iege vnica del Codice ad Senatum Con 
fultum Claudianum> vitium libidinis pnncipa 
literhomini tribuitur y non è ftrano tra Lette 
jati Amore; Egli rifueglia gl'ingegni alla vir 
tii>Pindaro^ Anacleó te>Catullo,TibuIIo> Pro 
pertio^Daiiiele^Ouidio^conle MufeamorolL 
:5'immorcalaro. NeirAutentica de tnb\xs:vfu 
ioncubinam habens non plures , cajìè Utcifur vi- 
gere • 

. Io non voglio effer della fchicra de*virtua 
ii.Occiecarmi per feguir vn cieco Nume ? pe: 
voler bene altruijfar male à merChe vn'aurec 
crine di bella donna facci diuenire il mio anz 
-cempo d'argento? e che perii fuo fen dilatt* 
diuenghi il mio cor ricotta ? 

.I7ap. Dio te faccia granne^ e quanto hit^ fnà ti 
che nne vuole fare de fti chiaietc^chiflb noa--< 

h hà befuogno de tocure ; chi piglia li pe^: 

;sieri 



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SECONDO. ^ 123 

,> ziere d^aiitre, vò niiecchià nnanze tiempo» 
• i'^^- yy Amore in canuti penfier fi difconuIeneL-^j 
e foi in giouanc Aprii fiorifce Amore; mà voi 
Amante^ pudico lafciarete l'Amata intatta^^ ed 
ella da faggia vi eferciterà di medica gl'offi- 
I I cijje non di fpofa. 

^^Teit. „ Antiqui fofjunt cor rigare mimtes de maìis 
„ moribuj!y\o permette il Codice de emendatio- 
jnibus; E vedi Baldo nel Digerto de patria-^ 
poteftate^Serpino indifcreto^ti caftighcrò cob 
vn baftone di Fraflìno inimichiflimo ai Serpe- 
te ,* ficome fpiega nelle fue Imprefe il Capac- 
cio,e Tautentica Plinio: ^//rf??^^^ eagyro clan- 
daiur sgnisyiS' Serpens^in tgnem fotius^ (^uam m 
FraffiHum fugire Serpentem. 
Vap.'^on te piglia cecorla fio Seaofoote eco no 
|„ verrino fenza ioditio ; à lo trifto tu faie fe fole 
.1, dire; dalle lo ttuio/e laffannello ire. 
^ Le/;. Al riferir di Plinio/il ferpe nafce dalla mi- 
' ' dolla della fpina dell'ii«omo^di cui diffe Oui-, 
dio j funt q^uf cum claufo putrefaé?a ejl fpma Je^ 
fulchro murari credant bumanas anguis meinU 
las; mà queAo Serpaio al certo nacque da Ia-> 
fpina d* vna Beftia> à cui con l'incanto di <jue~ 
y fra verga fardftar'à fegno ; mà ne vergai ne 
y vergogna regge ciii non hà legge. 
^ag. Se la voftra Dama vorrà pagarfi le polìfc^ 
■ in quefto banco fallito trouerà Tempre ferre-^ 
di Corte ; e quando vorrete da Cacciatore^ 
^^^m tirare alla yoitra Colombina, il voftro fchiop- 
po piglierà di focone j e non di canna, 
w. Non sò fe fia maggiore la fua infolcza, ò la 
) mia fofterenza 3 eff'téìus amoris ejì iniurias iolt^ 
rare; vattene per l^affari tuoi^nofj cdir à ch^ 
J giiiorogiuocamo? 
:0 AI giuoco,che volete? hò qui moneea ^^ho^ 

ua 



mCoii- 

I lette- 
fi ili 

& 
im 



ilo ai 



'0^ 



ATTO 

«a adefio vfcita dal cogno, e non mi curo to 

trar in Lorte con la borza Vuota. 

^^F'^^ mpr^ cheffo loquammo 

eh haggio ccà ft^ doppia trabbocante, me ng 

voglio prcuare , le bè faccio ca te lapifclié^i 

macchi non i iieca non rofeca. 
^/ •Horqtieilo di più andiauine;Coftii; va prc 

uocandoti à vitlo sì dannofo^richiamo d'vna. 

toica, vocatmo d^ogni male, e lui nelle mai 

parche tenghi l'abiatiuo. 
y^J.^ Non li porger^orecchia.parJa meco . Din: 

mi a che guioco vuoi giuocare ? al pjù fpiccia, 

tiuoja primiera ? ' 
^^^f^ ChiiTo n'è ghiuoco d'ammice, lo ghiuco - 

tatto fulo pe nofpaffo* Joguammo à IPOca^j 

^ lo Noue , à lo Ttèj à paro, e fparo , à Ja. 

tnmorra. 

^^J^*^* Giiiocamo al Trenta^e'l Qiiaranta. 

^^p' Chiir<)è ghiuoco de fpoglià no pouer*om 
fuor non ioquarrìamo à sbracare ? 

Q.5elìo è giuoco da ragazzi , domandalo a 
òigaor Letterato. 

X^;/. Deh Pacione age^quod apjy^(chmtvò coti 

5^ Seneca nutlam effe rebus humanis fiduciam j c 
vieni meco^ò ritornami la dobla ? 

^af. Ch^io te tornala doppiatilo Letterumme- 
co , e non fale ca carne cotta non torna à Ijl-j 
chianca.Hora via fceglimmo no ghiuoco dc-^ 
tratttnemicnto* Se non vuoie ioquà à sbraca- 
re 9 ioqiiammoà la fniammarra , à creiTette , à 
tiionnello^ à bazzeca* à banco fallato^ à rene- 
gato>à la gabella> à cociilo> ca ngè fpaflammo 
nzi à craie, à profcraie y à profcrilio ^ à pro- 
fero tea» 

Voglio proprio foiisfai ti, giiiocamo à sbra- 
care;mà ad va giulio almeno la carta* 



l 

fi] 

c 

fi 



^4 



S E C O N D O- Jis 

lùj^^ap. Hora và figlio mlojchc te cnde> ch^aggio 
trouato quacche treforoj ò parremo aipetta la 
frotta dairinnia^ fe vuole iocjuàj ioquammo à 
no callo la carw. 

ett^ Le carte con la Corte fogllon dar mala vi- 
ca>ò mala morte ; Pefperimenmmo alla gior- 
nznexperientia efi rerum ma^iflra; afcoltatc^ 
Papiniano y felix qUem factum aliena fencula 
cautuw.Lz Glorfà de Mand* diccicajus demen-- 
tts correBiQfitfapìentisyQ c'ammonifcc TàcitOj 
flures alioìrum euf^ntus docemur^ 
'^^dikap. Mà doue ftatino le pezze ? dico ie carter 
Il'haie. 

^ >ag. Lepbrtohi tafca>e non fon per anche vfa- 
" te. Hor via caua il denaro^ giiioco non fu fair 
za denar mai bello. 

Taf. Eccome letto comm*a Sorgente; ze^zatc.^ 
ccà nterra ca te fpanno fto cappotto^ hora viiil 
fta doppia mme corre. 
ag. Ed àmequeftozecchmoi 
ùMttt, j, La maggior pefte della virtù fi è il com^ 
mercio con vitiofi; dal contratto nafce il coa4 
:oto| taggio; bel voto fù quello d' Socrare.che i vi- 
tiofi haueffero in fronte vn fegnale,com'à bo- 
ui.che dan di corno. Per vn malo mille buon 
s'jnfamano^difs'il Sannazaro. 

Horsù à nobmà auuertinònvfar'imbr«gIi> 
^f * Io bene mio non faccio fare pi2za> m'iiaie 
vifto iocà maie fotta à quacche tiinna ? 
^^li^'fi^^}^i^<^omi giuocar'ii denaro^ilarò tuct'oc- 
chbgiuocatornon doi.me. 
U Duplex omninò e/liocandjgenusyc'ì^fc^noJ 
Marco Tullloj, vnu^r. liherahmi pttuians^ojcce^ 
num; alterum elegansyingeniojumy facetunj, tìa 
cui genere ne dilcorre Pianto j Ludus tabula^ 
rum tjlprohmtuh ^cacmum tmtum cft per. 



(l'vii; 



m 



km 



Tió ATTO 

Waf. Che mormora nfra li diente fto faiitabacc 
Fag. Li difplace il non poter giiiocare , la borif*'' 

vuota non il vitlo lo diftogìie dal giuoco» ' * 
Zfif» Ti rimprouéro come Diogene ad Alefat' 

dro> Jeruus ferui mei es j viiia fi dom 'tnant y l; 

ego dominai or fum vitijs. 
Pag. Son già ammaffate le carteicccoti la manc' 
^^ap. La corcefia gratis è fofpetto de fraude. 
Fag. Ed vna>e due> e tré carte per ciafchedunc 

ed vnajduejtre^quattro>cinque;e feià cerra-j 

oh maledetta forcc^^e quanc'affi difcoiierti fex 

za ni una figura. 
Nap. Mal'huocchie nò nge pozzano^m'è cadiit 

Jo maccorone dinto à lo ccafo « eco fto fettc- 

ra'abrangeco fto quatto^fto dolere ft'a(fo;cao 

marata fta vota sbrache ? 
'Pag.^ Non occorrono tanta beflPe^ io già sbracc 

mà del giuoco fc ne loda la fine- 
Jy^^p* Geo fto fcie me fceruecchio Ho cioie^ e ft 

quatto, che sbracafte. 
5P^^« Molto ti fauorifcela cartai principia tro{ 

po fiera per me la disdetta/ ed vna due^e tro 

vediamo queft'altra data di carte. 
Xej(. Chi giuocafle comm'il Rè Tcodorlco h< 

nefto farebbe il giuoco ^ di cui fcrilTe Sidoni 

in bonis iaffibuJ tacete in ma,ìu ridete in neutr 

irafcisur^ . 
is'ap.. E cheffa manco è fgarbata>me zerpolelo c 

ii'auto fette fto tre^e fto quatto. 
T'ag. Piano che ve n'èper tutti> ecco mi prend 

col fei vn tréjvn dtie^ed vn'aflfojoh fc incomit: 

cià à voltarfi la ruota della fortuna. ^ 
Nap. Tu la vaie peglianno tropp'auto à cuollc 

e quot peius mò sbraco ; haiiilTe da pegliarc 
lo riefto. 

Tag. Oh forte j appunto Yoleuo gueftoRè > < 

que- 



i 

d 
io 



SECONDO. 



quefla donna ^ che sbracaili 
ap. iJiafcangc pigliacelio:,e che biento s*è bo- 
taccate chioiisno le carte à gnilo cuio^ e cheft^ 
ance che mm'haie dato sòtegure^ e torno à 
sbracare, niaiann'haggia lo mailo , che IPhà 
fatto • 

ig. Benedetto fia fempre^con qaefto fcì prendo 
il cinque> e Talfoi con qiieft'alcro fei roglio il 
quattroje'l due^ e con quello cinque il tre con 
l'altro due. 

ap' Oh delluuio^oh sfunneriojcco che mala-j 
chianeta sò nato à ito munno ? fempe defJitta, 
porzi fe ghioco à nafo dereco. .t-,-- 
;r. Oh miieria del Giiiocatore da^rair<i*a- 
uara ambitione nafce la fua voluptà ; faico 
prodigo dell'auaritia^getta le'lbllanze, mea- 
5'.Hj,tre le cerca f Cicerone volendo epilogar tutti 
i biafmi d'Antonio y lo chianiò giuocatorc^ » 
oh hominem nequam^ qui non dubttarst ale^ lu^ 
dere • 

*ip* Hora vedimmo> che nn*è de la fortuaa^dà 
l',^ ilo riefto de carte^oh potta torno à sbracarc^^ 
tre cauallc nziemOiChefla èpizza i 
'g. Sbraca non ti difpiacciaj vada per quand'Io 
non viddi vna buona carta, 
r^/'. Haie raggione de me coffelare ^ aio che si 
chino comm'huouo. 

Lafciami prendere con quefìo quattro il 
:rè>e Paffo;,e poi con quello fette il cinque^e^I 
.ojiue, e con quello cauallo mi accappotco tutti 
tre i caualii^da te sbracati. ^ 
Oh diafcange chefia non è chioppetta,di'c 
iclluuio? mora ncoppa na forca, fe cheffa noa 
pizza sfacciata; m'haie data la mano pe mms 
:appotteiarc, cortefia de pefcacorc; ietta Tifca 
,j.,»3^^rpolcià Io pcfc€* 
;j Leu 



1^8 ATTO 

Zen. Non teM difs'io,che coftui feiitiua di ftnl vo 
e confidali vnaborza> ricordati ddiaìettio c-' 

jt) della fcherma ; qui f e mei malus jemper mah if'. 

3i n'ammonifce il Digeilo de accufatlonibus.], 
iiiomo fraudolente lealtà non fi fperi. f 

iag. La forcajche v'impicchljm'bà fau^rito Js 
forte^non la frode ; però prendo per pagar hy 
nelle mani la dobla- \ , 

l>Iap» La doppia? vomn>eca ccà la doppia^fe n i h 
vuoieiChe te faccia vommecà lo fango ; non ; a 
iammo parlanno de paga ca te caccio n'huc 
chiome pònge pifcio dinto* ! co' 

^td* Tu efci dal feminato ^ poniti il freno Id ^-^ 
guefta bocca> che fon buono à sbarbicarci la Ip: 
lingua fin dalla radice* 

yj Ex Ariflotiley nihil amìcorum proprtum \ f 

^, ^Ham/iwul fviuerey ma in voi il molto conuej ^> 

5, far genera noia,ed odio al fine ; nella leggci ir 

.^y obferuandum de officio Prsefidis^ conuerjaiil 
nimta parit odium^iS' contewptum: S>C il Petra y. 
ca à propofito diRc^concordiam ttiam tnter d 

55 rtjjitnosyraram effe* ] 

J7ap* Lo niariuoJo fecuta Io sbirro ? tu sbraulj s 
damme la doppia frate eco lo buonrj^ch'è mii \ 
^lio pe ttene^ca non fong'hommo da faremo \ 
gpeplià de felatiello? sborzame Ila doppialo ^-^^ 
sborzo ftapanza; ffa doppia mme farrà perdei a 
«re la libertà . ^ V 

'Let. Deh non vi lafciacp trafportar dalPira, ne b 
viepiù diforme delPiracondojjOr^ tumtnt tri\ \ \\ 
ntgrejcunt fan^uine ven^e, ^ a 

Jpag. Quando fi perde bifognahauerpatienza-i 
e non diffamar galant'huominijfe non fulfepi! i fl 
la giiiiVicia^ti farei morir fott'vn baltone. ii 

'i^ap, Mme chiaiiarrille lonafo addoue me fpi; ' 
caie mammajent'hommo>che sbraueia^ e mn| % , 

vò 



j S E C O N D O. 

*ifirà i;, vò fa Io quic^co viuere > bella lamma fecura^,, 
i'ttioi I damme la doppia; Auto la Corte, 
'«ijiit Leit. Sii via Serpino redde q^od debes, ^ noli 
fcj j mtre regesy finifcela in biion'ora>x'/r tracundm 
/• i^romcat rixas; e t^ammonifco^che Ir.<;1nfamje 
"'^^0 il ; ca u [a j unt verba. 

-'.iii^ag* Oh che doglia di tcfta 3 la dobla Thè d'a- 
uantaggio guadagnata; ad vn giallo la caxtB^ 
iAi la dobla e mia > cptr il di più mi prendo il 
);iioii. mantello» 

lo'liiij Jap, Chello de cchiù) ferma llocoj damme la^j 
doppia^ ca pe na doppia fanaggio diippie ho- 
loiij, mccidie > e Taccofteiune io le cerco eco lo 
rijJa , fpruoccolo j te dongo na mefura de fcoppole, 

e te fcogno no tummolo de mole, 
mwij fag. E tanto ardifci con vn par mio ? 
w ìiJap, E tanto tnche à tornar^me la doppia $ tu 
ìlejgi f mme fiete de vrognoia. 
«1 iett. 3) Oh come cantò bene OnU0)Ludus enim 
IPeitì \ genmt treptdum certamen , tra?ny & Ouidio 
■tnm \ dergluoco dilFe^ trajuhtt deforme maluwy htr^ 
'^taqutyiS r/-^.f;deh kxmthyqut faitens efl muU 
ta guhernatur prudentia^qm impatiens cxai^^ 
tatfìuldi'iam fuam» 
tare*,?. Tu con chi parli à me ? 
ppiaji i^;'- A tte, e chi falle riiaie Io Conte CoIa> pi- 
' detodcll'huommenejtaratufolo à lallcrta. 
'//"vDeh non f^r si poco c5to della fnafanciul- 
Ie2za,Piinion'aiiuifa,vnapicciola Remora ar- 
reda le gran naui; niun'hà si poco*lorza^ che 
non poffi nuocer i'auuerfario . Odi Scneca«j, 
tlcna l^^^^f ^on ad nocendum fatis virium efì; Prjblio 
ne precetta; Inìmtcumquamus huwilcm doàfi 
ejì wtYwfK; & Arillofane foggiunfe > ò^cara^ 
\beum comprìme. 

Hor tò prendi quefto fs^fugnone. 



\\m\ 



ìfii 

ra,» 
m 



ì^o ATTO 
Nap. A mme no focozzone ? ah canaglia^ arrei 
ca ve fconquaffo , pegllate fto cappiello nft 
cla> fl'annicciiiopaparo , fta carcacoppola , f 
parapietto» 

JLcr. ^oruitis} qu^eque i/la r^penì difcordia ju 
gif} VI rimprouero col Mantuano; olà finitela 
TiémoTs s fugtte ywi ricordo con Cacone. Ohin 
contro me terzo ridonda il danno dc^ due I 
tiganti . 

fag. Lafciatemi LetteratOjVÒ canario dal Mod< 
j^ap. No mme tenere quanto lo fitiatricolo. 
Zett. Deh Serpino non far del Mirmillonejda. 
moderni chiamato Capitan Spauento , e dau 
Plauto detto M ile s glorio [us^ al che à propof 
to allude Giouenale , Mirmillonem exprim^ 
Infans • 

Tag. Non occorre Impedirmi con quefto ftilo v 
canario dal Mondo^tò muorit 
{finge col pugno ferirlo. ) 

^ap* Ah aflaflino^ ah tradetore {cade^ cheffo d 
cchiuamme volifte leuare la rrobba^e la vita- 
ohimmè cà sò mnorto^mamma mia bella^ Ne 
pole micje comme no ve veo cKiunt^ipiang^ 

Lett. Non meriti pietà, cercafti ingannarmi, e r€ 

3-» ftafti ingannato; dignum ejl fraudern in juuin. 

f " >,.,S'oref?ì retorquerij il dice il Codice de legi 
^lc.\i^n^ diffe Gnidio: difcat in auóiorem pa 

vn furbo^de^np di '^^^f^^^^^^^^^ 
,y riam noi la ferita, epoi i otf«foiChe per veu^,^^ 

33 detta mai fi fanò piaga. ^ , 

^^aP. Videme buono, Zio viecchio mto,fpont3 

me lo corpetto ca sò bìuoico, arraffo fia, poc 

n^è vole,e f-eto 



rari 
m 



ed 

V.C 



Zes^lo qui non trono ferita veruna ^ . 
Votame mmo U uw^o,U ego delkce^i 



m 

Lì 



opoli 



... S E C O N D O. i/i 

iloflfait^^^ ISe tampoco vi fcenio fegno alcuno. 
' Ah fio Letterato mio sò fpedulOi chelifa-j 

larràftaca feruta cecata j emme ite iarraggio 
fcnza addonareraenne r Marne à Jo nimacaro 
fare tcftamiento> doue Itemproprerferuitiuin 
pxxdìtum te laflb affoluto patrone de Carina, 
oh bene mio , che derrà Carina ca moro ? ah, 
(piange.) 

et. Deh non piangere > che t'ammaeftra il Pe- 
Crarcaj lachryma j'unt arma muli erum^ viro s me 
non decent; ma come fei morto, e parli ? 
di ^^Z'* Ah fio Senofonte mio non fongh'io , è Io 
' fpirctOjchc parla. 

et. Eh che fei fciocco? alzati no dubitar di mo^ 
rire^ch'il ferro non ti colpi- 
4p. Àbbnrle,ò mme dice lo vcroPtale che poz- 
zo campa mparola toia ? 
(Oh com'è melenfo) alzati su lamiaparolaj 
y^j ied andiamo per la dobla in traccia del ladro. 
^ ^ap. Talejche non sò muorto. {s^aUo) Ah Ser^ 
pino haie da fi eco ramico j Sio Letterato mò 
te porto Tanenu de Serpino mponta à ftc do- 
jie deta . 

r. „ La vittoria e più dolce della vita j e la-^ 
vendetta della vittorIa;aI parer di GioucnaJe, 
^^,,1 f^indtiJahonum vita^iocundìus ipfa. Hai ragio- 
jne^nella lega Diuus Adrlanus del Digefto ad 
• |legem Coruellam de Sicarijs ; in maUjicijs 
puntai txpeiìetUT non efitus. 
»^ Giwefllne decite buono; Ah Serpino 
l>imarditto,ogne lagremella mia pozza deuen- 
fà no ftizzo lardo, ch^ pozza lardeiare^ 
3eo de na v'aiaffa ; và ca à li gufte kioie ngc^ 
?o2zàfemp:é èantà la Cornacchia, e maie 
/;Ci>gadiiljo crale , e puozze deiientà fcon'- 
':icnco;Q foco cchiù de na Pica ; figlio de na^ 



là 
ini CI 



^ ATTO 

giiagiuna^nepote de na ianara^miilo capeteiai 
dice muto bene chella fencenzia Spagnolefc. 
^, Cacado fe leuanta 
Chi eco putte fe inmefea. 
S C E N ^\ X. 
RÒe?* Infanta in Scena. Fedehy Frencifejfa, 
ed Arciduca da parte. 
R<?. in Doue gentilifllma Armidea si fopra 

. JZi penfieri? 
Inf. l^eidoni V.M.al trafcorfo d'Inauertenza>3 

tornauo alle mie ftanze. 
^rc. Vedo Tadorata cagione de'niiel fofpin la 
fecreci lagionamend con M. ? voglio offe 
Ilare . 

Fren.ll Rè con TTnfanta In ftretti difcorfi ? 
diamo che fi tratta ? 

Fed. AmovQ che metaniorfofi prepari ad^vn^irìi 
lice? attendiamone il fine. > 

JRè- Infanta cara vedo pur troppojche la vòftra. 
giouentu di già li troua fui fiore , per far pa 
f^gSj^ à gl'Imenei; fonrifoluto cpllocarui 

5, matrimoniojla donna è vna piantaichjdeuè 

^^efl'ér colta di Primauera per confeiuar vìrti 
gl'induggi delle voftre nozze poffon'aflai l 
uar di concetto il voltto bello^ e l'affetto ni 
verfo di voi. Non trx>uo per quc(l*attare Vih 
cìpe più riguardeìiole di Fedele-^*- 

IH/. {Oh deliache afcoitol ) 

Jrc. (Oh Dio>che,feino I ) 

J^r<?«. (Qhimcjche Ado 1 ) 

Fed. (Ah forte à che mi Terbi in vita? ) 

He. E fe bene vi fiai^ molti y che concorrerei 
bero à quelli fpomali 3 Fedele vien'antepofl 
e dal mio genio, e dal fuo merito'. La dignìj 
Reale in lui trouafi accompagnata da vii tue 

i^ colUwi^antiguardia^ che non fuo.reffcr roti 

cosi 



lori 

.|.„ 

ili; 



11:1. 



.1 S E C O N D O. !jj 

ù£Z'^^^^^^^^'^^*'^" finlllri Clienti della fortuna. 
^^^^^ Da quefto foglio potete fcorgere grecccfii 



4^ 



deiramor fuo^approiiate voi dunqiie^a mia ri- 
foIutione,che per effetcuirla fol v'è d'vopo il 
voftro confenfo. 

»/• (Se fia vero,c.hc Fedele farà mIoj,come non 
m*vccldela gioia/ 

(Se così fia, io farò della morte.) 
fine. ( Rofaura dunque refterà delia dlfpera- 
tione. ) ' - 

( E Damira finche viue farà ludibrio d'A- 
■ morene della Sorte.) 
^^^^/•ji Sire Tofaedire i fratelli maggiori è vn'o- 
bligo , che rinfegna la natura , à n^e anche il 
^' detta la riuerenza ; il dipenderui fogetta per 
^lobligoj come altresì" per elettione , non mi fi 
^elfer dime fteffa, all'horche fi tratta d'obedl- 
re grordini voftri; eccomi non menpronta-.^ 
voli%he rifoluta à fotcofcriuermi ad ogni voUro 
volere . 

» Caia forella quanto mi confoIate,vado à fe- 
1 licitare Fedele con sì:iieta nouella. 
K ^"^^'^ Acanti feliciffima Armi- 

li ì A ^^^^ ^^"'^ penfaftdo à quel pun to^in cui 
Ancore dourà farti deii^erare per dolce2za-j 
iicUf la morte.^ ^ (le^ge trdp la Itttera.) 

Oh frà i difpcratl,miferabile Idrafpe, e co* 
ine le tue fperanze dalla culla alla Tomba fua- 
furono in vn'iftante» 

/«• Ah Rolaura fuenturata llnfanta per te ffi 
jvn turbine , che difilpando le Rofe delle tu<L-# 
orrc frefche fperàze, lolo vifè reitare nel tuo cuo- 
-;fWe le ipme- 

Ah Damira infelice,inuano ricorri frà tan- 
^^e angofciealla fperàza,fe tunon le proni per 
iiedicina de gramanti,nè per porto de difpe^ 



intef 



154 ATTO" 
Inf^Oh Cfitta adorata,che con le tue note ratìu 
ui i ari eì già fpenti difcgni y enei perigliol 
mare de- miei (ofp ceti mi guidi al Porto < 
buona fperanza. 
'^fc. Infanta Armldca poffb feco rallegrarmi|^^'^ 
fcntendola collocata nel Trono di Suetia e. 
poco curando le fciagure d'Idrafpe^dimoftra 
gran fenno nell'appigliarui al più leggiadr 
Prencipe^ch'honori quella Corte. 
2^^f* Arciduca il Rè non la mia elettrone m*h 
impegnàtoalle nozze di Fedele; fon cpftret 
fecondare i fuoi comandij e renunciare a* mi 
volerliSon'aborti della terra>e del Cielo qu 
2j mlnori^che non fi rimettono airarb'itrio da 
3, lor maGgioil. E' gran tormento il conofcere.1 
jy il meri^to , gchauer ligate le mani per gr;|X 
duario* 

Are* yy Non mancano dlchiarationi d'impoflib 
yy lità y ed efaltatloni di meriti nella bocca x 
^y chi non vuol fauorire; il mancamento s'attr 

buifchi alla fatalità, quando fol nafce dal prc 

prio volere. Infanta volete fatmi n 

ftar obligato d*vna morte,che riceuo dalle v< 

ftre mani>e dal voftro diflamor^? 

L'obedire-nonè volontario, mà forzati 
Are. yy PiccoPè queirAmore, che dalla forzi 

vien vinto* , 
fftf. yy II douere deue frenar ogni Amor grad 
Vfrc. yy Ad vn vero Amate il fuo volere è iegg 
'//;/. Idrafpc quietateui , con l'impotenza non 
^y può far'altro chi tenta rimpofDbile confuti 

il tempo Inuano; fi facrifichi alla prudenzaJ. 

e per coniolarui fappiaie , ch'il non poter f( 
^ disfare al voftro affetto mi farà fempre vuie 

ricordeuole delle proprie obligatìoni.Addn 
^tì;. Vattene Moftro di crudeltà con quella p 

ce> 



VI] 



k 
fa., 
Un, 
'4. 



SECONDO. 135 
ce>chc lafci à me; Mà fe non farai m^iuè men 
tarai di Fcdele,che vittima renderóllo del nyio 
furore ; Su Idrafpe alle manijallc morti > chi 
non il rifcnte à colpi cosi atroci^ ò molha vn* 
animo inlcnfato; ò pur di meritai il . Su tron- 
cafi col ferro quefta radice 3 che finiranno di 
fruttar queft'amarezze ; e fe ben l'crnòra del 
Re aificura la pianta ; necefiità non vuoi pcli- 
i tica>e tronco recifo non fi più foglie • Allx^ 
A fortuna di Fedele foi'vn ferro può tagliarli le 
chiome 

Vn'huom ch'ardir non hà;di vile hà*lnome# 
S C E N A Xi. 
)iiì Prencipe/Jay e Fedele. 

1^ Qfaura tradita à che qui fola reflarne inuer- 
iv fa nel duolo/ deh come si fchernlta vien«* 
la tua fede > mifcra conditionc di chi fi fida d' 
vn'huomo, stanche nel cuore dn'vn PricÌDc^ 
s'annidano i tradimenti i : ; . 

d. Suen turata Damira à che ti rlfoliìi ^ fatta-j 
fchei^o della Sortele berfaglio delle fuentu- 
re; mà qui Rofaura? M'inchino con o£[nI offe* 
quio à quella Deità, ch*idoIatra il mio cuore; 
ima che vedo? tra denze nubi di triftezzefcoi^ 

inuolcoii miobel Sole? 
VI-. Vattene traditore . 
i' In che mancai adorata Principefla ? 
^n* Infingardo Toracolo del tuo cuore ti ri- 
sponda per me; fuggopernon mirare vn Mo- 
Itro abom'neuoied/intcdclù. 

f^». Fermati ò cara 

n. Lafciami infedele. 
i' Rofaurapietàiafcoitaml almeno...... 

Son^Vlilfe airincanti d'vna Sirena. 
Sentite di gratii .... 

Soa Afpe alle voci dVn disleale* 



13^ ATTO 

Fcd. Eccomi à voftrl piedi^denudo II ferro^vcc'i 
detemi fe fon reo . 

rrin Alzati barbaro Prencipe > brami forft hìjliL 
fpettatore alcuno di Corte de' miei roiTori 
Cieli datemi fofferenza I 

Fedw Oh Dio^ e così cruda al voftro Fedele ? 

Pri/f. Ah indegno tu Fedele? ne mentijed in eh 
ftanza ficura potrà viuere Tinnocenza^ fe nel 
animi deTrencIpi hanno ricouero le fintioni 
mi cattiuafli^ con le lixfinghe , per vccldenr 
con le doppiezze? Io rinuncio la Corona c 
Polonia per amor tuo 5 tu rijfiuti Rofiura pe 
Arnùdea? Hor sù vattene altiero d'hauerni 
tradita^ e nei trionfo de' tuoi misfatti puc 
condurre incatenato l'arbitrio d'vna Prenci 
pefia fchernitaj che s'è Hata generofa in rifii 
tare vna Coronaj non farà nien generofa nel 
incontrare b morte. 

Fed. Cara Idea dell'amor mio t'Inganni^v'è foi 
fe fcufa^ che non pofTa farli all'innocenza dd 
la mia fe^codimi almeno» 

trtn. Ah disleale:) v'è forfè pena> che non con 
uenga à i tratti della tua incollanza ? fe il prò 
ceffo è fortito di tua mano>con inuiar refcrici 
ad Armlclea> come potrai giuftifìcarti ? Stupi 
fcOiComeJe lettere non diuenirono roffe ali 
vergogna del tuo mancamento ? me la piglia 
rei con la penna:>ch'ella ftelTa douea ferir Ic- 
dita con la fiia punta > e far faccia alla man(|„", 
quando ardliU delineare vna tale infedeltà 
Sbranare! quello proprio cuore, che benché- 
tradito è più tuojche mio; mà ti promettevi 
bricare fuo mal grado ogni giorno fa^ue ali 
rouina della tua memoria» 

Fed. „ Dehjnla Princinefla, chi fottofcriuej^ej^. 

5^ forza non pregiudica airiimocenza» 

Prin. 



pilO' 



SECONDO. 1^7 

^>Kci Bel ripiego! Io credeuo:,ch*hatiefll così li- 
bera la penna,com'independente la volontà. 
'ed. E fe nel mentre la penna cercaua volarfene 
à Rofaiira^ fopragiiin'to Ladislao mi folle ftacp 
politica il fingere,che direite ? 
fin. Parmi tanto iniierifimile quella fintlone»^, 
^ i che fe ciò fiiffej non folo farei fodisfaita > mà 
}'^^^^: felice. 

«i 'ed. Ah mia vlca^deh come diffidate della fince- 
m \ tità d'vn Prencipe:)Che v'adora? t'inganni rnia 
mu. Deafe penfi j che quelVeiìere non refpirl à i 
^'^P^l moti della tua bellezza ; non t'imaginare , eh* 
enertdomi per.politica fìncione conlacrato ad 
Armidea ^ non viua Fedele alle fole adoratio- 
ni del voftro amore • Il dirni, ch'io v'amoj, fa- 
rebbe vn baffo concetto del volìro merito; Io 
teliimonia quell'anima > che non vola mai per 
l'Emisfero della felicità^fe non quando fi fer- 
ma col penfiero nel voftro bello. 
^tn. Ah Fedele temo pur troppo^che al voflro 
nonac non corn'fponda il vollro cuore. 
d. Non dubitarlo cara d.^lla fedeltà di Fedele, 
^^J^ ch'anche nel nome i refcritti porta della fùa-j 
m fede , aggraui con ciò l'ardori del mio petto, 
m 'che non mi confumano,perche il fuoco è vita- 
' ')! 'Je. Ah^che nel volgere gnocchi al voftro bel^ 
. ('^ 'iojcouiorme li chiufiad ogn'altro, li fpalancai' 
r/r^- 'al voftro Amore. 

in. Dunque doriròcredere^che m'amate? 
A^^" j^- Nonhanbifognodi teltimonij le voilre^ 
m bellezze . 

(«tio: Me ne date così fredde le pruoue , che^ 
leiwi ipoflo far poco conto delle voftre efprefnoni^c 

iel voftro fuoco. 
crW« Per dubio d'infiammare Io sdegno del Rè, 
lo mantengo fotte le ceneri d'vna freddezza.! 
ttpparente. G 4 l>ren. 



ijS _ ATTO 
Vriìu Mà 1 1 trafcurare di vlfitanni allo fpeflb m 

fembia tratto "più d'auucrfione^che di pnideu 

za^ch^ rifpondete ? 
JFed. Dico> che pur troppo gl'occhi di queft^ 

Corte vegliano à danni miei; vn'ombrafol; 

può ingombrar dlfofpetto il cuore d'vn R 

ferito da voilri lumi. Eh Madama più tollo eh: 

dubitar della mia fede j rifolueteui à diueni, 

Regina di Polonia. 
frin. Rofaura più tollf) farà della morte^quand 

non pótrà sifcre d^l Prencipc Fedele. 
Fed* E quefto Prencipe Fedele vi giura^ché ne 

può ligarfi giàmai ad altraPr^ncipeffa. 
Ff/«. E poflb ripolar ficura su Patteftati dell a. 

vofira fedeltà ? 
Fed. Ed io acquietarmi al confronto delle prc 

tenti oni del Rè > 
Frin. Il vedrà Fedele. 
'Fed. I/efperimencerà Rofaura. 
l'rin» Non fiate sifcarlo delli vo/iri abbocca 

menti. ^ ^ 1 

Fed^ Sono troppo pericolofijdel refto lì fofpiri 
J'rin» Dalia parte de* Portici del Giardino iru 

tempo di nette pofibno afficurarfi quefti fcru 

poli. 

'Fed. Mà qual'hora mi prefcriuete ? 

FrinrAlÌQ tre della notte mi par l'ora opportuna 

f^d. Sarò foUecito per obedirui. 

Trin. Sarò vigilante per attendermi 

Fed^ Vigilanza cariffima. 

'Fuin. PromefladoIciiTima^ 

Fed* 35 Alimento al mio cor fiaiafperanzaì 

Frin. Fida fcoica ìa A^Bor è la goftanza. 



SCE- 



i 

'ni 
'^0 chi 



H 



CE- 



SEC O N^D O. 139 
S C E ìsj A XII' ^ 

Càrinajola* 
A* gran tempoj ch'io noa refpiro queft'au- 
ra per icn dermi più adorabile con ia riti- 
ratezza; la donna nelle fiie vfcite deue imitar 
la Cometajche per comparir fui tardi tira co 
maggior curiofità gli occhi alla fua vifta; de- 
uefi da noi altre donne vfar« alPamanti le ri- 
tirate, per chiamar in campo i lor fofpiri ; 
quando s*incontrano per maggiormente ferir- 
lijfar fegno ò di non vederli:, ò di fpreggiaxli; 
riceuere i loro inchini, mà con alterigia : tal 
volta fpiarli da vn'occhio di portieia>ò di ve- 
lo? appunto come fa il Sole quando fi fuela-j 
fotto il fianco d'vna nubbe ; bifogna compia- 
cer gli Amanti d\n ombra nelle guardature,e 
d'vna fognata Deità nell'Idea ; il beneficar 
troppo gl'Amatori è vna politica mal porta^ 
ta dafemina, cheambifcc radoracioni de-j^ 
cuori. E mi merauiglio di tal'vna,che s'afflig- 
ge nel vederfi mancata dalfuo vago ; ch^ 
dunque per vn folo è nata la bellezza ? mal 
configliata è donna, che fi lafcia ridurre in po- 
uertà d'vn folo Amante • Si fà con ciò grand* 
ingiuria al noftro feflo , che fi crede infeli- 
ce, quando ne gode vnfolo; è ignorante-^ 
il merito di quella beltà , che non s'eftende^ . 
al pofieflo di più Amatori ; ìÌ numero plura- 
le , non 51 fingulare è celebre con noi aitrc-> 
doonc ; venghino dunque à cento y h miilc-^ 
in quefto petto i ftrali del Nume Arciero, 
Che fe il colpo è d*Anior^ non è mai fiero* 
SCENA XIII. 
NapolitanOyLetteratOi€ detta» fm^* 

GHihàlégua va Nfardegna^parlame chIaT 
ro coinrac vuoie Cernuto ^ % bedarrai 

Q j quan^ vi/, 



A T T O 

<gijan^'az2ellente fongo à l'arte de Portapol- 
Jaftrci enò mine ire parlanno latrinante^ma^ 
taiiernicolo fermone, fe vuole effere ntiib(ch€ 
piiozz'elfere accifo.) 
l^tu Hor conolco 3 che fei vna pura machina-^ 
Carte liana/edifprezzi il celebre parlare deU'|^' 
antico Latlo y ritrouato dalla moglie di Fauno 
^> Rède'Latinij ma ti compatifco//^«w««//a-j 
jy Cupido.Oiido, diffe bene il Petrarca^;*//-?// igno^ 
^3 ranfia petius ;««^«/ri. Carlo Magno più d'ogn% - 
altra lingua fi preggiaua della Latina. Ottoneit^^;;; 
Secondo con la perfettione di molte lingue^ " 
ii liberò dalla prigionia de' Greci; Mitridate.^ 
Rè di Poto aggiunfe alle fiie glorie la cogni-,,, 
tione di venticinque llngue^e Cleopatra tùtton^i 
che Donna poffedeua oltre la lingua natia-^ 1 ni* 
i'Hcbraicajl'Etlopicajla Partica^e la Latina^. \ M 
Per altro (ei molto afiuto per vn tal raeftiero, * 
mà per efler tu buon giouane...t 
ift^^/. So le bone gratie volhe. 
^-^^ Non fei buono all'impiego delPamorofe-» 
ambafcjate.Facilmente Carina aftafcinata dalia . 
tua valida giouentù:> tu farelli in fatti, ed io in 
parole ; non è vna volta, che i mezzani fon ri- \ 
marti per principali . L'ambafclarie amorofc-^ ^ 
cercano età veterane,c]ie habbiano meffo i pe- I ^ 
li bianchi nella politica d'Amore . Odi il Di- ' 
33 gello de teftamentis ; Muliere: [unt fragUes , ; 
Si ^ corruptibiUsé 1o;ì 
Car. yj Alle volte obligaplu Parte,che la natu- < 
5> ra > mohohàdipreggio Talterigia in vna-j ' " 

donna* Tanto fiam'adorate noi donne,quanto 
33 che non ci piegamo ; che vai beltà pofreduta> 
che torto vicn naufeata,e fchernita dairAman- 
te, che fol dietro à chi fugge affretta il piede; 
ftimo indegni (juci kxii, che fi apiono di fac»le 

alia 



luna 

\^ 

;ni' 



SECONDO. 141 
dlla fugefìione d'vna lingua ^ che di poi fafH 

Oh qiiant'c 



tromba delle noUre vergogne 
grande la vanità degrAmantij ch'hanno il de- 
to alla bocca 3 fin che tengono le man I nel 
grembo. 

Xap. Scace nn'arrore! non pò fprecare Ammore 
chi non l*hà nCore^pe ve la rennere piatola-* 
>«iiiu fenza che mme nfrucecate le pparole > baila—* 
fare parlare à ila lengua nn^ammorata;mà pen- 
20 ca farrà defficile la mprefa. 
boii|,f'/.jj Vn*anImo rifoluto rende facile ogni dif- 
ficile* volenti nit difficile^ cosis'efperimentano 
gl'amici j amtcus cersurìn re incerta cernitura 
fon parole d'Ennio; Daremo ailleme i'affalcoj 
virtus vnita fortior . Et duo vincuia magts l^^ 

ap. Da na parte mme flregn*Ammore y e da-* 
IPauta lo pefone de la cofa; oh doppia cana-jj 
e quanta mc nnefaie^&quotpeioribus mme^ 
fuie arrobbata.Ah Serpino ce puoie cornare à 
mmetcere à lo ventre de mamraaca y puro c«-^ 
Jtrouarraggio ? 

f//.j> Sarà moxtOyluuanis rixofus j7 non apparet 
pr/efumuur wprtuus , l'atceila Alelar^dro in^ 
Concilio quarcojBucero nel Codice de pactisj 
c Bartolo nel trattato de textibus. 
^ap. Appila,appila,non vide ca c.cà ftacc colei* 
che Io gran fuoco accefe ; sù dammele ncuei- 
lo; à nuie ch'è borpa,ccco Carina. 
f//« Stgnum amorsj efl nomine Amata commoue^ 
rtiìì cuor mi palpita nel fenojdirotti con Vir- 
gilio; bj^c futtf^quét nojìra lìceat fcvoce moneri^^ 
vad€y age* 

ap. Già fongo connflnnato 'à proferire la fcn- 
tcnzia mortale contrame ftifto.Alfin d'Ama- 
le («a fgn fitto mcffo j nicejfnà* non habet ii^ 



li 



j^i ATTO 

^rùujy Segnerà Oirma bella.*.- nfrà tutc^ Io 
belliileme •^••. e du non pozzo cchiù^ e qiiì fi 
nifco. 

^^ett. yy Deh cos'hai ? coraggio ifneììus ejl notu 

3i ìncipcrtyquam ahinLt^'iQ defifiere* 

I^'ap. Sia Carina cara ngè farria no cierto fii 
Maeftrojche v'ador.....che vad^or'iti bordelli 

(oh poeta) che vorria nzierao eco Voffo 

dice ca vos,e nos fongo perzone terzere che- 
Io mafcolino eco lo fcmmenino è na concor 
# danzia^che te porta à lo cognontiiia de la do 
cezza;c fe Volforia eco mmico nò mme fauta- 
à raccufatiuo, ve dico ca ifib ve vorria mbe2 
zà lo Genetiao. 

Lef. Eh parlali chiarojcon Onidio t^zmKaìAwo 
veli; incrtemyt^avnmonìko col Taffo, è fpaccia- 
to vu*Amance rifpettofo; e còl Marino ti fog- 
giungo^ 11 non foUecitar donnajch*è belJa-j. 
non cortefia^mà villania scappella» 

Nap. Hora via, mmafciatore non pagapena, fi; 
Carina mia cara > ngè farria ccane no ciertc 
vertolufo^che fpantcca;, e fperefcejxela grati; 
votìra^e fchictojche le tuozzole^qiiàto Vofci; 
commanna^de lo cchiùj de lo mmanco^ latte»- 
de frommica^lengua def appagallo,pennedl. 
Fen^ce>fubeto te farranno portate^ca ftà chine 
comm'huouo^ricco cornine l'o mare; comman^ 
nalo à bacchettai Eccolo ccà> iflb t'è ferueto-fio 
re^e Vofcia è la domniena foia (Ammoxc cane 
pè aure sò facondo^fcopro il fuo focone la mli 
fiamma afcondo^decette no Poeta roffeiaao.) 

Car. Oh belc^fFo d^ /Amante ? raimeràuiglio pu: 
troppo y come ^more in cuor dì moftro alber 
5hi? oh bell'Etna amorofa^fcopre nel crin iv 
neui>e nel fen cela le fiamme i 

^ap. Gelido è tutto fapr^nià deptre bolle- 



SECONDO* - X4J 
leti. ,> Vrget pr^f Jenna Tumiy ciò che da fe ftef- 
53 fa fi può fare^noi] nfpettar,ch'aitriil faccl>^«i 
„ Jìbi ìpji prodejfe nequity necjuicq^uam fapit y^mi 
'^'Ui,, ammonifce Homero 3 femper ^erecundis fido^ 
}> /^r/ affetta danìnuin.)CdLXdL Carina^che col no- 
me ancora d*amartbahi^ lafTo^ caramente infe- 
gni j di Carina monte di Candiate più dolee-^j 
e più duro ; Defi non m^oltraggiare con tuoi 
mordaci detti, non sà che vuol dire offendere 
vn fauio;i virtuofi fon'imagini della IjjHuInita, 
„ e'I non adorarli è vn mancamento delìagiurti- 
tiaj confidera>che s'hò di moftro il fembiante, 
humano e*I cuore^fogetto alle faette del fare- 
trato /irciero ; coni* Jriofto t^ammonifco> 
Donna fenz'-^^niante è come incoita vita ìcl.* 
Ortojche non hà palo^Dubitl forfè col ifecon- 
dare le mie amorofe voglie di rcderti infame ^ 
à mio prò dice la legge /ì quis dparentiius^ 
mtretrtx non e fi infami s . Oltreché vogliono i 
T>(òlX.Qi\yjn^raf icem non ejje fi Amore vthemtnù 
€aptay fui eopiam amanti faciaty con Plauto ti 
foggiungo:Af^/rc?;ifj»c?» mèrmkum eji^vniin^ 
feruire amantibut , e nella lege Palam de ri- 
tu nupttali, msretfix dicimr iUc^y ^Hx duos ad-^ 
rnitiìt v 'rros • 

v^p.Oh quanto te fa dicere .^mmore>che s'è ce- 

V cato^èlenguto. 

'€tt. Forfè ti fon difcaro^perche hò II vlfo rugo- 
fo.E non fai che dedit improbe f^epè ojcula tar^ 
ta:o Dei ani ra viro^^^iì riferir del Bembo» ^mo- 
hi^.o-) re elTendo cieco di beltà non s'appaga ; il ve- 
jfcpi * r<> ^mor foio d'amor fi pafce; ne fon tanto dc- 
> fornK(aUegans Juatn turpitudinem non auditziv 

V nel Codice de conditlonibus) queftocrinca^ 
8uto,fc hà perduto beltà acquiftò ienno. E fc 
non vuoi amarmi , come pofle%€ j|i tant^ 



; Olili, 

coQcor- 
'lolita, i' 



Il io; 
) àà I 



il 

C 

a 

il! 
r.' 



X44 ATTO 

yirtudliamimi perche conferiio la tua bellaj 
imagine nel petto* Per te abdico ms àbtsyàne^ 
faóìus f allGre indico genasyobligefco foras^quan- 
do intus vjagnum latet incendmm . AM\gonx^^p, 
per la fuperbi'a di fiu bellezza ila Giunone ftì' 
coitile rtica in Cicogna;ed /^naffarete da Vene-f 
re fu conuertita in falfo . Odi il dotto Ficino ; 

^> Awantcmyqui non amat^homicidi^ eli reusyfS' ve^\ ^ 

S3 luti prxìfanus impune inter/ici po(e/};nò v*èpeg' 
giof vj^cio deiringratitudi;ie.afcoltaSeneca-ji 

:» tngratti's walus non eji-^habet enim omnia npqui^ 

3i ti a [emina. 

Nap. Oppila tu,Iafla parlare à mme-Non re ver- 
guogne fla Carina mia,ca creo haie porta la-j 
mola de lo finno,de refotare n'hommo comm* 
a chiflb ? n'vimante che fi n'è bello y manco è 
brutto? n'hau'auto che le fcógeca,che U'huoc- 
chic à pefciariello, lo nafo comm*à plecoro^la 
varua de zuoccolo ^ e lo muffo comni'à n'afe- 
noj delo rielloè belliffemo^e dottiffemp.Ho- 
ra fioLetterummecomio haggio da fà cchiu 
pe ttene ? 

iw. 3i Ti rifponderò con "Etimojjenefaéfa male 
locatay malefaàla arbitrar s bìfogna più calda- IJI 
méteperfuaderla>£«//^ lapidem nonbis^ 

jjj yi?<^ f^pè cadendo* 

'S^apé E zitto frate ca femmena aggratlata vò ef-" 
fere pregata^perrò nò mm'agghialojnc mmt^:- 
perdo d'armo; la bella Zitelluccia fe face fpif- 
fo arreto, acciò che pozza mmelUre ccò cchiu I 
forza ^uanno toz^aj falle duie caffefie, duioi " 
càrezziellcy dille quatto parole fpantecat^ ; 
-<^ncma mia, cor delle mie bodelle, arrofto del . 
mio fpito, per voi mi flufo y c fmafero i miij- 
ciuefaccio , e fmoggero 3 c nel mefe d*vi^gofto 
^ttinatoper voi via piùm1nioilo*Cà chcflaJ? 



mi 
[cut 

ìlio 



SECONDO. 145 

qiianno'ntenne Iteparolcj non pò fare jch^ 
non te dica t'ammo, t'ammo mio ben>corii2zo 
doce> e dir non potè ligsi>e morze nfoce. 
^t(* >5 t^td verbi s opus efi cum rerum nullus fé-* 
quatur effe^ius , offerna la lege Cu del Codice 
de dolo. Chi folca in lieo perde Topra^ e*l tc- 
po m*aiiuifa Bembo j non poffono i detti in--» 
oltinato core; efl /cedere HÌJlmum. MiferOj 
che dirò, fe alla fua prefenza perdo i fenfi> 
fenza cuore rimango; onde con ragione vuolT 
Ouidio , che degli occhi più, che della lingua 
fi feruino grAmanti;/?/^«^* oculos oculis jpeiia^ 
re fatentibus ignem, e però dilfe Plinio, oculit 
animus inhabttat . Deh che beuefti ò cara Tac- 
flua del fiume Cidonio , che di freddezza im-- 
petra le mcmbra,e Senofonte per tè beuè l'ac- 
qua del Gerone,che gli dertorono infuocaci l* 
affetti ; mia cara Venere afflilo non ejì danda 
afjiiatOyU^gì il Dig^fto de.officio Pras(ldis;8c; 
oficrua il Digefto fi pars hcvs^iJEquiia/pr^fir'm 
tur rigori , e moribondo col Mantuano efcla- 
mero, viuo equidem 3 vitamque cxtremam fev 
cnmia duco* 

'ap. E more de vita caffo refiannole nimano n? 
allo. Su par!a,che te vreguogne, haie no gran 
imi lorella mia! fpapura di de si, che te ngc-^ 
vace? oh fciorte, e io maie trono quacche per- 
i:ona,che bolefie bene à mmene. 

Deh m'ami mio bene, rifpondl, fnoda Iz^ 
litìgua,il Codice de adoptionibus,dice,5«/ 
cii conjerttire videtur , su via loauerey vtte vi^ 
deam. £i\:)f come non parli, fe II Digello de po- 
ftulatioiiibusatceffa ,che muiieres funt loqua^ 
ces. Ociroe per troppo parlare fu trafmutata-^ 
in cauallo,Filomena p^erdè la linguai c Nai di- 
«enne muta. 



r^6 ATTO 

C.^ii;vògoffai iì balordo ) oh Dio! 
J^'aj?. Ah cane dalle nciioIlo,mò fe mie vene / 
Lea. Dillo ò mio Teforo ? 
£ar. Incomincio ad amarti^ 

O vetcoiiaj vettoria hora via damme la 
veiieraggiojò il nò facimmo à parte. 
"'^ Oh'mia propirtla forte , e ha vero 9 che mi 



'Leu. 



ai 



/li 



ami? col Co età ci prlegOj^/ mi ojìende manum^ 
illa ?mhi potis apenre pcSius^lS' è medio euellere 
c^rde anìmamycd h\ pegno deiramor tuo, con 
cedimi vn fol bacio^al parer di Socrate^ cJcuU 
3^3 fi dederts fam ?namfejius amator. 
I^ap. Tienre commò si caudo de rlne^damme ne 
vafo:,comme foflemo à lo vordiello; (oh potrà 
dennico trafimmo troppo nconfcdentia ) à na 
Zita noiiella comme cheffa^che nlià fatto à le 
inmacaro na dozana de figlie j cirche nnanzcj 
à la gente Ile befcazzie/ Si non callo^cando» 
i£w. Ti bacerò alla Fiorentina , fecondo Pam- 
maeiiramento di Plauto 3 pr^ehende auricultà 
compara lamella cum labeWt , e m'ammaeftra-i 
Teocrito^ auribus arrìpiensytribue quam dono-^ 
i^alumbi 3 e con Rufino efperimcnterò , che Os 
anima?» eiiam ex vngu 'ibus extrabit* 
tar. Horvia fon già difpofta premiargli vofiro 
merito y remunerare il voftro affetto j ecccmi|^.! 
pronta à baclarui. 
i^ett* 3y Oh feliciiTimo Senofonte ^ caufe ^audjj 
^unt potivi fpey fruì optati J, amabtUum perji^na"^ 
rufh vtf diUéfo.Ekhmciò con Virgilio? ^^'^J^'^^ 
f)unc ridante E col Naugerio dirò:,/a'//c/<^'' ^"0?- 
ìefìibus Dtis eroy fummo nec inferior louem Che 
rnai^'intcfc Teocrito j rem (Jfeofcula inammyk 
Gioue apprefso Lucjano afferma , Ganmedi^ 
culationem tieilare fiki ejf^ duUm^m^l^ZCQt^ 

«araco» le labra il cuore» " ' . 



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S E C O N D O. U7j^ 
ap. Oh potta de nnico^ ccà non s'abbunaTvì 



ea farrke pigliate à pvcxnc, comm'à cane? Ah. 
fortuna, edìo mme pigHo no pallccoi e faccio 
fpotazzell3)efiilo tengo la mula ! 

Tò predi quello fputo fia il balza-mo per la 
ferita del tuo cuore; Bocca amata à forzzA^ 
il bacio fputa ogni gran fiamma ammorzaj,bar- 
bagianne , cartrone : le rughè sii d'vn volto 
folchi non fon da feminarui baci» ^ ip^^^^O 
ett. Ah cruda non ti dirò col Caftiglìone 3 nec^ 
ubi [unt fr<£cordia/errea , nsc tibi dura vì^^etct 
in alpinìs Cauùhus Vrfa dedit '^v^d. ti rimproue-- 
rerò col Mantuano y nec tìbì d'ma parens gme-^ 
risy nec Dar di%nut auctor perfida y ]ed duns ge^ 
miit te cautìhus horrens C aucajus jHircanequt^ 
admorunt vheraTigres;E coi Taflb efclamerò> 
tè l'onda infana del mar produfle, ò'I Caucafo 
gelatolo le mamme allattar di Tigre Ìrcana-J3 
e ti rinfacciò coi Guarino>Ainor noti è cagion 
d'atto villano^ 

^ap. Ah brutta ciarne pedetaiC comme ngè rhà^ 
fatto ; pifcia pettolejguagiiinfl>ietta cantaro^ 
perchiepe tola^feccia de vordietlo> maddamma 
poco fila, fcalorck^sfogachiurme^à n'hommo 
venerannoUo brutto corriuo / 
•^^^^^ett.y, Ah griderò col Taffo:,reftin*Amor vcnghi 
fol fdegno hor meco. Dijpefai'm ex Ariftotrltl^ 
ni frujiratoe progeni e s efiy vix na^0 fiuUtiiit' co^ 
mes efi^Ch^ xi(ohio?proprietai dejperatioms^ji 
nefiifs qu^id agere* Maquefto fputo fpero p^r 
me fia acqua del fiume AlcidoloiChe ritoma--^ 
la luce à ciechi^ ò del fiume Inopejche rauui;» 
ua i fpiriti addormenta tì.^'/)fj ammffa fiifiitat 
iraj; mi vendicherò nell'autentica de nuptm, 
audacia mulìerum efl reprehendenda ; ma dice 

l'Ariofto : mal fàj chi s'indiice à percuoterei 

b 



T4S . . ATTO 

>3 la faccia di bella donna, ò romperli vn capd „ ^ 
lo ; ed Ouidio la dlfcolpa yfwdera feruaffeijj, ì^i 
non formoja fuiffet. Deh quando mai fi viddcL, i 
vna llizzata furia In vece di fuoco adoprar l'ac 
qua? hor sicché fi può dire per aquam^iT ignen f 
mi conduce Amore. \ 
^'^A* Ohcomme dicette buono chillo d!tto,n<' 
credere de Ja femmcaa à chili'huocchie à zeni 
narieIlo,nc à gnognole,né à fquafejnè à cariz > 
2e,nè à bafe, ca tutce fongo trademiente; t'ali 
lifcia mprinima^mà pò te fpennaie gabba- ^ 
A^^i ^^'J-glio dice PAutencic3,vt fine prò , m 
hibitionc, lex non debet fieri propter bonasfcs \ t 
^ntaSy^H/a rar^Junty fedproft^r malas^quia^ Ci 
mult^ funi. Ah Carina tu nel mare d'vn fputcì i' 
fommergefti le mie fperanze 1 
Nap. Haggio paura ca dinto à fio maro de fpo 
tazza s*annegarrà lo vafcieilo de li defignei- 
tuoie> e maie nge darrà funno^ mà fempe iarn 
ncurfo de li fofpire. 

Q^el gran Caftrucclo Caftracani vn giorno 
fputò in faccia ad vn^adulatore^collui con fer-i < 
mo vifo seza tcrgerfi^dilTcil pefcacore fi lafcial ^ 
bagnar tutto dal mare per pefcar vna fardella; « 
ben pofsMo farmi bagnar il vlfo per pefcar vna! i 
ragofta • Bifogna con fcherzi prendere à rifo ij 
fuoi fcherzi al parer d*Guidio^r//wriirr/^/<^J i 
fiflerit fiere'vìcmcmoyimponet leges vultibus ilJ p 
U tuis . Doppo le riffe fon più care le paci j| i 
5> Fire degl'Amanti fon fomenti d'Amore, Tat-* 
j3 teftaTerendo } Amantium irif amori/ reinfC' 
3, graiio eft-^ nè per qucrta repulfa io difpercchc' 
DJ Tacito Tn'ìnkgn^irepulfam propinqua jpes fola- 
tur; col Taffo, fcufo il natio furor, il felfo^e-^ 
gTannije conchiudo col Capaccio:Amore ap-i 
iì punta è come il mei granato j ch*ia fcorza-^ 

ama- 



SECONDO. 149 

amara afdonde vn frutto grato. 
^""ap. Mà tu fenzafardelb y e fenza ragofta eco 
^'^i^c4 la facce nfofa^ e co 1^ vorzaafciutta ^ ce nne-^ 
tuorne ncafa ; e non s'addonaj lo chiafeo ca-j 
''^'^^ jpefa l'acqua dint^à lo mortalcj ed efla è borpa 
vecchia? 

Vò che le porta Tacqua eco Tarecchia* 
SCENA XIV. 
Con/tgiiero jdoé 
e;ti EI mare di' quefta Corte, douepofTo dlre-^ 
X d'haiier apprefo vna ben lunga prattica-^ 
di Piloto 3 non ho incontrato mai tempelie di 
lìmil forte? nè mai fcogli di ilmi! grandez2a_5> 
confiderò da vna parte il Rè folleuato dal ve- 
to.de'fuoi capricci amorofi.-Fedele in poppa,^ 
delia fortuna: la fuperba Rofaura vicin' al por- 
to d*vna Corona Reale j dall'altra parte miro 
la Polonia naufragante con borrafche d'vna^ 
guerra pcricolofa? Pinfanta gittata à nuota sii 
le tauole d'vn^aniorofa fperanza? edii poiier(à 
Sigifmondo sbalzato fra poco dalle tempefte 3 
è sii l'arene di Iterile ripofo? ò su la poluer^ 
d'vn fepòlcro ; conofco ben^ia i tumulti di 
quefto mare ? mà non hò carta per tanti ven- 
ti j c necelTarlo nel torbido di tante fcongion- 
cure far vela con bandiere colorltej e con va- 
'riiu\-Ìct\\\ carichi d*ogni fintionc> acciò che non ii 
penetri ciò , che m'ondeg2:ia nel penfiero , & 
acciò nella cella capriccioTa del Rè limati il 
ventole l'Infanta non pianga in feccole fuc^ 
r fperanze . Deh che mi ferue^ o Polonia, effer 
cif Nocchiero accorto. 

Se poi la nane tua fi perde in poito?^ 



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TV /f A yIen S.M.) Inuitto Sire proprltio i 
•LVX Cielo adempia i voftri voleri. 
Rè. EcGonVn'adenipito j ch'era appunto di fé 
co abboccarmi per farla partecipe lo ibbilitC; 
Imeneo dell'Infanta col Prencipe Fedele^le^ 
cui rare parti m'hanno indotto à non riguarr 
dare la ftima d'altri foggctti^ed obligato vp ,j 
Ladislao , che non cede ^ ch'à gli ettrcmi'del 
merito. 

C'o//. ledeliberatloni di V.M- furon jfempr^ 
plaufibili; il grand'effere dei Prencipe di Sue- 
rlacongionto alh pertettione de'fuoi coftumx 
lo dichiarano meriteuole fpofo d'vn*Infanta--f 
di Polonia; Mà vorrei 3 ò Sire> fi confolaffe il 
tiefideriò di qutfti popoli^che afpirano foccef- 
fori al Sòglio . Il procraftinare i defcendent x 
ad vn'Impero > non è politica di quei grandi, 
ch'intendono perp§tua?fi nel comando. Quei 
^, Prencipbche nel periglio d'vna^ fucceflionc-^ 
3, fono pigri à rifarcirla co i mezzi > ò non ere- 
j> dono alla Mortelo non emano d'Imperi- 

1 voftri motiui fonogiuftlffimi òbigifmon- 
do>horsLÌ farò Regina Rofaura>e così ì Popo- 
li non haueran dì che lagnarlì- 
Ccn* Mio Rè vn'animo generofo non dcue farfi 
trafportare dal fenfo ; d^inutil pentimento 
3> ogni hiimano piacer ftalH al confine (lafedel- 
tà con sì liberi fenfi mi detta fauellare}Si de- 
:>y-tiòno facrificare al commodo comune non al 
yy priuato genio i matiimonlj de*Regnanii;Rcal 
j,^ manco indegnamcte velie chi per publico ben 
yy del fuo priuato< còmodo nò fi fpoglia; l'Amor 
di Rofaura, e'I repudio di Stelladoro appor- 
terà i*ctìainioIo di Poloitia^come quel di Ne- 
rone 



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S E C O N D O.^ 151 

rene con Poppea cagionò molti fconcerci nel 
fuo Impero^ quel di Tarqnlnio con Lucretia-» 
diftriiflfw in Roma il Dominio deTarquInij^e^ 
Pamor d'Antonio con Cleopatra fpinfe Otta- 
tallio à fcacciarlo dal Tritimuirato- 
% Vn Rè che tiene e gran Regnoj e gran cuo-j 
rCitton è capace di CÌmore,ò Sigìfmorido. 
W. Sire non fidar cotanto à qiiefto inuitto fcet- 
J \ ero; nelle corri più eminenti sa il Ciclo fcari- 
|;^car i lìioi ftvlmini; le potenze piiVvafte prono- 
;ronotal'hóra i capogiroli della forte; la Luna 
, è fog getta airEcclilfe , quand'c più piena_> • 
I Prencipifauij non voglion^'eflere adulati • 
L'antico LadislaoRè di Polonia folca dar del- 
le guanciate à chi Padulaua^ dicendo' renderli 
la parigìia; l'Imperator Coftantino i Cófigliw^- 
ri adulatori chiamò Sorci Palatini^ Sigifnion- 
do fauella cqI zelo de'Configlieri di Priamo> 
^ 1 che preuiddero la Rouina di Troia y e cornea 
: y Catone^che preuidde quella di Roma.'MIo Rè 
ftelTo nelle Regie anticamente ho incefo 
murmorare del rifiuto di Stelladoroj e deli E- 
lettione di Rofaura. 

CoiTie? murmurano^perche bramo far Regina 
Rofaura? non è ella del Regio fangue^e d'im- 
pareggiabili virtù dotata ? m'accuìino quanto 
vogliono del rifiuto di Stelladoro: De'grandì 
li parla/il tarlo rode Inargento non il vetro. Il 
ciarlar di gente vile fi cafìigacol difprezzo ^ 
cauar le lingue tutte non è poiTiblIe^je per vna 
che fe ne ftrappi dalla gola à qualche critico , 
iquafifangue dairidra torto ne repullerà va' 
^o'^MaltrajC più di peggior taglio. 

«• yy (Chi vlue in" braccio al Tenfo non ammet- 
iPff te ragioni. ) 

f ' !• Awgufto incontrando in Roma; tVimulato da 

fuoi 



m 
noni 



xsi ATTO 

fiioi Pretoriani,vii*homiccUioIo,che ad altpu 
voce il chiamò TirannOi rifpofe , s'io fuflì ta. 
le non mei dirclVi: Federico Terzo,fendoli ri 
ferito>ch*alcuni ceiifurauano di lui 3 rifpofe.^ 
vado molto bene>fe non m^ è fatto altro dann< 
j,che di parole;la murmoratione hà varia forte 

3, Sà farla il vihsà difpreggiarlo il forte. 
Con. Mà è bene sfuggir quanto puoffi i*anda 
mal menato per rakrui bocche; vno de' mag 
giori trauagli ch'hanno i Regnanti j è che fo 
cenfurati anche delle cofe leggierej non ch^ 
delle graui. L^Ateniefi notauanp Cimonide-^*. 
perche parlaua forte;I Tebani accufauano Pa« 
tiicolo^perche fputaua troppo : I Romani bia 
fimauano Scipione^perche rutìfaua quado dor 
mina : I nemici di Pompeo criticauano di lui. 
perche fi grattaua con vn fol deco^ e Siila cen 
luraua Cefare>perche cingeua male, 
^è. I Regnanti ftanno fempre in neceflTità d'vdi; 
poco bene di loro» Alle ciarle de* fudditi, ch< 
parlano fecondo l'humor piccante delle pro- 
prie paflioni 3 non deuono dare orecchia iSo 
urani.Bocca che i preggi altrui col biafmo co 
prcjtomba alle proprie>airaltrui lodi e culla 
Con^ Mà fe coloro per cagion si leggiera furon<|Ts 
criticati 3 che diranno i Polacchi di Ladislao 
che per appagar ilfuo genio^ nò cura le llrag::3p: 
gi de'fuoivaflalli; certi popoli dell'Etiopia.*^" 
portano la bocca nel petto>e Sigifmondo pari 
col cuore in bocca. 
Re, Lodo Configliero i voftrifenrimenrij ras 
non occorrono rifleffioni politiche 3 doue J|d!, 
tratta d'Amore y mi fon dichiarato à baftanza 

pa: 



cfcludo affatto dal Trono Stelladoro^e vi col 
loco Rofaura. L'effer Rè non mi toglie l'efle: 



uuomo; e come tale alle paflioni logetto . 
^ mo- 



S E C O N D O. ryj 

. moflrlpoco pratcico nella natura de* grandini 
. difordiiii de' Prenclpi vengono dlfeiì dallauj 
potenza j e paion piccioli per la lor giaHde^- 
w», za; ogni panno riceue macchia:, eccetto che la 
iiJìwt porpora j perche à fiioi colori entra il fecrcto 
-'t della propria autorità. 

j> Sire Amore , e.Maeftà non ben s'accop- 
piano afileme ; quel tanto chiaro^ella Grecia 
Temirtoclcequel nell'Italia famofo Roberto 
diedero à vedere^che vn Regnante non tanto 
. del Diademate del Regno^quanto de'colaimi, 
,1 c delTanimo li dcue far'ammlrare ; più ch^ 
^.•) ne' fudditi, nelle proprie paffioni deili vfare»^ 
rimpero; Vn grande non può ottenere più 
chiara vittorla^che vincere fe itelTo, il follen^ 
care lo Scettro, fenza che gouerni le proprie 
paflìoni , è per chi profeiìa l'adornamenti alla 
mano^nongià neicuore^,. -, - 
Dunque l'effer Rè, m'ha da far fottoponere 
U'altrui conuenlenze il mio genio 1 Dun- 
que i grandi han da ertere imnxaculaci , &Tn2^-; 
3€CcabiPil Trono > A che feruono ^efa/ctc^ 
:ì V Regi^che à coprire le piaghi? de'foro>aftec-^ 
. j li? à che lo Scettro , che à comandar la ragio- 
r.:.^ie ? che differenza farebbe trà lo /iato d'vn»^ 
3rande ad vn Plebeo, fe nelle fagelHoni de* 
apricci non dimollralTe nell'efecutionc il fuo 
:l lominio . In tanto la vita de' Grandi non ii 
riJ onforma con gli altri, perche h puol'amplia- 
enelle fodisfationi del genio. 
. Perciò maggior atto di YÌrtù fa vn Gran- 
ch'vn priuatoin dominar le paffioni ; Sire 
chi dà legge- altrui, non è da legge in ogni 
^arte fcioito. 

^ Eh merita ogni calamità chi non corre con 
*aure ddlg foruiua;; lacaauaenza in vn.^ 

glo- 



,:s al 



1^4 ^ A T T O 

jlotiané è Vtt miracolo della natura ; folo ( 
glihiiominl vn Socrate , c trà^ gii animali 
Raminolo nacquero diflamora cI;nIego l'Iati 
letto à chi non fofpira II bello . Non v'c c 
m3>che non arda lotto la canicola d'Amore 
fi quaPimaglne più nobile puoi*appHcar«' 1^* 
S fool fpiriti vn CauàHere, che ad vna Dair* ' 
nd vn'aftratto delle merauiglie >ad vna quii 
effsnza delle gratie? 

Con. Con ri^Ione dunque defli applgllare h 
M-S.alla bellezza dlStelladoro^effendoe 
vn'efcmplare di pérfettlone^vna modefiia^fe 
2a baffezza,vii3 Masftà fenza fafto^ vn^hiclir 

' tione beriigna3vn difcorfo fincerojYn'hum51|jl' 
gencrofajvn'àttrattiua magnanima, e queft<:' 
fon le prerog'atiue men riguardeuoU dc' fw 

talenti. ' * ^ . r» 

J^e. Siglfniondo non pVùjgla m'annoiate;Rofà 
ra hà da effcr Regina di Polonia. Stelladoj 
nella Danimarca b'haurà nemico non fpofi 
Cosi hò rifoluto , Xerfe conuocati i fuoi^S 
trapi per la giierra » che volea mouere alla 
Grecia,diffe loro^che li voleaapprouatorrc 
fuoi comandi^non efam'matori de^^uoi capri 
ci^Intendimi Configiicrò • 

Con. Tintefi sì Ladislao/ oh mlferia delle Coi 
ne , i Prencipi oggidì' non guftano y che i ] 
Miniftri fiano fióceri, non vpgHono,chi cor 

P> gli, mà chi appiani . E fe qualch' vnper foi 
2> Concorrer hon^Vi'vuol,efchI di Cortei 
S e E N A XVI. 
Teddeye Napalitàno. 

p y li Mor agu zza l'}ngegno,con qu efta car 
JTJl fperorinoracciar'il pollo à miei temy 
ftofi dilegni . Cfiiamà'eo T Anabafclacore cor 
quello foglio alle tre d^^lia notte, ne i Port 
^ . / del 



SECONDÒ. 15? 

del Giardino^ ione m'attende Rofaura > farò 
che lui In mia vece con inganno amorofo im- 
l'ioti palali la Pruicipcfla, e così togliendo vìa quc- 
ftt\ lèa Remora profeguu'ò {cnt'iatoppo il felice 
mti, corfo dcIPamor mio. 

!arcV^/>. Accofsì bà, chi sbentorato nafce ! qiwnno 
male m*hauea vetlnto tato bene de na doppb, 
laijiiin acquUtacamc Doratamente eco fà Io roftciano / 
Và SerpittOjchc te faccia £iioco> te ì^ipuozz^ 
brei ; fpennere à no Uetto precciacoite faccia malc^ 
ràt I prodi? • E mmc pcgliaua de filo de^c^hlù , Ic^ 
':jÀi TtìXzzQy e 1 e corna, fe lo trouo 1 o , e I iTo fiiumo 

duie^e le montagne fulo non s'afhonrauo. 
ili /Jf Cotìui (e non erro parm*ll feruo dcirAm- 
({dq bafciatorcvò per lui mandarla. La fua fciocca- 
dell i gìnc mi toglie ogni fotpNCtto di frode . 

Oh sbentorato Pacione > e quant'as^gjo ^ 
-Rofnfto ciiorpo tuoffeco, e benino ? traiiagiiato d* 
iliade jammorce da la fortunx^ccò anamore ngc voa- 
iiifpo jno fclluirc, la fortuna nò mrae nn'hà dato > ca 
ifuoiit^nie fece nudo comm'à no pedticchio, brifcio 
lilfciìxa na maglia>fenza na crefpa acrifpo, nfen- 
\i ifìgiiojfcmpe afcitittojcomm'à n'huoflo de pru- 
icapi ino,ci pozzo cori^cre ciento migtiaje nò inme^ 
cade no tre ccalle j ne haggio addoae cade 
^GoirTiiiorto- 

Paria tri fc, bifogna chiamarlo . Stra- 
ni ejo ? 

A me? Vofcia me fcwfeggia ca fongh^fiom-^ 
mono rato» 

2- E perche ti ftimo talc,pcrciò ti bramo» 
V- Mà Ito flranjero io no lo ntenno buono j 
tjtoilc cheffa parola ceruone ( oh fotta, quanto 
viioie nguaggià Paciene ca porzi chifio e nna-; 

coii^^^ "^^^l ode Cari n a / ) 
P(,fti 'i i chiamo Ihanicro^ perche so , che noiu# 

H rei 



li eoa 



1:1 C3l" 



del 



T55 ATTO 

fti di quelle partì . 
'^^ap, E Vofcia ngè Ibrrà ndtibio ca non vogll 

fare à parte ? qiianno nniccane s'è biito la mol 

gliere pe2;liarefe ncommune ? 
Fed,0\\ come fci rdocco^dico^thc fei fcraiUerc 
Nap. Hora Uoco fammenne no tré ccalìc > mò 

che hauite na canna de ragione • GnorcJFina- 

sòfruftiero à lo coramanno vuofto» 
T(^d* il vortro nome ? 

Nap. Pacione, uVhauiflcno da fcruiere àia- 
guerra. 

f^à. Non fere forfè il feruitor dell' Ambafcis 
tore ? 

i^■ 0/^. Che forff,e forfè; è bero Mbafciatore rej 
iiterj & perfonallter ( oh potta folle fcommc 
gliato PC Prcncepe) & io fongho lo crciat 
iLiio. Mi Vofcia foffe Serenano cremmenakj 
>j Chi troppo vò fapè reft*annemmale» 
SCENA XVil. 
Arciduca da parte^e detti* 

DOue mi conducete fdegno>odio, furore^nO' 
vi èlnoco,che mi dikttijnon ogetto che. 
mi confoli* Mà qui c l'Indegno vfurpatore d< 
mici contenti 3 ccol feruo deirAnibafciatc 
ftemicolbifogna olTeruare. 
Ted. Bramo faperlo:>perche deiio inaiarli queft 
. foglio^ed tlfcndo di niolta fua importanza^ n 

fà di melHere la voftra fedel feruitù, 
'Afe. Fedele ticn'inteUlgenza di lettere con Tin 

micojche metamorfoli 1 
h"ap* De chelTo ntanto Vofcia non dubaa.ca. 
de fedeletà nne pozzo vennere . Ve pare m< 
itacelo chiflo de ngannà à la moftra^ so de b< 
Ila razzale meglio flommacoj e pc no punto < 
onore mme la pigliarria eco lo Zcfierno . . 
Fed. Hot %i brauo mi dai al genio > fci ga'an 
hiiomot •^'^/'« 



if 



SECONDO 



15; 



/fieri) 

Mi 



Vap. CaualicrOiVolice dicere,ca mò galant*hom- 
mo fe nge chiamitia ogn* vno. 

Hor prendi quello foglio r e con ogni fe- 
cretezza confegnaloal tuo padrone ; li; fido j 
i che ne riceuerai la tua mancia. Addio-^ 
fiap. late eco Tannc buone; ciuffo mmlià può- 
Ilo ncuorpo no felarorio de curiofetate eco ta- 
ta dicotf, e diffete, mmeporeua fcbicto dà iU 
I lettera pc rAmmafcIatore.e fchiauo tuiof foffc 
;al4, fcommogliato pe Prenccpe,e cheffafolfe car- 
_ tiello de desfida> e io foffc caufa de quaccht^-^ 
m i aggriffp, ca dtcttte no Stodeiante^ chi caufa^ 

danni datjcafo recotta>e nnatte* 
e rea ire Oh forte potelfi^ hauer nelle mani quel fo- 
rnaio i gho,forfe potrebbcrai molto giouare. 

v^.Ma iffo che ngc la manna chi è> oh dlafcan- 
mi g5.> fli eh , zi zi , doue fc nn^c fquagliato ? lo 
Cielo faccia non fia quacche mbruogiio.....ah 
fen[o '"^^ ^3h mio Signore ^ ah fio Llulhif- 
wi''^* Chi cerchi galant'huomo à me ? poffo <^orfe 



jiiel 



giouarti ? 

fap. (Hon che auto acamto è chiffo ? ma è de 
cchm bona gratia non fe nnc vene eco lo iirà- 
nieroO Pc ve Jicere la veretà,mm'.è fiata data 
^ fta lettera, che la portaffe à lo Mbafciatore la 
l,cammarata mio, e non faccio comme fe chiana 
nia chi .losche nge la manna. 

re. Lafciami vedcre,che forfè liconofccrò il ca- 
rattere. 

,;ia Vedite pronità vifta^nò ve fla pe cómanno. 
paicni ry { Appunto mi vie» fatta di cambiarli Ja let- 
^'^^ ' A.l?f V ' f^PPi- queiìa carta va diretta ali* 
a^id.t^^^^^^ 

^^Vlconofc. rf^iM^^^ ^i^^llafottofcruione 
:jg conoUeraffi r Autore. 

W' ' ^ Ha i^ap. 



T55 ATTO 

Kaf}. Decite buono> commc sò catarchloi ve so 
fcb^aiice ve rciìgraclo de la conriirca,pv>cca-» 
mm'hauite Jciiato daconfofìone io cclìe iric!- 
lo; ve pozza crrfcere Io Ciclo la fanetacj, !^ 
l'anne > che n*homaio accofsi ajgarbato, ai^ 
» perzona accofsi facccn'^i^ 

I>euc Care à lo miiono ateinamente- 
SCENA XVUL 
Artiduca jQÌo^cbP tegge. 
Let' Ambafciator d? Danimarca^ 
/(?r^. /^Onfcriteuiairiiora delle tre della not- 
V-> te al luogo de'Portid del Real Giai- 
dino,Jou*incontrarcte quelle ventuie^che-j 
col fcco abboccarui Vi prepara 

11 Prcncipe Fedele. 
Fortuna che colpo è quello? hor si confefso U 
poter della tua diulnità, e preparo mille vitti- 
me à cuoi altari peratteftato delle mie obllga- 
tioni ? Oh quanto ti deuo, hoggi appunto nel 
più torbido delle dì fpi^rarioni hai portato la-* 
calma ne*mici oadeizgianti penfieri. Conglum 
cqucfta,ch^ordifce H fellone con T Ambafcia- 
tor nemico; abboccamenti di notte^ promeflc 
di venture? velerò ad auuifarne S.M* poffo at- 
tender mai congiontura più fauoreuole per 
promouere la rouina del fauorito Fedele? chc| àna 
dirà Ladislao à villa di^ueRo fogHo-che dirà 
l'infedele alPinafpettato fcopplo di qu^ ftp fui 
mine ? Sì che fi dlmoftra vn facrilego della-j 
verità, ò fortuna, chi niega gli eccelli de*tuoi 
' fauorI,farè fempre per difefa delle tue raagni-i 
licenze, mi dichiaro d'hoggi auanti pet Caua-, 
iier della fortuna. Sorte belHirima difpenfxeraj ,o 
di tutti i beni, fei venuta à folleuare con tuoi ,tr 
fauori vQ' Amante, che non $à,che più brama- Jwi 
rc^mctre il curto rhai daco alle maowSn làx%^ 



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SECONDO. 15? 

ipe fcopri il fatto al Re , & aggiungi alla ter- 
»> tiina la fperanza. In gentil core 
''i^l' 3> VIucr non può fenza fperanza Amore • 
SCENA XIX. 
Ay?jbafciatoteye NafoUtano. 

Sciocco che fcÌ3 ti dicojche quello foglio non 
viene à me; egli e vn'or dine circolare* In cui 
fi comanda rammaffamento delle foldattfch;: 
per la prcfcnce giienajhor come dici cffcr mia 
lettera ? 

Nap* Etpuro trldece eco lo gallo ^ pe.fto cielo 
bcneditto, che mtfìe Thà data no patrò mmioj 
no cìerto zerbinotto de chilTe fpaccacantune^ 
ò mprena feneftrc, decennome> la portaretc-^ 
à lo MbafcÌ3tore,e fiate fido,cheng'c la tua-j 
m3ncia>ch*è cofa di fuo gurto,Na^le Io mefe 
d'Agufto ? mà Vofcia dicelfe auf iltcnte p^ 
nò mmc regalare ? pe cheflb> te nnc faccio 
mòlareceuuta. 
:oli|rwj/7. Deh non più annoiarmi con le tue follcc^ 
fciocca;:jgini. 
t/i»^* Chilicto arreto>non Cape ditto; mi nofL^ 
ngè vorria raò^ ire trouannafto beirammorcj 
che s'hàl^oluto fpafsà eco mmico> e fxrcnnc-» 
no piccatiglìo à licane^ 
tócIilfwZ;. Tcmpeilofa mia mente, che rifolui? Co rag- 
* ^ gio Corcimarte^bifogna fcoprirti al tuo bene, 
forfè palefandoli il tuo Amore :» el'effer tuoj 
farann'acccttafi da Rofaura i cuoi voti. 
Up. Stane allegramente jfù corazzoncjCa noo-j 
Tujni ifcmpe c trifto riempo; non ferape fiente faro» 
Cam le bcntofetà à la terra; le capotrommola à U* 
unfiei lonna de Io mare; non fempc ficntc cl\iouere>e 
ontm it renare. 

trami Di.fuelati CordimarteiChVn'Aminte fenza 



mi 



A 
io il 



lo Al 
ilu 
im 



lingua c imponibile perucnir*al fuo fine. Amor 
H 3 4 



ì6o ATTO 

fi pinge cieco, non muto ; non fi follena^falle 
lagrime chi non e generofo, ò chi ficonfonJe 
nelle proprie paloni. Si , cosi lì facci ; Son' i 

yy più audaci gli ottimi configli. 

Aap. Seppe mmò decite biiono,ca te mmezza Io 
prouerbio , nò ngè cchiu meglio milFo ca tc-^ 
liiflb.xhi vole vagale chi non vole manna;ca-» 
fti roffeiane tutte so truffaiiiole , non cerca io 
miezo de fanzaro> guarda le gamme, allerta^, 
apre l'huocchie ila ncereurieiio^chilTe te fan- 
no vedere fempre io ghianco pe lonigro,Ia-i 
Lnna dint'à lo puzzo^te venneno veffiche pe^ 
lanterne j te fanno accatta la gatta dhuo lo 
facco . 

Jrr^b* Si si ftà^ ben pcnfata ? Intanto cercherò di 
abboccarmi co Fedele per digerir fcco le no- 

,3 Ore operationi;Pordine è vn de'maggiori iftru f' 
menti della licurezza^ed è figlio della pruden- 
2a;Tu intanto Pacione vattc ne nel mio appar- 
tamento, iui attenderai il mio ritorno. 

N ap^ Mò te feruo Prencepe mio , ch*haggio rto 
prodito à iU mniole,che non sò-Mò me nnc-j 
vao de zeppe ^ e de pcfole à rcfocillareme Ho 
fpireto y e tu nò nge puozze venire ne mò, nè 
maie, decette Cola de Trano, ma tè ? mme re- 
ccrdo de la lettera /ccà ngè va Thonore? abe- 
fogna troiià mprimma fio pierde iornate, e fa- 
reie prouà Je botte derittc de nuie aure Caa- 
liere Napolitance pe lo trouà farr^gio paf- 
fa millanta miglia, 

>^ Chi cerca troua,e chi fecuta piglia» 
SCENA XX- 
FeUele^td Ambafciatore* 
» /^Hi è tiranneggiato dalla forte peruerfa—t 
V-/ inuano s'aguzza Tingegno per folleuarfi 
dalie fu^Ature* 

Amb» 



fin 

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SECONDO- i6ì 
Amh* Chi c tormentato da vn mare di fiamm<L-^, 

non troiia mai quiete nelle fiic palTion i. 
fed. E benché mi fento folleiiarc sii Tali della 
fperanza delle mie tintioni > diffido vincere il 
mio de ili no. 

wtjAné* E benché fento folleuarfi vn vento piace- 
iiole , jc luiinghiero > temo reftar tra l'ardori 
fommerfo. 

>i. ,> Mà che s'Indugia! Amore^elafortnnsus 
fauorifcono gl'hiiomini rifoluti , fi ritroui il 
finto Ambafciatorcj ed à voce viua, come li 
cennai col foglio ^ s'iftriiifchi il modo della-^ 
fintione; mà ecc'appunto Cordimartei 
imb^ Mà che s'abbada, il perdcrii d'animo In^i 
vh'imprefa,è vn renderli berfagiio delie luen- 
cure, mà è forte è qui Fedele 1 
:eà. Imbafciatorc vado in bu fca di voi,fete folo? 
mb^ Non da altri accompagnato,che d^lU fpc* 
ranze dc'voihi fauori. 
eci^ Riceuelle I-^rencipe vna mia ? 
mb. Nò per anche / 

ed. Come nò , fc al Napolitano voftro feruo 

la diedi > ^ 

\mb. Ohimè 1 hor comprendo l?errore delia di 
lui dapocaggine, perduta forfè la voiira carta, 
vn'aUra recommene in fua vece. 
fd. Non importa.con ella folo vi chiamauo per 
faueilamy hor il Cielo à tempo/a che vi tro* 
Ili 'per difcorrerul à mio bciPaggio;<jcntiliili- 
mo Cordimarte > il depofito fattomi della fua 
confidenza , è rtato riceuuto da me con fenti- 
mcnti moko interelTati à fodisfaruì. Ho penfa- 
co il modo da renderui felice ; la riflefiion«L^ ^ 
ch'c la fcuola della fottigliezza aguzzommi 
\ l*ingegno à feruirui. 

La geaeroficà 4el Prencipc Fedele auezza 
H 4 fcm* 



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appi! 

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IcuJi 



i6z ATTO 
fcmprc à Jlfpcnfar gratie Icfàprouare itC. 
«jcieif a congiontura ad vn'Amante 5 che haiieii 
do h;juuto Amore per guida , hà trouaco vruj 
Gioiic per protettore* 
JF^d. Vdite Cordimarcc > edall^efccutione di 
quanto v^infinuo dipendono le voftre fortime» 
Alle tre di quclb notte la Prencipelfa Rofaii-' 
ra m'attcfldc ne* Portici del Giardino per fta- 
biiire il maneggio degrimefiei >ch'ell3 brama 
contrahcr meco ; e per Tuperare ToftacoK, che 
dalla gelofia del Rè li potcflcr'opponere • Io 
com^amico di S- M* e nemico d'Amore deuc 
rjfiiitar quelle nozze da itil pretefe . Hò pciifa- 
to à propofito > che voi v'andaffiuo in mia ve- 
ce, e fingendo lamia perfona col feuor della-j 
notte^ch'c madre delie fiationi potrete vince-: 
re^e trionfar dì Rofaura con impalmarla • Indi' 
icoucrtouì per quel gran Prcncipe, che ktt^jì 
ella non fdegnerà la fortuna^ che gl'accidctì li; 
|>refenroroao« 
j^mh. Ah Fedélc^fapete obligarmi di modo^ch^io' 
temo reflar'oppreflb dal p-fo delle<mic obli^ 
gacionije ficome ogni facódia in ringratiarni è 
inferiore alla fua cortefia^così dalla mia bocca 
non può foi marfi concetto ch'adequi Tecceffo 
di quelle giatie>che fi degna compartirmi^ 
JFed. • l^knmo dap^rte refpreifioni della voftra 
gentilezza^ e cowcludiamojjche (e A«>ore,ch^è I 
cicco è ilatS la guida del voftro viaggio j, non ! 
bifbgnajchc la voftra qualità fi trattenghialla; 
cieca con la Prencipetìa. Horsìi andate^ & au- : 
uertite bene alla fintion della miayoce;riiora 
prefcrlttaui è alle tre della nottc«Siate vigila- 
^ j te,& accorto^ il fingere con cautela è vn pec- 
car con prudenza^ chisà fingere sa vincere in 
Amorc-No sepre la bugia taccia hà di frode* 



-nei 

im 
lab 

hù 
;i4 
ive- 
Ib 

feto. 



inni 

)QCCJ 

ni 



SECONDO- 15^ 

ji 11 mentir per giouar merita lode» 
Jr/jb» Sarò va' Argo occhiatole deièo.L'occafio- 
ne mi porge la chioma della Fortuna • Noru^ 
farci Amante fe non la prcndeffi ; chi bramai 
9i gioire ardifca in Amore.^ mai faggio e colui, 
ch'amando pimenta , ' 
3} Nulla ottiene giàmai> chi nulla tenta. 
SCENA XXL 
K<f, <r Garitta > 
Arina cara yditc^e preparandoul ad efcgul- 
re ciòjche vi farà imporlo j compromette* 
ceui ogni vollro piacere dalla generofità d*vii 
Rè, che da voi attende la vita . Hò ftabijito di 
porre fui capo della Prencipefla Rofaura la-j 
Corona di Polonia* sì per cófolare quelli Po- 
polijche mi bramano fpofo* come per confola- 
tiouedeiraaimo mloj che la defidera in mo- 
glie. Trono refiièénza nel di lei confenfo>prc- 
uertito da' fuoi capricci . Ho perciò fatto di- 
fegno con iagàno amorofo vincere II fuo cuor 
oiiinato • Col vollro mezzo tò penfato intr5- 
durmi alle tré della notte nelle fue lìanzcdo- 
uc lufmghe^fuppiiche/congturi daran Tallalto 
alla rocca del fuo difpictato petto; tenterò di 
vincerla,© di morire. 

t^V^l^'ì cenni della M.V.fono legge inuiola- 
bile à Carina, che fi iHma gloriiicata dalla <or- 
te ncirimpleghi de'fuoi voleri. Mi pur trop- 
,Mm temo l'ira della Principelfa. 
iill i^^'Non dubitar di finiftri accidétl H mio fccttro 
■ ^luerra fulmine contro chi cercherà pregiu- 
dicare à' fauori d'vn Re , la feruitù di Carina. 
r^^'.Sempre che farò ficura della voAraRcal pro- 
tezzione,cccomi rifoluta ad efeguic ciò^ chc^ 
v^aggr;»da- 

Re. AmataCwina cfperimentcrai quanto fiau* 

H 5 gran: 



i\ 

;rko 

;opef 
ccreia 



1^4 ATTO 

grande la gratitudine d'vn Kè obllgato . Mi * 
per compiacermi appìetìo, disuelanii la cagio 
ne del fuo diframore ; è forfè ad altro oggettc 
inclinato Tanimo di Rofaurti ? sò che haiietc-- ^' 
il d-pofito de' fiiol piti delicati fccreti ; & au- 

» uertite> che non v'è maggior efortatione qui- \ 
co quella dcTrencipi , perche vlea'accompa- ^ 
guata dall'autorità** 

Car, S gaore già che mi forzate à parlare > dird: 
che la Priocipeffa non è cosi crudele, comc-j [ 
penfate; voglio dire>che in Amore non è cosi 
nouitia , come raffembra. ' 

Kè. Com'à direi viue d'altri Amante ^ parlam ^\ 
chiarojdisuelamill tutto ? 

Car. Dirò mà 

Kè» Che mà? parlatc^non tenermi più fofpefo if 
materia di tanta mia premura? 

C^r.Torno à dire^ch^hò timore del mio pericolo 

B^è. Nel proprio grembo affiderò la tua perfona; 
& aprirò vn facrario alla tua ficurezza ; impe- 
gnerò la mia potenza al proteggiméto di Ca- ^ 
rinaj Sii parla non più dimora ? ^ 

Car. Dirò dunque^ch'il Prencipe Fedele c Tog i 
getto dalla Principefla adorato» 

I^è. Oh Dioiche afcoltol e fia vero. Auerti Ca' ^" 
riaa à non mentire à Ladislao ? 

C^r. Ed à che fine penfate cVio menti fca,tant'è < 
c vi prometto faruelo autenticare da gli occh e 
propri}. f\ 

He. Ah Ladislao tradito, ah perfido Fedele t ftlj » 
ingrata Rofaura' J 

Cor. E s'io diceffi^ch^alle tre della proìllma noe 
te tra loro è deftinato vn congrelfo nelle ftani » 
zemedefime della Prencipelfa dalla porta de h 
Giardino, direi vna verilà ^ che non ricufa gl ' 
cechi (i*vn Re. , J 



SECONDO. 155 
K^' Ali Rofiurajah Fedele, cosi tradite vn Re^ 
giunte? Ah Ibrtc peruerfa^e compia vn punto 
mi fai perdere e i'amIco> e Tamara . In qtierto 
tr:idimcnto venite à fpecchiarui voi , che vi 
prediate deil'aailcitia > vi trouarete il ritiefla 
della mortruolkàjc l'effigie dell'ingratitudine. 
Nó baltaua aFedele eflermi compagno ai Tro- 
co, ch'anche vuol'eiT^rlo deirAmata, e dì chi 
douraipiu Hdarti ò LadisJaojs'hoggi preuarica 
■aj ramicitia, Horsti Carina ririrateui,c per quan- 
to deiTi temere la dlTgracia d*vn Re amante, 
fia tuo pefo il tacerete i'introdurmi nel Gabi- 
netto di Rofaura alle tre della notte y ^ 
t^aihcuro non rimarranno fcnza guidcidoac le 
tue opcrationi. 
^ar. Ogni comando fi può trafcurarc y eccetto 
quel che vien'impofto dal Regnantejlaro prò- 
ta efecutrice d'ogni fuo cenno > e mi llim^rò 
appieno feiicitara le mi farà degna della iua«* 
gracia. ) Chi vuoi fortuna da Grandine vittima 
de' lor furori non vuol^che però 
Aderir gli conuiene à lor voicri. 
S C E N A XXII. 
Keychef af[idsy€ Fedele dj farte. 
"p\ Amml il modo ò fortuna^, ch^io pofTa^^ 
JL/ folleuar li mio cuore y e con inganna 
amorofo giungerla miei difegni;mà pin temo^ 
che vana mi riefchi l'imprefa ; il mio na:al^ 
guardò ilella nemica; difuenturaro chi nafce^ 
fotco vn'atlro maligno ; operi quanto sa la-> 
prudenza > che le medelime ferenirà fe li can- 
geràno in borafca,e'i mare illeffo feccherà ne 
fuoi defidcrij . Mà qui S.M- ? vediamo à che i 
Che mi vale fortuna^che Padrone di Rcgni> 
t che dia comandi à Popollj fe poi ferno delle 
paiEwi^fon tiranneggiato dalle fuencure jdif^ 
H 6 uen- 



.1 



VA 
il 



2Ó6 ATTO 

lienciirato Regnante,!' Amata Ingrata, l*amlc< 
infedele» 

f^d. Oh Dio che afcolto 1 

JRè. '•-hi pctea mai credere inganno in quella-^ f^- 
Nobiltà del fcmbiante/m quei trarli magnani- 
mi, in queirindolagcnerofa ? non tomento 1 
indegno di guadagnarli l'affetto della mia bel- 
la Rofaara>che iiabilifce feco notturni colio 
quij ? riioluo conuincer il traditore con Teui' 
denza del fatto « Ah forte quell'altro aflfentic 
rellaua di farmi afTaggiare di vedermi tradito 
dal più caro amico> ch'amano. 

Fed. Ohimè fon difcouerto nell'amor di Rofau- 

: rai^mifcra, che farò? 

né. In fomma fon Rc,nià infeJice;amante,mà di- 
fperatojfe confiderò Rofaura,mi martorizza-j 
col difpreggio ; fe medito l'infedeltà di Fede- 
k,mi stuzzica con l'arteScij; fe ritìctto ì mt^ 
lleifo, mi llomaca la mia fofferenza; fi può tro- 
uar vn'anima pui diihatta dairinquietezz;uj , 
che quella ,'i Ladislao? Che rifolui mio cuore 
in tant'affannii dar la morte al riualc ^nò, che 
non mc*I confente^benche tradita Tamicitia^; 
abbandonar l'amata^ nòjche non me*l dcttL-»> 
benché fchernito l'Amore • Rifoluo dunque-^ 
d'affrontare il fcllone:»e quella notte introdot- 
to da Carina alle ftaiize di Rofaura con ingan- 
no amoroto farolla à forza mia donna* 

JFed. Oh Dio> che fentol Ah dolore à che man- 
tieni in vita viiMnfelice 1 

Rf* Non m*auuilifca larefiftenza, che troucro 
con la mia bella nemica. I veri amanti gallano 
maggiormente i friitti amorofi, fe per carpirli 
vi coftoron fudori; c chi non vorrà garrcggi^i 
con vna Dama, che non haun altra armatura-j 
difriuoli ftratij ? che male poffoi^fare i mor- 
di- 



SECONDO. i57 

duncntl> fe fon*acconipagnatl dal nettare del* 
la lor falìuai sìy sì> cosi rifoluo à difpetto del- 
la forte^e di Fcdcle^larà mia Rofaura. 
' iXF^d. E Damira farà della morte» 
if Jt^. Mà qi;al fonno intcmpelliuojhor che ie fuc- 
ture contro mi vcgliono^ne viene dolcemente 
alle luci deftinati inccntinua vigilia? Il let- 
to non [>er altro io prouo y ch^ per vn campo 
di fofpiri . Sii vieni fonno caro , e fopifcl per 
brcui momenti i! mio dolorejln quefta fedia-* 
efTifo proucro qiiclìa quiete y che mi fi niega-^ 
dalle piume >che fol m'infegnano à volare al!* 
contcmplationc di Rolaura mio hcr\t*(darmt.} 
F^d. Ahi dolce vifta , e chi può niegare> ch'ho ri 
col formo di Ladislao non doi mino le gratie j 
e par ch*adeiTo la prima volta fi facci creco A- 
more. Mà mifera che rifoluo? intefi dalle lahra 
della mia vira la fentenza della mia moi tt-^ ; 
qncrta notte farà fua Rofaural^h fortuna à che 
m'inalzalli con le fperanre delle fintioni nella 
fommità de' piaceri, s'hon mi prepari le vora- 
gini. Sù dunque Damira rifolui d*illuihar con 
jatrepìdczzs degna dell animo tuo quella-j 
monache ti prepaia il Dettino. Còfacra à gli 
Amori di Ladislao il rcliciiio miferabile della-* 
tua vita^con quella fpida rcghtra d note di sa- 
gue r eflrcme linee de' tuoi eccidij • Il ferro è 
m,edic5na deirlnfortunij : Sò che l'intrapreii- 
derc per il male delle difperatloni Taccialo $ 
^y accufj plu imprudcnza nella teila , che nella.-* 
mano; mà che s^iià da fare per fottrarfi dalla^ 
„ peruerfità d^r* Pianeti 1 Le fuenture dii^reg- 
ij giare fi pofl ono con raiflmo^mà non fchiuare^ 
I3 con la prudenza, pare dwro 11 fepolcro à chi 1» 
jjtii arriua nelle profperità non nelle laiagure ; Il 
viuerc tribulato c yq coacinwo morire $ e ms» 



IO 



ATTO 

37 glior vita del morir non troiufi. 
Ut* (^jf^griando) E come non mi prouedo di cuo- 
ri per rc^ìilcre à tante delitie . Io congiunger- 
mi tra le braccia di Koiaura/ quali bw^a^ticudiiii 
mi s'apparecchiano > 
Fcdy^^iySi ti congiungeral con la tua Rofaura-j> 
rnà prima vedrai menata à tuoi piedi Damira ; 
non più indugi generofo mio cuore, e già che 
non poterti viiiere eoa Ladislao , mori per La- 
55 dislao •L'humanità può battagliar lin'ad vn-^l 
certo fcgno con le paifioniimà non però fupe- 
33 rarli ; Si regge ad vn clima infetto di calamita 
3> fenza<:orromperii nella dcbolezza,fol chipof- 
yy fiede vn*anima celelle,e chi per compIelFione^ 
3> hà la virtù, e la fortezza. Il Diamante fe dura 
3, al martello , al fangue perde la reliilenza , e li 
{pezza . Souerchio hò durato alle fuentui^ , 
non piace al mio Deliino, ch'io più forfri vna 
vita si.calamlcofa ? 2vIuoiaii dunque , equelta 
mano Tofficio s'vfurpi della Parca crudele • 
Ri'* Ah Fedele, amico mfcdele,cosi cradiiti Vfu-# 
Ile? chi ti fposòal foglio,tu cerchi priuarlo di 
fpofa?ed hauiai cuore di venirmi più à fronte? 
di più comparir alla mia prefcnza > 
Feci, Nò,nò,Ladislao anaatojnòjche più non farai 
turbato dalla villa di Fedele : mi chiami amico 
infedele 3 in breoe conofcerai la fedeltà de!i* 
Amata • Chi sà fe-per pietà honorerai il mio 
cadauere cò vna llilla dc-gl'occhi tuoi» Oh per 
Die felice vfcir di vita, fe cosi fia. Muori daquc 
conterà Damiia,e nel sàgue tuo reliino eftinte 
le difperate tue fìàme«E tù intanto inuan delia-, 
co Amor mio perdonami le venne in Polonia 
à diilornar i tuoi amori, ch'io per nò effer più 
cagioiie da difturbar le tue Qolc€zze»Ecco chft 
moro ò Ladislao» ^caualajf^da.) 



Il Clio 



lira ; 

mi 

nu 

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Ilio il 
orni 

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SECO 
C E N 

AràducA 



N D O. 

A xxrir. 

di'tti • 



i59 



J^^Orljò Ladislao^ fcrmati,ò traditore? queft© 



ferro punirà la tua fellonia ! 
Itd. Menti buggiardo,I'animo dVn Fedele non 

è capace di tradimento {Jihattono.) 
le. Olà, olà ? cosi li rifpetta quello luoco 1 la-j 

mia prefenza ? 
ire. Adifefa..... 

Xè. Non più? e voi Fedele così abufate di Ladif- 
lao ? 

F<f^. Prouocato....é 

l^. Tacete^faròjche chi s'àbufa della bontà pro^ 
ui il rigore; mà qual fii la caufa della tenzone ? 
ire. Sire nel nientre veniuoin traccia di V. 
' per affari di non piccola premura, giungo in-* 
atto, che quefto voilro Fedele fnudato il ferro 
liana per immergerlo nel petto di V.M. ^ fe il 
Ciclo in tempo à fraflornarlo non m'hauefle^ 
impennato le piante. 
ed. La prefenza del mio Rè mi rattienc , chMo 
non mi rifenta alle calunnie d'vn'impoilort^'» 
CLìefto ferro pria ch'in)pugnarlo contro di 
M-M.fi hauerebbe fatto fìradanel petto di Fe- 
dele ( e s'io mentifco i'attelH Amore.) 
€^ E tant'afcolco^ e farà verojche Fedele non^ 
contento di togliermi ramata,anche tentaifc^ 
togliermi la vita^ Per difenderli da vn nemica 
i fcouerto vi vuorvn'huomo, mi da gli occulti 
I vi vuol vn nume • Deh come non inghiotti- 
fce la terra vn moiho d'ingratitudine^ deh co- 
me nonfulmiaa il Cielo vn'empicxà $ì eia* 
cranda ? . ^ 

^d. Mio Rè,mio Ladislao^ 

Traditore, fellone ? 
IK. Sofpcnda V»M- i primi moti d^lofdegao# 

h6 



rjo ATTO 

hò meco pruoiie^che lo conuincofìo* 
Rsé Che farà mail parlate? 
Jrc* L'infedeltà di quello Fedele ftà reglftrat; 
di pugno proprio in quella carta,legga V-M. <^ 
f\ degna cauare da quelle noce^fe rArclduca-j' 
parla con lingua appaifionataiò vcrdadiera 
Fcd. Legga V . M. che la mia innocenza è fende 
ficuro contro l'armi dcirimpollure. 

AirAmbafciator di Danimarca và diretto il 
fogliojquefto carattere è di Fedele>ben lo co- 
nofco ; mi che affari paffa con TAmbafciatói 
nemico? leggiamo. 
Let" Ambalciator di Danimarca. 
/^r^./^Onferiteui airkora delle ere della not' 
V.^ te al luogo de* Portici dei Rcal Giar- 
dinojdoue incontraretc quelle Yenturc>chc 
col fece abboccami vi prepara 

Il Prcncfpe Fedele 
,Ki* Ah tradito Ladislao^ :^h perfido Fedele, hoi 
mi dò à credere per vero Tattencato della mia 
morte; incclilgenza con nemici! appontamenci 
notturni cq l'Amata/ ed hai cuore di chiamar- 
mi tuo Rè r indegno hii animo di nominar La- 
dislao ? horconofco Terrore del mio genio in 
hauer amato vn'Indegno, vn traditore, 
tei. Sire vditCjC vedrete.»^.. 
Kè» Taci aborto deiramiciiia j quaPobligo t'^ha 
fpinto à tramar la morte conri*vn amico- par- 
co indegno del mio affetto j furia ribella dell 
Amore,vorrei mille titoli di barbai ie;ml deff- 
ikro vna lingua di veleno per corrifpondei<— < ^ 
a quei perfid'humori>che t^hanno indotto 
iimili deliri)* Nelli moti della tua fellonia do ' 
Mcwì riguardare le miei inclinationi; ogni pia 
ga mi farebbe riufcita ò patiente j ò ordinarli 
purché non m^haueiTc tradito vn'amlco. Cefi 

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SECONDO. Ì7I 
re tacque à tutte le ferite^ mà à (jiieila di Bm- 
to non potè fare, che non tTclamalle b fuà in- 
gratitudine . 
^c. Mio Rè non terminano fin qui gl'inganni di 
quelio Feiele,non hò finito di dire . Sirc> v 'c 
qualche cofa di più» 

ed* Oh Dio>e fin doiie gumge la mia fuentura> 
ch'ho dafoffrir Inuendicate rimpollure nella 
propria prcfenza.Che non fà l'arte d'huominì' 
traditori^non mancano loro 1 fondamenti da--j 
fabricar calunnie fomigliant'i al vero. 
è* E che fi può aggiungere à quelli tradimcti > 
re» Coltui non è aitrimeatc il Prencipe di Sue- 
tla, ma vn perfidojvn falfario:,vn mentitore--^, 
vn Proteo nauello,che non tiene di Fedclc^> 
ne mcn'il nome» 

f • Che ftrauaganze lon queftc 1 Come ciò fa- 
pete ? 

,rc* La prefcnza del Pfcncipc di Snetsa ,<:h'ap- 
punto giorni aSdietroda p^iìi foldati è ftato ve- 
f^Jj! duto nella Tua Regìa y può giuftificat qucfta^ 
notitia.^ 

Quefto di più Ingannatore jfarò toglierti con 
la vita quel carattere pofticcio di Prencipe^ > 
che imprimerti neirignoranza di tjuefta Corte. 
Ti ealligherò con quei termini j che ricercana 
le tue cofpirationhe le mie oftefe; t*infegnerò 
che vuol dire ammutinar contr'vn Regnante •* 
^ ' j mà che più mi trattengo in parole! Arciduca^ 
^\ kglieteii quella fpadarindifateip cuftodire-* 
a^^l^ im vnaTorreich'habbia per bafc l'abiflb. 
t^f'J LafpadaiiPrécipediSuctianonsàceder- 
. a ad vn*impoftore ; {caua iafpada ) non v'ap- 
S^'f ireriate, fe non volete, ch'io trafcurani^o il ri^ 
petto douuto^l mio Rè, ti renda vittima dcjìa 
o^f "niacalpeftrata innocenza» 



fcnr 
olii 
tai 



ATTO 

Jrc. In prefenzadel Re tanto preniml, perche 
ti protegge dallMra mia la fua Mae/H ; Sire, 
vedete lui doue glun-e ^audacia del Aio ai 
dire • 

Rè. E tanta baldanza fellone? dammi qui qiieftc 
terro?opprimerò tant^al cerigla. 

f^d. Lo depolico a piedi di Ladislao, à cui dau 
gran tempo,che prigioniero mi vino. Bensì h 
priego afcolrar vn reo innocentemente incoi- 

^' pato 3 e trouarete eiler Tinnocenza vn^alloroff ' 

j> contrai fulmini deirimpolhire. 

Uè. E eire vorrai dire iti cuadifefa^ò fcelcrarojfe 
la tua infcrittione alza maggiormente vn'en. 
comioalla ma inFcdcltdf&haurai animo di ar- 
recar proteftì alla chiarezza del Sole ^feque 
iio foglio noci hà faputo far'arro/Iire la tua te-^ 
Kierita, farò ch'il faogue fupplifca alle tue^ 
colpe-. 

• >3 Sire iion fi deue afcoltare vn reo conuin- 
tojc doue il fatto accufa,ìOgni difefa offende. 
Jr'(-'d*yi Arciduca Tinnocenza c inuuIncrabile-> 
da i mordimcnti delPimpoilori; e la verità ha 
55 vn vigore infuperabile dalle calunniejnafcerà j^' 

col tempo la verità figlia del tempo. 
^Rc^ Inuano penfi con la maggia delie tue parole % 
ammagar più Tanim© mio y dilìngannato à ba* y^^^ 
(ianza dalla tua conofciuta fellonia ; non t'ab* 
billohora con la mia p.otenza > acciòche vini 
piiV inquietOiafpettando la qualità del calligOfj 
i^ìtraprender gl'amori miei? cóglurar con miei^ 
nemici^ tramar la mia niorcc ? queile fono lo. 
t:ra:ie, ch^'hai riceuuto gl'ingrandimenti nel 
mio proprio Trono> vile> ed ingrato, che fei ! 
Mà e cola ordinaria > che il Sole venghi ofcu- 
rito dall'i lleilì vapori, chelolleuo nel Cielo;; 
fomig iaiti ali'Edra > che appoggLndoti futi 

tronco 



Percki 

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■i fllOJI 

M\ 

'mi 

vr/eiì. 
) di 3r. 

ihu 

ìmw 
ém 

inaiceli 



S E C O N D O. 17? 
eronco del mio foglio ccrcaul impadronirtene 
aiPinnuco ; è proprio de'fauoriti Selani con- 
fpirare alla vita dc'fiioi promotori • Ma ancor 
foffro la viib d*vn moil oabomineiiole d'A- 
uerno. Arciduca adempite gli ordini riceuutij 
e tu incanto reità indegno conranima fcher* 
nita . 

Senza fé/enza nomcrefenza vita* 
'd. Ferma mio Ladislao, riconofci pria della-j 
fentenza i Perfonagi^che condanni à mortc^ ? 
oh Dio con riuolgerli aitroiicmi colfcro di vi- 
ta i fuoì bei lumi,- ah Tortele che puoi farmi di 
peggio? ma godo alla fiae.che per alerà iìrada 
Ja difuiata morte hora rincontro* 
--e. Olà voi delie guardie conducete coflui alla 
Torre delle Tenebre> douefotco pena della»^ 
Real difgratia non lo fate parlar con perfofia 
alcuna, per poi mandarlo airecerne tcnebr<^ 
dell'oblio» 

à. Vengo lieto à morire, ch*ombra viua 4el 
duol, fcherzo di Sorte 
;>> Altra meta non hàjk non la morte. 



•k vili 
nrntiiii 

Il Jori* 



ine dell'Atto feci^ndo del Fin-ere per vincere. 



té 



ATTO 



^74 



Ai 
ciic 

IQIii 



ATT O IlL 

SCENA P R I M A. 
Rèf ed Amba/datore • 

I 

Rr» Gni momento mi fembra vn'eternita 
V-y ch'io non mi veda con la mia bella- 
nemica. 

^T*ih. Secoli infiniti mi paiono breiii momenti 

che mancano alle tri della notte. 
Re.. Pipillrello d'Amore j non ddidero^ che te 

nebre» 

jml^. Nottola amorofa^per godsx*il mìoSolc-^ 

odio la luce. 
Kr. Abborrifco mirar più il lume d'vn giorno 

che trattiene i raggi (ìe*^mici^odimenti. 
Jr?7b* Precorro li (pati) , e minuti d'vn giorno 

che colfuo tramótare fà riforgcrc i miei con 

tenti* 

ftf . Ah cVvn^Amante vola più del Sole nella. 

carriera delle fwe brame. 
Uw^. Ah che chi ama Itima zoppo quel tempo 

che con l'ali pur troppo rapido vola. 
Re. Giorno fortunato y che col tuo occafo far: 

nafccre i'amora de' miei diletti, 
viw/'. Di fofpirato da tuoi periodi riceuetà ^'^.^ 

mor mio vn principio de' iuoi n ionfi. ■ H, 

A^. Se prello non t'attuili airOccano. ^ 
Jwb. Se veloce non tramonti all'Occafo. ^ ^ 
Rè. Non polTo immergermi in vn mare di S^^»« 
Amò. Non poffo riforsere all'orco de' contcntJj^ 
Jiè. Cielo quando t'ammanterai di bruno? ^ ^ 

Stelle c]uand*apparirete per me propitic ? 
Rè. Acciò meglio apparifcono le mie fiamme « 

i voflri orrori . ^ . 



PC. 
Ci.. 
é. \ 
Sta 
Di: 



te. 



ili, 



mm 



T E R Z O* 175^ 
fjh\ Acciò rlfchlari la mia vita tra le voftre te- 
1 iicbre. 

Ah che ancor non veggio Aftri nel Cieio 5 
che pccfi-;ifchiao la vicinaziza delle mie for- 
tune • 

Ah che per anche non miro Cintìa ecclif- 
faca da' r^ggi del mio bel Sole- 

Qiii guidommi Carina^ acciò nel vlcln gabi- 
netto nalcoflo , attendelll in quello quadrato 
Cielo la mia bella Venere. 



nti 



! tempi 



Qui inl'egnomnil Fedele^acclò qiiìui in (lu 
veceattendeilÀfrà qneftepiance la mia bclIjL-* 
Diana» 

• Deh come vino penfando 4 quei momenti ^ 
che frà le fue braccia , douranno fornii deside- 
rare per dolcezza la morte / I 

Deh come non mi piouedo di quoti per re- 
ififlereallc profilme mit; felicità | 

Spero giungere al non più oltre del diletto^ 
e metter Hne con gringanni à miei martiri. 
>/i^ij|^^-Spero col valer delle fintioni vincer'il mio* 
ie^tinoi e peruenire All'amorofa meta de' miei 
flifegni. 

Mà ò Dio / io congiungermi tra le fue brac- 

pia? 

^•Mà ò forte io trattar con Rofaura? 
Di quali delitie fanello ? 
^* Che beatitudini mi 5'apparecchiano ? 
?j Ah ch*vn*Amante qgn'horaj 
^» sy Ah che chi ama ogni momento> 
Jls;io i^' Tra le gioie , e i martir languifcei e more* 
\ii h Prona morte> e dolor anch'ai contendo. 
SCENA II. 



:.o< 

c 

'conti 



Letterato/^arinaydi poi Napolitano» 
Hu qui dix$t Amory mei tu s dtxijfet amaruijji 
bqìè mutjjcfpciuamjit amartis Wf7?c?r^dcplo- 

■ IO 



n$ ATTO 

rò con Oiildio,e fogglimgo col Guarino: noi 
v'c pena maggior, ch'in vecchie mébra il piz 
zicor d*Amore; E fc ben*egli intefc parlar pe 
l'impocenzi della vecchiaia; onde al parer d 
Galeno morbus efl tpfafeneéiaSyQ fecondo Tul- 
lio immtnudo vtfum tri/lem JeneSum reddac/u 
però dando altro fenfo à quella fentenza^dir- 
non v'è pena nnggior in vecchio Amane Ci eh 
,,a!ìiar donna fpiecata.In vn cuor giouanile la^ 
fiamma amorofa torto languifcc;ma in noi ve 
terani amancijdon*è maggior fenno hà più r: 
dice l'amore ; onde efclamerò con Oueno 
j , ^pes incerta y timor conftanjy fugit 'tua voluptai 
yjgaudia rrìceftaydoior dukis^amar us amor. 
^^r»Chi nàuiga nel mar della Coitcjfi regoli, 
col vento del Regnante; fui neceifitata obedi 
i comandi di S • M.', e mancare alla feruitù t 
JRofanra.Noi altre -donne per iflinto habbiam 
la bocca nel pcttOjjche meiauiglia dunque fc 
difuelamo quanto habbiamo nel feno. 
^^^d^/>.Xadefperationcnche m*hàpuofto àmmc 
r€> € la mala fortuna. mme portano de zeppa. 
à la forca j ma io à defpietto mme voglio p< 
glia lo tien?po comme vene^fenza collera; p< 
'i^ierc à chi nne cerca; collera à chi nne volc- 
triuole à chi nne chiamma; quann'io sò muoi 
io nò nne fà cchiti mamma. 
L^ft^yì 4^^^te non amato nil effe ^niferius , efcl; 
mo col Petrarca; e vedutomi foUcaato ^ qu 
amoros'Iearo nel vago ciclo delle fue labra. 
e poi precipitato nel mare d'vn fputo;efpwi ^" 
mento il detto di Claudiano > quafipUeas D ^ 
7ios babtnt . Se la fortuna haueffe il ceffo in 
fronte^ ficome ci fc credere Catone^ io i'.ìftc 
rarei cosi bene per li capcUijCh'à d fpttto fi 
farebbe à modo mio; mi la ribalda porta la 

falfa 



Ali 
Vie 

Di 

f- 
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D. 
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7)01 

. ■(] 



TERZO. 177 

^ , '."ifalfa caplUicra di Cori fca,c r]iiaiìd*af tri fi ere- 
/'P'^ de haucria in pugnali fcappa d;iJJe mani • 1/ 
• ^vpc* Arfcnale delle fraudi nel petto f; minile non^ 
vieu mai meno . Al parer d'Huripide , calliué 
funi n^ulurcj tnutnitndis dolijy e vi confona^* 
Democrito; muUer r/;uito ma^ts^quàt ^ir prof^*-- 
pia eli ad a/ìutiaj» 

r. Oh com^appnnto mi rifrouo In mezzo de! a 
bella coppia d'amanti>hor*è tempo da diiiercir 
il tempo. L'aulierità in vna donna è vn contr;.- 
pefo^che li trattiene T Amatori; bifogna no.-i.^ 
diipreggiar inegualità di pcrfone ali'adoratio» 
ni delle lue glorie; Le Drità da tutti riceuono 
Jncenio : donar fi deue grocchi alla plebcjO 
ferbar iUeno à fuoi pari. 
ap. Oh bene mio , e che beo Carina ?dallc^ 
ncuollo Pacione,nnanze che nge caca Cnuo- 
" la, e nge venga eh ilio Letterummaco ; ma ve- 
--'dennola m'agghìaio/qual vaga Cometa mVm. 
pie l'occhio di luce,e'i cor di gelo. 
//. Mulieris nomen y a tnollitie diéìum volunt ; 
Egopotius a malitiay lo con firmo col Digefto 
\ de teilamenris , midtcres juntfulj^ . La Infinita 
.cUjjX è vna guida fallace, e la femlnile oftinationee 
'^^0'^ il parapetto più infuperabile alle fptranze do* 
)WOii^ ^l'hiiomini, alludendo à quel d'Euripide , 
^ mur Qnmes alias rei rì;axt7?Jd tn^xj-u^r/alvlis efi 
^ht.^ ^T?,uiur, nià che veggio, non è quella colei cliT 
iW) dolatro/ Oh inafpettato contento, andrò iivU 
iti» landò da folle con Archimedei/z^<^/;o;«^f^/. 
:wjcfi -^ ( Digiifonodime auuifati.àteCarini^ ì 
Jeuon^ùcr gli Amatori qual vezzofo ca?no^ 
.:ct:i;^ ino, tuttoché fcacciat» perde 11 prc'^mio 
fpo.irieila /ua fedeltà ; ed à colei, che lo difca^'-ciò 
^'^l oi\o ritorna ; il rigore dell'Amata èia pietra 
jport^^aragpac degli Amanti. 



178 ATTO 

S^ap. No faccio, che dcfcurfo face de cancjpa 
Jarà eco mmico , ca pc cfla Itongo peo de c; 
ne arrajgiaco» 

X/r. Oh fortunato Senofonte per te di fcorrc Olttiu 
rmiic con documento amorofo t*liìfegna qu 
difcacciato cagnolino adeflerli coftaute > c^n. 
mefclicer rtprimi tur de[f eratio nomiate ftiic^^^x 

Car. AU* Amanti la fperanza è vn gran foftegn 

e benché delle Donne mirino irato 51 voIcl ^„ 
jy fperar gli conuiene.Non Tempre il mare iiat^i^. 
j , i legni affonda » e tra le pi^pcclle A:oIe vn'aj j^, 
^> corto Nocchiero più veloce gifigcre inPorcc 
I^ap. Che defcorre de Puorto,s*io pouer*omm 
pe i*iimmorc fuio mmc trono ciento miglia. 
foraCrapa- 

Lm. Ohper me dutique fortunati gli oltrag^ 

fehora mi fon'argomenti di fperàza. Deh ce 
3j me bene Ansiqwìai finxn Jf^f» tfft J<!unnny a 

amames dcrtiinquere numquam placutt^ zi 
3j Xtx ài^\ti^Ì^o:Spci bcminumgenus itliryQ VA 
3> ciato cantò , qt*^ mtfiris prowpum jpes botfiL 

prifta^ opem.^ ^ 
Car. Horsù Carma pm non perder u tempo.ce -fj,^ 

ca di ritrouar colui , nel quale la tua lelicii 

fu portai ^ 
I^\^p. ( Non faccio eh ^haggiontilodicere de 

foppoihjfuorzc hauarrà dolore de ventre^. 

u^h torca nata nS/aruaria , haggio ccàchi!]^ 

remmediojche te fana. j^'^- 
Xw. Certo io /on coluijcbe brama; oh cara 

pria t'am^uOidop piamente hor t'amoj fai m 
3, UTC Ouìàio ahp^'fJ ^^^^^'^'^ r^'^^^ 

ed fìuucvnl detto d'Hennioi^??^»/^'/7;«//^r/»^.i^^^^ 



me 



k 

b. 

UT' 



,y magis Jiru, 
Car.OWmèm m'intédeaUmifera fon difcouer 



T E R Z O. 1^ 9 

*^ii^ap9 Zitto zi core mio^ non te defperare> tù fa- 
" ^'C3: ie le haggio à caro de te feriiirce tanto magis 
mò>ch*haie ncuorpo fto dolore* 
ett* Oh come giunge à tempo il Napolitano à 
mio fanorcl procurator alicuius facti pr^jentia 
0', f/^-^jonde da parte ttarò attendendone l'efito; 
\ fruffra fit per plura , c^ua pojfunt fieri per pan -i 
dora • 

«r. Oh come fui Inca it i à palefare i mici fenli/ 
ah prima m'haueiTi itrappara ia lingua. 
ap. Ve difpiacej ch'io viaggia ntifo? lo ciouite 
hauereà gufto, pecche non fe fana male fenza 
temmedio 3 e à fti dolure ^ cride à me^ ngé ila 
foggetto ogn*vno,e pè Ilo fu(to non fci fola-f 
à fofpirar d'Amore y ma fe voiite ve fano mò 
^ de botta. 

ar- (Cortili per quanto conofcoidi già mi crede 
fua amantejallettiamolo per renderlo più mar- 
tire d'Amore ) • 
'^;2|ji|r4^.(Chirto pe quanto trafcorro me pare Io tic- 
f?o de lefcoprire lancentione mia^Ammoie.^ 
damme aiuto> ca mò Itace^ ò la guerra ^ ò la-j 
pace.) 

ì^ocet^/r. Ah che nel rimirarla languìfco^con ragio' 
' ne Alefandro dilFe la oellezza elfer vn dolore 
de gl'occhi , &: ifco interrogato fe li piacefle 
vna bella Dama,rlrpofe>y<? ocuLorum morbo la-^ 
horare aesy ffe* 

ar. Caro il mio Napolitano ? 
ap. Reginella mia / 

ar» Conofco veramente qnanto fi eftende il 
tuo affetto verfo di me j onde molto mi ti di- 
chiaro obligata. 
(i/:r'^|r^p. Frate Ite zeremmonic lalfammole ghire-^, 
vuie già fapitc ca voglio co vofibria negozia- 
re nconfedenzia» 

I Car. 



mai 



Porto 
'omnii 

oi 
/ti», 



J telici! 



iSo\^ ATTO 
Car, E già che sì cortefe offn riftoro al mio dd 



lorej eccetto roffcrta y c folo-da ce attcndon] ?if.O 
rimedio le mie pene. 
Nap. Horamò mmedaiegnfto ca muftre con 

fedenziajc fpapure cuant'haie ncuorpo* , 
Lett. Oh forte faiiorikri ii mio Fedele Acat^ Uio^ 

Mercurio dagli facondia. Amore porgeli l'ar|r 
3i m\y ch'io frà canto fofpefo rimarigoj vbi mbi , 

Car. Il mio male ch'è nel cuore Ito 

Nap. Addouciaddoue ? , Uw.'i 

Car. Nel ciior-^..... ' pr.AI 

JV^^/»* l'aggi ) ntifo. ^ ^. to.S 
Car. Se coito non troua rimedio > ah già mVccI (prcp 
de5è pur cropp'Incolcrabile nel petto vn'amolLeti.,^ 
rofa piaga. ^ h 

Nap. (N'ammorofa chiaia! vò no remmedio tuo- ^ 
Ilo / ngè li'haggio fatta pè dommene ? mmc^ j 
credeva c'addauero haueffe doglia de ventre ipf. 
e cheffa parla metaforecanicnte ? pè quante rapi 
ntenno more pè mene te à ta,nneuenacaO i^/. 1 
Lett. Lodato il Cielo,Amore ogni indurito pet- ' 

to alla fine impiaga; onde ben cantò il Dante; 
3, Amore à nullo amato amar perdona.^ 
Nap. Addonca Vofcia amma^non è cofiine ? 
Ctr. Amo ce'I confclio , già che più no'lpofTc 
celate, e folo da te fperu r.efrigerio l'ardore- V, 
del m.io feno. 
l^ap. (Gomme re vò parla chiù chiaro,aftè de- 
nnicocacheffa pcmmefchitto fpaipeteia, oi 
perzò facea la contcgnofacco chillo vecchiar 
dongarzapelluto.) ^ \ i^^^t 

Car. Hor dunque non dinlegarmi aita • 
^ap. Non te ll'hac^gio ditto chiaro , core mi^ 
belIo,ca ftógo à lo feruitio Viiofto> e già mmt 

(arria sbricato» ^ 

Car* 



tuoi] 

m ini 



TERZO. iSt 

E meM prometti ? 
^'fr^/'. Oh muorzillo cannaruto nfià quanta belle 
muorzIUefongh'à lo murino ;e te pare, ch*io 
fia tanto fgrato , che te refotalTe ^ commanna- 
me, fe vuoie mò, sò ledo ? e creo ca te darrag- 
gio sfazione» 
iet. Le cortefie di bella donna alterano ^mag- 
giormente 'le paflioni,ed Amore da fanciullo, 
ch'egPè,dunene gigante. Chi è corri fpofto in 
> Amore è gìonto airEmisfero della felicità , 
, beatt qui amant cum ^qualtter redamantur* 
^ar. Ah pouero cuore. 

\'ap. Stifofpire che feriionoi non fongo à Io 
iprepofeto? sbrigammonge,che pienze ? 
ttt. Mi fcoprirò fruftra expe^atur exitusycui 
, nullus fortttur (^ffeBus. 
iiio:iifli,'^r. Hor veggio fpuntare il mio Sole ^ che ti- 
fchiara le tenebre del mio dolore. 
^ap. Che Sole ? vuoie burlare? zumpe da palo 
mperteca. 

.et. Exttus aBa prohaty dice il Digefto de regu- 
lis Iiiris; fe della comparfa mia parla CarinajC 
fe Tamor mio riama. 

ar. Amo,rifponde J'Eco,à chi li dice io t*amo, 
ed Eco appimto diuìene qMefto cuore > à chi 
amor li propone,promette amore. 
V^*V'- Frate fto parlare nzifra noa-ferue^ dillo à 
lettre de fcatola,m*ammc,ò nò m'amme?chc^ 
ffcùtl ng'entra ccà THcoPpropio mò mme sbracarria. 
\à)} QLiel che da te non s'apprende > da più ac- 
jccii: coito Amatore apprenderaui 

[ett^^ Aii, che Senofonte il faggio purtroppo 
chiaro t'in tende, ch'Epicaimo m'auuifa,ya?w/* 
j na ad diccndum non tdvnta , ad taceudum im^ 
, potens . 

Hor via pur troppo ho detto à baftanzo-*, 
Cdf.l I 2 à buo- 



venti!, 

m 
l 

Diati! 



i82 ^ ATTO 

à buon'Intcìiditor poche paioIe,chi d'amarm 

yy fi preggia toilo mi liegua^che d'amor nuila-i 

5> intende* 

3} Chi la forte conofce> e non la prende. 

Leu. SìjSi mio bene^ecco ti fieguo* queli'ornK 
tue mi Icruiian di guida, 
j. Che non inganna amor chi à hii (i fida. 

Nap. Scazza chilTo agguaieto liana ccà,nè mnit 
n'era ancora addonato 1 oh gran Catarchio 
nzomma fchicco io (eruo pè roifeiano ? perzc 
mmc: palleiaua à lengua ccruona, fe la ntenne 
nano nziemojlace eco l'hora bona^buon prod? 
vefaccia^mò sì cachillo ditto vace de fenigli; 

3, Che la donna al pei^gior Tempre s'appiglia. 
S C E ÌSf A III- 

Notte. t"*^ 

Giardino nella Scena , e Gabinetto nel Domo. 
Frencipe/piy ed Jr/fbafaatore» 

OH cara notte , tu ch*à gli amanti fei difpen 
liera di gioie,aflati benigna à miei dilegni, 
ch'à fcoino della luce del Sole ti promette 
erg^^efpleiodi biffimi altari alla tua ))cità. 
Jt^ò. Ohfofpiraca notte^tu che à cuori innamo- 
rati fei genitrice de'vezzl> appadrina co le tu( 
ombre le mie fintioni,e tu perdona ò Rofaiu'J 
all'i ìgannod*vn tuoFedelc>che fol per rapii 
tuoi affetti tradifce con le tenebre i tuoi lumi 
Trefi. Qucfta, fe pur non erro,parmi Thora ade 
guata à Fedele,mà per anche non e venuto H< 
tea -bre fono si fpeirc,che non fi dilcerne cos 
alcuna. 

jimb. Quefto fe non m'inganno^ parmi il temp( 
prcfilìbmi da Fedele , ne pur hora la veggio 
Tombre fono si denfe , che non fi diaiia pc 
niente • 

Pren. Mà k il defio non mi u^fpom I^imagmi 



te. E 



cv 
are 

Voi 



TERZO. . 

tlua^parml veder'vn'ombrajah fiifieil mio va- 
go Fedele. 

tmb. Mà fe lafoiierchia brama non !n*ofrnrca-j 
rintendimencojfento vn non sò che ì Ah faiie 
la mia bella Rofaura. 

ren. Egli è d'elfo^ e parmi haiicr fentlto il mio 

nome^atcenderò^che s'apprefti. 
(mb. Ella è certo? parmi il cuor mi predica fcll- 

cicàj animo Idrafpe.Chi è là > 
ren. Chi voi fiece/orfe il Prencipe Fedele ? 
i.mb* Appunto chi v^adora^direi elfere il Pren- 

cipe Fedele^ fe vn fchiauo non folli della Prc- 

cipefla Rofaura. 

r^n. Ed io direi d'eìTer Rofaura^fe non viueffi 
trasfornuta nel Prencipe Fedele» 

'T?fb. Omertà notte ben puorandar*aIcIera più 
del giorno faftofa di lume, illuftrata dalle vo- 
ftre bellezze • Chi conduce ii Sole nel volta 
porca Tempre Io fplcdore d'va giorno fereno. 

ren. Sapete parlare con tant'attrattìu3>che It^ 
vofire parole fono ftéprace ne i concetti > non 
men ^he nelle calamite. 

tmt. Mirare le itellc com'errantl alludono 
voftre peregrine fattezze j & altre fiffe lifer^ 
mano à vagheggiare le voftre glorie. 

'ren. La Yoftra compitezza anche fià le tenebre 
è sì chiara à tarui conofcere alla facondia—» 
Yn*eIoquente Mercurio, ficonie vngenerofo 

> Marte iìete alla delira. 

^mU Appena hau'offiruato la voftra chiarezza 
la Luna^ch'é diuenuta vi> pezzo di macchici, 
e vedete come fi va torcendo per formar vu* 
arco trionfale al vollro merito. 
ren. Non altro veggio^che r-fprefllua delle-* 
vollre gratie , mà vi vorrei Prencipe meno 
Corteggiano^e più amante. 

I 3 Jmb. 



iS4 ATTO 

jmb. Vorreftiuo pia amantejchi non viue^ch^il! ^ 
alla contemplazione del voftro bello ? Chifilp 
muore incenerito tra l'ardori dei voftro fiiocoiF'.^ 

Vren. E come pollo viiier lìgura delle voìh«-^U^^^ 
fiamme, fe cosi freddamente riportate alia-j P^'^- 
conchiufione delle noltre nozze. 

jTTib. Sapete bene quanto l'affetto del Kèfia po- 
tente verfo di voi Madama. ^ ' 

freri. Che volete inferire ? 

AmU Che far*vn tentatiiio precipìtofo 5n quefta' ^. 



congiontura non porta feco^fe non perigli. 
fren. Io mi rido di quelle timorofe meditationi, 
il Rè v*ama troppo^ballerà^che voi li comma- 
nicate il va>ièro defi Jerio. f^"' ^ 

mivr 
mi 
laruij 



/i^b* Mà non sò poi fe l'amore vorrà cedere al- 
Tamicitia; tutt*è commune tra. gli amici, fuor 
che TAmnta . Quefte fono materie tanto deli- 
cate, chebifognerà trattarle cop delicatczzai 
perche toccano fui viuo» 

Frtn. Sentite Fedcicfe Pamor voftro farà da ve» K ^ 
ro^l'opere me Phaueran <ia far canofcere;à voi 
non manca la confidenza col Rè, ed il pofTeffo 
del genio j potete di facile cancellare dal fuo 
petto rimagbe di Rofaura,la quale v'accerta 
dal canto luo di fuperar tutti Toiiacoli con la 
coftanza» 

jmb. Ed io v*afficuro , che per amor di Rofaura 
trafcuierò ll riguardo del Rè, cimenterò la vi- 
ta, il Rtgno per ottenerla j mà pur troppo il ' 
timor'è grane > ou'è leggier'il merto ; vorrei 
vna più certa Autentica, con cui reltaiC fkuro i*<^ife 
nel poflciro irreuocablle, conforme alle leggi C 
del mondo? già che me n'aflìcurate fecondo le 
leggi d'Amore. 
Trcn. La parola, che ve ne dò da Pvitima , ch*io 
proferifca, fe mai farò per niancarui. Eccoui la 

de- 



TERZO. 

deftra^e fece ^nch^il cuor vi dareijinà già ia-j 
poter vollro fi troua. 

wb. Oh cara delirai ti bacia Palma ^ mentre ti 
ftringo»Ah fento paiTarmi dalla mano al cuore 
per i meati le dolcezze. Deh mi fia permelTo co 
vn bacio sù quella delira fugellare rimpronto 
della mia fchiauitìi. 

ren. Voi nelle mani l'hauete, e'I voftro merito 
ve n^afllciira il dominio, 
«v^* Non più gioie Amore, che vengo meno ? 
ren. Non più contenti Cupido^che mi diitrug- 
go? 

Son tutto trasformato in Roiaura. 
en. Altra non foniche Fedele. 
"^b. Sete mia,nè parlo credo>vipoffedo>e par- 
mi vn fogno* 

en. Horsùcaro Fi?dele è tempo bormai di riti* 
miìi raruij andate.à ripofare, e ricordateui^che da--f 
ivoi attende la fua felicità Rofaura* 
w^. Se m'apparto dal mio bel Sole mi s*intima 
vna notte troppo tenebrofa» Deh volete^cht-^ 
si toilo mi priui d\na tanta dolcezza, echc-* 
non habhia né men l'honore U'accompjgnarui 
eel voflro Gabinetto. 
\en. Ricea<^ volentieri l'offerta* 

Andiamò^^e^ mia fiamma y che In qiicftl 
orrori mi feruiraìKpcr fanali luminoiì i voftri 
bei lumi. Permettetemi il farmi Atlante d*va^ 
5Ì bel Cielo col feruirui d'apiK>ggio. 
«. Gradifco l^honore per fami vederc^chc^ 
voi fcte il foftegno della mia vita. 
9h. Oh me felice' horprouo si^ch'i gli Aman- 
ti arditile de ili 

j Cangiafi innotte Ikcai difuncfti* 



cctiti 
codIi 

!a\ì' 

ikuifl 



ii' 



SCE^ 



i85 ATTO 

SCENA IV- 

Tnniipfffa guidata daW /imtrtfàaiore y va p^y en 
'Srar^ i-nl Gahiiicsroydou' tjfendoui lumi 
accorge deh\dmba}ctatore* 
li Rè da-la Partitura di dentro ti Gabinetto. 
^rcn,r\\ì\iwèy che inganno c quello i lafciani 
traditore ? 

^w^. Prcncipeflapietà^deh non fdegnardjafcol 
tami prima ? 

Rè. (CiclijChe mctamorfon è quefta / ) 

fren. Che voglio afcoltarti^ fe nello fdegnc 
ditta confiifa^ noa vino con altro fpirito 3 ch( 
della vendetta. Si rende indegno deli'*vdienz; 
di Rofaiira^chi và mafcherato d'inganni. 

Rè* (Mira, che ardire 1 ) 

Jmh* Eccomi à voltri piedi, denudo il ferro> ve- 
cidetemi^fe vi piaccichilo pronto col fangue^ 
delle mie vencibranì'appagar'il voftro fdegno 
c fe m'impiagaftc il cuore ^ meu crudeltà farà 
trapaflàrmi ii pttco. 

Rè» (Guarda^cheperfidoI) 

?ren. Alzati temerario^brami ch'accorra alcuno 
di Cortei per vederci mieiroifori? Cieli date- 
mi fofferenza , vn fiume di fangue parrebbemi 
vn fpecchio proportionaco à tuoi misfatti; mà 
forfè quel ferro illeifo^che denudato moliti al- 
ia mano^vn giorno ii prouerai immerfo nel fe^ 
no . 

Ambn Ah mia Prtncipcffa non tanto fdegnarti^Io 
la morte brimo > ancorché proftrato'd'auanti 
la Yoltra Deità; dourei porger voti di vita,nià 
il mio crudel dcftino v ;ioIe> ch'alia mia vita-^ 
chlec^a u morte in picmio del^i più bella fià- 
ma,ch' Amorii acccfc. 

R^* ( :vhfcilonc> ]a mone ^'haurai da quella de- 
llrajchc lora per te kiice foru per si belle ma-; 

ni 



TERZO. 



187 



imi 



ni vfcir di vitaj nià preuaglia in me il defio di 
icourire il fate o alla br^ma delia vendetta ) 
Jmb. Adorata R^i>faura ecco à voilri piedi r/im- 
bafciatore di Danimarca non già^ma il Prenci- 
pe Co idi marte» 
iKe. (Ghemcra uglial ) 
Prd'«..( Che ftupore/ ) zi r 

.Amb. Che iniiaghito dalla fama delle voftre fo- 
urane doti j non men che da quella célelte di- 
pincura>che pédoloneconferuo nel petto> an- 
zi roriginaleimpreflb porto nel cuore, pone- 
do in non cale i perigli d'incerta fortuna , qui 
tra nemici ne venni •> riloluto col Fingere di 
vince rciò di morire» 
Pren. (Bel vincere nel perderfi tra le 61*^0^^^ 
Prencipe;) 

kl^uiRè^ (Bel perderli neiracquifto della Prencipelu 
'k% , Rofaura. ) 

kììm'^mb. E fe tra le fintioni conofcete il mio amo- 
re. Ah che fon vere le mie cacencjfon vere le^ 
mie flammei e vera farà la mra morce ; Mà f^ 
troppo $rdito,ò bella Rofaurajofai di vagheg- 
giare le vaghe rofe del voilro leggiadro fem- 
biante farò degno di fcufa , ch'd forza d'Amor 
non fi con trafta, e fe fii fallo, già la pena ne-> 
'fofFro>mentrene riporto in fine 

Sol delle Role tue nel cuor le fpine. 
Pren. ( Sento intenermi, e per la pietà liquefarli 

lo fdegnojmà occupata è la Itanza*) 
IR^»(Sentomi per la gelofia auuampar d*ira il pet- 

tojmà fofpendo il furore ) 
'jfnb. DehmiaRofauranongià* màcaramia^ 
Deità,qual Nume fdegnò mai l'adoratori fuoi ? 
raflerena benigno il tuo leggiadro ciglio ,di- 
tnoitralo per me doppo lunga tempera di fde* 
gag Irid^ di pace; prollratg à VPftri piedi, di* 
J S peodo 



àm 

Itti; fili 
oilrial" 
M 

vita^rai 



18S ATTO 

pendo dalle leggi del vortr'aroore. Vi chiamo 
mìa Deicàjmencre mai dclifìerò d^ vittimare-^ 
alle voilre vaghezze i fofpiri^e gii offequij.Vi 
appropriarci titoli maggiori de^VNumi fe ha- 
ucih arbitrio fopra le sfere, e campeggiaflero 
gradi più illuJhi nel Cielo. 
R^'^ (Offerua^che /pergiuro') 
jìmB. ll defcriiierui i cormentijche foffro nelle-» 
delitie deVoflri begl*occhi,farebbe vn colorir 
rimpoflibiIe,e figurar la difperationej lafciarò 
dnnque che^per me fia Oratrice faconda la vo- 
ftra bellezza, e quelle lagrime, che vi tributo 
iiano mutole lingue deiramor mio ; graditeli 
voi come vapori delle mie vifcere, fangue del 
mio cuore, fudori di queft'alma,ftiIlÌGÌdij dell* 
ardormiot 
Rè. (Vedi che lufinghiefo!) 
i^r^n^ Prencipe non più^di gratla partite, io pur 
troppo hò fofFerto il vofèro ardire in hauer tra- 
dito la mia opinione; La voftra qualità v'efen- 
ta da quQÌ cartigo , ch'io haueuo premeditato 
all'Ambafciator di Danimarca; Hor che voi ne 
fetc il Prencipe > vi dirò folo > che poteuate-> 
fmafcherato d'inganni comparire air acqui-. 
Ilo di Rofaura , c non Col mezzo delle frodi 
cercar di rapire Taffetti altrui ; c febenle^ 
tenebre cambiano gli huomini, e diuertifcono 
ilogetti, m'iian fatto bensì accorta del voftro 
animo colmo d'inganni , con cui tentafte pre- 
giudicare vna Prencipeffa mia pari,prieghi,lu- 
,> lìnghe, e non infidie, e furti vfa il difcreto A- 
^, mante. 

Rè. ( Afe olta>che prudente.) 

jmb. Madama pretendo cffer Caualiero d'hono- 
re,e per quello verfo non indegno della voftra 
gracia; tradrfcc 3 ed inganna vna Dama va'aol-; 

mo 



mo moftruofo^ c vii nato . Non credere pmx^ 
bella, che regai doppiezza in quello petto di- 
uen jco Tempio deha \ o.lra Diità . Sdc^narei 
me éielTo, e mi terrei indegno di cinger h fpa- 
da ai óa^Ojle haiielS pretelo altrimcnte^ch^-» 
con innocenti frodi nel ìingere vincere il vo- 
ftro cuore, ooa che pregiudicare il voilro de- 
coro . 

Re. (Odili pudico.) ^ . 

jmy^ Deh placati dunque,© vccliefìil tipnego; 

dolce amor mio non oflfende chi ama i ma chi 
3, non ùfcruedeiroccaConi, ò non accende al 
„ fuo vantaggio, ò craicura Ja benignità delìa-j 
Il Sorte ; gii amanti deuon^eilere importuni , à 
tedioli,e già ch'ho da morire, muoiaù conten- 
to fra le volUc braccia. 

Fermati indegno vfurpatorc di non meritato 
teforo ? 

Prf». (Ohimè fon morta.) f^rtf* 
.i'Tjè. (Ed io perduto.) 

Rf. Qiiefte mani faranno piene dlfaetce in pu- 
nir cotaat'ardire,c febea perle tue fccleragl- 
ni s'è anneritala notte ; quelle (Ielle auìilero- 
no per torchi funerali al tuo cuore incadaueri- 
to da mille fceleraggini- Credeiii indegno del 
nome d'huomo , non che di Prencipc eiVer le- 
polto tri le tenebre della notte grecceiTi del- 
I, la tua^temerità, e no fai, ch'il Cielo con tane' 
occhi quanto fono gl'Altri inuigila alla fpia 
-.3 deiraUrui mancamenti, e qui mi fè trouarc-/ 
al caltigo della tua arroganza. Màper lafciare 
n vo'efcmplo i Prencipi^ch' il perdonarci ncmi- 
»> ci con la potenza io mano fi dimoerà vn'anì- 
5, ma più torto diuina, che generofa,a!tro c^^ti. 
go non t'impongo, che pria dell'alba dif- 
gombri dalia Polonia vn rnoftro si aboraìnc-, 
I 6 «ole 



J9^> , ATTO 
noie d'intanai , ]aeiVaffioiicA ad wn% Prcnci- 
peffa del mio lingue così fi tratta con le Oa- 
nìc? ancor ibi neila mia prefeaza ? partiti da-j 
q :ii,disl':ale3cemcrario3ina!i .ator-:-,che fei 1 
Amb, La iisicio lo ftupore di vederti ia||aoco do- 
ue njcno credeami>hà darò c mpo ai farti tan- 
t'oltreprordmper la lingua ; Son CaLialier(L-> 
d*hoaore > e porto al fianco la fpada per far 
pentire chiunque intende di metter macchie^ 
alle mie operationi > che fe ben commefle trà 
le tenebre, fon degne di far comparfa alla luce 
dei Sole. Queit'hora^e quello iuoco; non men 
ch'il rifpetto douuco alla Prencipeffa m'obli- 
gaooànon rifcntirmi al prcfente deli*ingiu- 
rie; màfc arricchito fei d'animo>lìcome d'Im- 
pero i non fdegnare con chi non è di te punto 
inferIorc>veniredipeifonaà donarmi col bra- 
do quel bando, che m'haue intimato la lingua. 
T'attendo alP hora banditami dello fpuntar 
dell'alba nella Selua de' Cedri, doue con ia^ 
mano la fpada il Prtncipe di Danimarca farà 
vedere al Rè di Polonia , che Cordimarte non 
è indegno della PrencipeCfa Rofaura , e ch^ 
Stelladoro non merita il rifiuto da Ladislao. 
IRè. Accetto volentieri la disfida; efeben'vn* 
arf naie di fpade parrebbem),che non fodisfa-» 
ce (Te alla mia indignatione , ed a) tuo caliigo, 
mi glorierò di darti col folo mio brando da^ 
Caualiere quella pena, che ti potrei imporrei 
da Regnante ; nè mi curerò deportar lo fcet- 
tro y ed imbrandir il ferro per efercitare vn-v 
Impero nella tua vita. 
Jmh. Rifponderatti per me quefla fpada, ch'a 
9i quelle liti, ch'han da decidere da Giudici i 
^> brandi tace ogni lingua fpettatrice> 
»p Ch'oue oprar coBui^n;parIar i>on lice. 

SCEi 



T E R Z Ot m , 

SCENA V. fli 
Letterato, e poi Napolitano ve/lift da donna • 

C ili ita fui giuoco dell'amori no deue rifiutar . 
j) ;>ite di Oame;la mia amoiofa doppo mol-, 
te preghiere mi hi indotto à vcftir queltc ve- 
fti da donna > per introdurmi con accorta cau- 
tela alle fue ftaozej che fi vuot tare quodUbet 
pr.ftirmittere prò dihóìo> , bifogna Fingere per 
vincere ; quel gran Maellro de Arce amandi 
_ m^infegna 3 fac modo quas paries dia ìuipeBtt^ 
agas. lo tofto rhò obedito>cófcioiche le don- 
ne non amano per amare ^ amano per eflerc-* 
obedice> e memore di Virgilio eia agey rumpe 
morasyvariumi iT vietabile Jewper fcemtna. Oh 
FilofoS de cempi trafandati ^ fe mi veddfiiioi 
facto ludibrio d'amore> che ne direftiuo : Ehu 
mihiquaLts eram^ talis nunc mmatus ah ilio» 
^af% Chifegne vence>haggio ntifo<iicere, e pè 
bcncere chella nnemmica mia, haggio abbefo- 
gnaco veftire'da Vennera Ito Marte . Oh cor- 
tclliature de Napole > e che deciarriffeno ve- 
denno velluto da femmena lo fparafunno de li 
fmargiaflejchillo che nvita foian'lià fatto chiù 
de beilencherche ; hor'auuilito 3 trà gli affetti 
di patre^e di marito, 
^f^f. Ma che farò fors*Io il primo per.amore--«j 
1 effeminato in fimili leggierezze? mlil fui Sole 
, muum , Amor colpifce fenza difcrettione ; è 
pur noto al Mondo Tliloria di quel gran NI- 
fo, ch'inuaghito d'vna Fantefca y fù indotto à 
raderfi la veneranda barba, ed In habito di do- 
na burattar la farina , diuenendo da gran Filo-' 
fofo , vn grand' Accademico della Grufca.^ : 
^uidquid deceat non vtdet vllus JmansyC:kntà 
y On]dìo;mà fi non c^^^ i:^«/è,m*auuifa il Giof* 
a ùtoi d^Andrea^e li^^f [cmel in anno tnfensre% 

Nap. 



19 2 ^ ATTO 
N^P- Ma che farragg' io lo prhnmo fordato,chi 
pe na femmena fe fiaabbeiuto/ chillo grana 
Erctj/e accedecaro de muotlre non fulo fe ve 
ftecte da feniaienajmà fe niettette à iilare for- 
zine. 

Leit. £ eucippe per Dafne» Claudio per Pompea 
non veftirono più volte la gonna à relacioo-j 
di Paufonia> e di Pliicarco ? e ficome atteila-j 
Diodoro , non filò più volte in gonna Sarda- 
napalo? Eliogabalo non potendo diuenir don- ! 
na> veftiua da donna ; e Marco Antonio per j 
Cleopatra non tornoflene in habito drEante^-i 
Ica più volte beffato, e battuto. Eff'téìus amo^ 
fis lune frena reycere dtfcipUnje^^ obltutfct ho-^^ 
nefiatis. La Tirannia delle donne fà mordere il ^ 
freno à frenatori de Popoli, al che allude Ca- ■ 
tone noj imperamus omnibus^ vxorcs nobis. ' 

Nap. Lo Mpalatore Nerone non fulo fe vertette 
da femmena ; mà chenon facette pèdeuerità 
feniniena prena; lo fio Gioue pè Ammorej^non 
piceno li Sacciente, che fe mefe le corna do 1.' 
Tauro nfronte> auto che la gonnella ncuollo ? 
Ma fe m'abbe(bfre mò quacche Zerbino , non |' 
me fe lanzarria ncuollo,fchitto Ito fufteciello ^ 
non me fà na pentata creatura > ^ 

L^tt. Oh quanti pericoli caminano di notte, per 
non hauer il paflaporto del giorno , mà vhi ' 

3, amatdt offe ({mum ^Tgeaty cafibus ardui s non t€f-» 
rete op ortet • La difperatione apre gli occhi i \[ 

^, quando la fperanza li chiude, alludédo à quel 

5, dì Virgilio, vna falus viifis nuUarn fp erare fa-^ 
Interni e con Seneca divò^ faffus jumex ipf^ 

5, defperattonefecurior* 
,N^p* Chi cammina pè l'ombre femp*affenncla 
luce; A chi dice male de lo iuorno le vorria-j 
dà D bona notte pè fempe ^ e perzò nòog'c 



TERZO. 



meglio fare conim'à la Gallinajch'à le binici, 
quatc'hora s'ammafpna. 
Utt. Con ragione diffe Archilaco: Taidor di- 
more effonde caligini à gli occhile ci fà oprar 
da ciechi. Mi dirò con Senecajj/T cadendum de 
Celoycadendum efl . Se mal non veggio^ parmi 
veder va non sò che i 
^ap. Se Il'huocchie nò ftann-o tiforrate de pre- 
fuccojvedo n*ombra / arraffa fia, non me dicc-^ 
anemo de mouere cchiù pede ^ ccà fe faccia-» 
ili orno 1 lo core de la paura fa Taballo de lo 
canario. 

r//. ,1 Ah con ragione dlffe Plauto : Amor 3 t?l 
melley felle fecundt(]ìmus . Ma la fperanza--^ 
ogni periglio riftora > alludo d Tucidideiy/»^^ 
pertcuii ifl Jolatium* 

ap. Hora chi n^m'hà cecato à fto fprepofcto de 
càmmenà de notte ?comme la famma caccia io» 
Lupo da lo vofco,cofsi la femmena te mettc-^ 
dincolo vofco de li pericole TAmmante. Lo 
iuorno n'haggio paura de n'aferzeto ; mà la-^ 
notte cremmo porzì de li fporcegìiune. 
'^ Mà chi sii foffe la mia bella Cintia ? ah pur 
troppo è duro rafpettare , Amor ^Urnos cogt^ 
tat annosy^ddX parer di Propertio^Cre/r// ^-ww 
Aljiiuè fpecf ando cura puell^yipfa alimenta tnii*i 
ximè pr^het Amor* 

ap. Mà chi sà, foffe la mia Luna nquintadece-^ 
ma ? ebbefogna moftrarcle anemo y ca accofsì 
ngè paffo non fulo^ pè bello giouane j mà pè 
cortelliacore tammienne. Chi miras aglià? dà 
lo nomme ò t'abbampo. 
//. Stimo prudenza non rifpondere alla prima, 
ab un dans cautela non nocet , inferna la leqe^ 
teftamentum de teUamentis. Nellin delieVii^ 
ferie ibn l*infortunij maggiori , oportei amaiu 

tihUS 



1:; 



194 ATTO 

tib-is fato rum di-crtirs objectindare* 
Nt^p* Chi mir'a^lià ? non aules? clte^Jiaoie ao fa 

luto eco ni precata à li file de li rine? 
Leti. Ma chi:? poco ama altrui>chi morir temv^' 

miconiiien moiixdiX mimOi Amans f(;riQulor\ir. 

efl aui.iui. Militi^ Jpeàes Jmor ejf^ ed al pare 

d'Otndio tmlitat omnis Amans yfS^ habct jaa Ca 
Jìra Cuptdo.CìùwiMiwQ tu fei fgombra da queiic 

iuoco 3 non apprettar chi fi ripofa fra le -teii e 

bre . 

^ap. Oh potta dennico^ chifTo ftace armato de 

tenebre pè mmefare fperetare I 
Lett. A che partito t'appiglierai? {nunc fcio^quu 
yy fit AmoTy qui àliquando tìmidos reddit audace s 
P5 ed al parer drMenandro appo Stobeo > ^'«^^i 
5, autem h&mtnìhus furor ejì, e ben diffe Visefiilm, 
^, ex dejperattone crefcit audaaa^fic erperimentc, ^ dt^ 
j> con 'Quinto Curtio Ignauiam nècefjitas acuii 

e con Tacito nece[Jitas magnos animus facit* 
^ap. Vofcia nne manna chefle tenebre 5 pecche 

t'hauarria da piappiareggiarefulo^fuìillo^ 
Lea, aW^l voce parmi Pacione 1 
'Nap. yfibò,nne mieute cà non fongh'iiTo^ fia.ie^ 

nnarrore» 
Lete. E chi fei ? 

Nap. Vn Cauaglieros errante delle Partenopea 
maremme^che tene lo Llurtriiremo>e cuome xi 
fus cafas^ 

La. Dunque fete II Napolitano^ e come non ri 
conofci alla voce Senofonte il Letterato ? bi 

5> fognò fcoprirmi, che vinta la vergogna è di 

5> timore> in fentimento del Taffo. 

^^ap. Oh ccà Vofcia ? veramente qnanno feis 
mena iubent, hommines obediat > deceice Ci 
priano* 

£<f/»La paura no fa cóplinwnu^oh come ben difl 

Se- 



TERZO- ^ Ì9S 

Seneca dldìch bumana natura metueri cum^ ce- 
pit clamide cartre innocenti e fol dirotti col 
Manciiano, tum gelido tato mambai tc^rpor^ 
judor . 

'^'^''"" Kap. Sii bla allegramente^ ò vllacchione 
Non cerner? è con voi il gran Pacione» 

SCENA V. ^ 



J pari- 
ci C*,.- 

^^illof Faggio da donna) e detti* 

IN ogni Imprefa il Fingere è cofa buona>io Ipe- 
ro in virtù della fintione vincer la malinconia 
con quellxleggiadra coppia d'Aniant2> poichc 
Carina corriicciataii con effiloro d'hauerla (li- 
mata donna di partita 3 ni'hà indotto à veftii" 
rhabki faci per deriderli? faccia Gioiie^ che-/ 
mi riefchi giouiale il difi^gno. 
\^Letr. Amico ancor non fi vede Carina j 

iciitoi,^ de/iderif e/} ìncufare temporìs tarditatem , ed il 
^•^^«";H> Petrarca mi fuggerifce > omnis amor ìmj^atiens 



mail 



) peccai 
Ilo. 



ofett 



mora ^ nec vlla tanta cekritas ^ qU(€ non tar^ 
ditas fit amanti. 
Nap.TÀxxQÙi cafe non m*aggio cauzate Thiioc- 
chìe à la mmerza^mme pare de la vede venire^ 
fatte nhante, te tocca la precedenzia comni^ 
faccente. 

^/^^, La notte fò Tempre apportatrice d^errori, 
teaop4 oh com'efperimento con Ouldio ^ ns eftJhlH^ 
icilf^ citi piena timoTiS Amor, 
^ap. Hora facimm'accofline j Vofcia le parla-* 
latrino ca s'c Carina, à Tafeaetate fubeto tc^ 
canofce» 

,!^^lli \.€t* Dici bene 3 fdix vna ante alias Priameti^ 
virgo^ vale òft^jspnkberTinittV^nùiSyVeniyvideii 
tSt ego fingendo vincam* 
^ap. Caglia^lafla parlare à yo.O lindas mughe- 
res de micorazon^ degame la man blancas 
• IjjoÉ valgamedios. 



19^, , ATTO 

Pa^. Di gratia lafciate libero il paflTo ad vna^. 
Don2ella>che vi per lìie facende. 

Nsij;. CheiTa hauarrà da fò de lo cuorpo , fio Se- 
nofonccabelogna che le daie iicet. 

P^g'^ Oh Dio voi fete Senofonte j e perche non 
vi fuelafte alla prima. 

i^"/. lo fono> che col Bembo ridico, m'aggiro à 
voi^com'Eritropio al Sole, ed ellcndo nott'e-> 
ti dirò con Pico dello Mirandola, nox eraty er* 
no^em j'uperat candore niualt darà reperculjo 
lumme Luna magis . Di tante faci non ri'f- 
plende quello fercno Cielo y di quante chiare 
bellezze è bella vna delle voftre bellezze ^ tot 
afìra Ctjelo non rutulanty quot in te fulgent oma^ 
T?^enta pulchritudìnts ; con voi non hà che fare 
Ja bella di Sparta^chc fu adulterarla gloiiofo-j 
dt*EgjttOjche fii infedelcje la pudica di Roma> 
che fù corrotta. 

ap .A\mzy\\[cìo\Cit core de Pacione tulo, Cuc-i 
copinco de ft^huocchie, fciore d' Abrile^ Rofa 
fpanipanataj tu Sila quincaffenzla > loprimmo 
vullo de le cofe belle , fata morgana mia , tu 
paife à piede chiuppe la Ddea Cetregna,e it^ 
reuuote da lo Ccafo à l' Vuortoj non truouc^ 
de tene cofa chiù pcntata^c bella. 
Pi«^. Digratla.non mi parlate di bellezze 3 fc-» 
.dimore infiammandomi per voi il fenojfà com- 
parfa delle ceneri nel voIto,la di cui pallidez- 
za languente è trofeo dciranìor mio, marcjL-i 
del vollro» 

Zf//. Cedano gli Argenti^gli Ori, gli Amfcriftl, 
gli Elettri, fe Perle, i Rubini , le Margarite, i 
Carb6chi,i Piropi,giì Smeraldi,! Tafpi, i To- 
patij ,ed i Diamanti airinèftimabil gioia del 
vo-'lro bello , che per voi cantò il Cair!glione> 
nam nsMium valida j faaes Ijjihef iS a caibtnas 



■m 
) m 

lofaj 
M\ 

2; tu 

ilo 

M 

cornai 

:rke)i 
ilo- 

lì (id 



T E R Z O. 197 

I 1^ validum nimis hac lufnina career hoiet* 

àap. Cedano à buie tutte li trefore de lo mun- 
no,pocc'hauite llcapille iunne chiù de IPoro, 
rhuocchie de Zaffino, Udiente deperne, 1^ 
iabra de ccralle^de charuiitTchiole le fguance, 
c de matreperna lo piettojde miiodo,che sì no^ 

' trcforo ancmatOiChe Io trouaffe pi bona fcior- 

' te foia D. Pacione. 

'^ag. Deh fe furs'io vn teforo^ne cercarefìiuo con 
maggior brama Tacquiito , e per va teforo mi 
ftimareiv fe meco hauefse Toro della vqRxz^ 

fede. . . ^. 

Cedanogli ^marantijgli AnemoIi,i G a- 
cinti^ i Gigli y i Narclfi> i LiguUri, I Ciochij> i 
Tolipaniile Critie, gli Acanti, e la Re fa p^'- 
cherrimaJìoTum^ all*imniortaI pompa delle vo- 
ftre vaghezze y à cui dirò col Caiiigllane, hàc 
formofck Dea fuperat forma Beroin^x ^ £ace tua^ 
Venusyè pace Mtnerua tua^ 
^^ap. Cedano le foglia, li viuoccole^ li fparace^ 
Ji lpinace,foglia molle^rapejxepefte^i e rape ca* 
taIogne,pumma d*oro,moIegnane> foglia cap- 
puccce torza^ e porii le cetrola à Voftiaibel- 
la fcarola fpampanata d'Ammore* 
(ig^ Che parlate di fiori? fe l*interno ardore ha- 
lle inaridite già la primauera> che fioriua nei- 
Je mie g«ancie> nèpiii vantar mi poifo Regina 
de' cuori j fe Atnorc mi hà tolto le porpore-^ 
dal volto. 

tt. Cedano II miele^ìl zuccaro, la manna, l3u> 
ruggiaJa,l*ambrolÌ3, e'I nettare all'indicibile^ 
fuauità delle voftre dolce2zt>rare>e fole, com* 
t fola la Fenice tra gli vccclli , l^OJimpo tra 
monti, e'I Pò tra fiumi . Che fe fofte mia non 
lacedareià PolicratC;ch*aI riferir di Plinio fa 
il bcncaminno delIaProfperita^e colPaaegir}- 

co 



5* 
^1 



re,mà non fermezza» Odi ciòj>ch'alle Donnea 
diffe rArioilo; fol la prima lanuggine v'efor- 
to tofto à fnggir> volubile^ incollante; mà vn 
vecchio amatore è fermo fcogiio al fluttuar c|* 
Amore. ^ , 

Naju . Ccà fgarramaio.pocca le femmene no Do- 
no nò fcuoglio ftabele > mà no buono mobeie- 
rag- Non pilo niegarfi, che vn vecchio amante^ 
fiavno fcogiio di fermezza! fe anche nel lct-|^^^ 
to ralleinbVa vn fcogiio. 
lea^ E f e fiamo difpari d'età Arnorem ìmpsrttLj 
aii^quari^t'mwwQi'ìi^'^^ i' Pctiaica^ &il Dise- 
rto 



19^ A T T O 

co di cjnel faggio conchiuderò de deli&o num 

)^j'-y"'* C^sdano li vruoccple dint'à lo llardo > li 
maccaruae dinto à lo ccafo> li fanguinaccie de i 
lo Capiitojla trippa deli guancare^li grauiuo-j ten 
le de lo Cerriglioj,le barchiglie de nnante Pa- 
lazzone li capezzale de lo Muoio à la docezza 
de (lo morzilio faporitOj>che fc foile lo miojiio 
fcreuarria da fratiello ma^ic'à lo gran Turco. 

Lttf. Deh non permettere mia Dea 3 ch^vn'ido- 
latra di tate bellezze troni feco TOceano del- 
la voitra gratiaj la beltà je la cortefia nacquero 
gemcllej e s'hò il crine d'argento no difpreg- 
giarmì. ^ , 

'J^\7p~ Pacca Io ppane lanco è pafto de Signure 

I; /. Perche quello candore è fimbolo d\na fin- 
cera fedele d'vna matura prudenza; gl'Afìaf- 
fini popoli deirAffiriaeliggeanoper loro Ri 
lì più vecchio» 

J^f/ip. A Gatto viecchloSorece tenneriello. 

Invero è più ficura la fede di voi altri vec- 
chia che alPamorofa luttafe vna contentate^ 
non è poco. 

Letf. In siouanetto core di facile fi troua Amo- 



'1- 

tu 

co 



^1 lì 
luisv 

■Pi. 

ma 
ureo. 

10 

ma 



TERZO. ipp 

fto de prachendis^Sc dignicatibiis precerta, ^/^.^ 
promitiumur junt opere adir^tpleuda.Ondc dan- 
doti le braccia ti loggiungo col Tali'o: lerbali 
il parlar d'altro à miglior vfo. Oh di qiielte-^ 
tenebre mia cara luce. 
\^g. Io non voglio elTer più da voi beffata > ^ 
già che fo.')o la voiha Ilice, con andarne via-^^ 
YÒ che reilate ali^ofcuro. 
fap. Ah non te nne ire, à lo mmacaro famm^ 
luce leatcrna de lo Solei^ ma già fe nù aihiìfu- 
ta^bona notte cor mio, e dir non potèJiggi,e 
qui Hnio. 

e:* Ah cara deh non partir, ferma, che nel tuo 
partire io mi fento partire Palma dal feno;hor 
con ragione la lege cum Pra:tor dilFe , fccmj^ 
^ na nullaw bahtt dtjcrettonemiQ c^ntò il Taffo: 
, femina è cofa ganula^e fallace; e tu Pacione.^ 
mio fedele Acate anche partigli ! Oh mifero 
Senofonte abbandonato dall'amico, fchernito 
dall' Amata , beffato dalla forte non vò più 
viuere> ah dolorofa partita. 
ag. Dolorofa partita 

Hor querta sì ch'è bella^ Intefi replicare le 
mie voci, nè qui d'intorno ofì'eruo alcuno ? di 
quaIch*antro forfè le mie parole ridille l'Eco/ 
lag^ Eco. 

\et. Ecopletofa deh piangi per pietade i-mici 
beflfati amori. 
ag. Mori. 

et» Oh che annuntlo cattiuo, il fuo fauellarc-^ 
col mio defio molto difcrepat 
7>^^ag. Crepa. 

lett> Ch*io crepa,hor sì,che m'offendi, ma ^uod 
, fenfu caret non commidti inturtamé M^ì dimmi 
fpirto vagante neiramor di Carina conuiea^ 
ch'io fperi* 

?ag. 



1;0. 

Affil- 
io» 
v'efoj 



^.0 



'0? 



20-» ATTO 

Fag, Peri. ^ l'/-^; 

Leif. Dunque non degglo fpqrar pietà da coleli 
che più d'ogn'akiwamai? 

Xf/. Dunque con si atroce fentenza dlfperl quc-p^-' 

fta afflitta mia vita. |j 
Pag. Dolojcofa partita^ I 
Let. Ohimè? ndeffo si che no mi fembra piii Eco 
ne qui fi vedciò fente pcrfona alcuna? che far^| 
m:ii^vhi maìus pencolum^ cautius efl agendum 
m'infegna il Codice de furtis ; mà forfè qual 
che pietofo Nume c difcefo dal Cielo moff( 
à pietà del mio languire, {s'ingmocchta*) Del 
chiunque tu fei ò generofa Ddità^che ti degn 
rifpódere alle mie voci habbi pietà deli^'amo 
mioj fe vuoi che Senofonte il faggio rimangh 
in vita. 

Tag. Dolorofa partita^mà non fi dà perfetto vn 

^> amorofo gaudio à lume fpento {jcuopre vna:, 
laniemayxìzzii Senofonte! puh che vergogna 

'Leit* Deh come maI*accoito fui 5 hor conofc< 
quanto diffe bene il Petrarca , Amanuum c^c> 
ijfe iuditia y e cantò Ouidio [cntit Amam fua- 

;>) iamna fereytamen h^erer tn illisy e foggiunge^- 
il Ficiao Amante s Amoris nebulis obccecaUy/ai 

5, Ja fru ver'ts accipiunt, 

fag. Oh come Thè fchernlto, 

Let^ Oh come infegna bene il Codice de dòl* 

^y lata culpa fam'tltares inimici junt pefltftriyonA | 

5, foggiiioge Boetio nulla pejìts efficacior e fi a. 

sytioccndumy qu.im fa r; aliar is inimuus, H^r tare 
conofco^che le donne li deuono riucrlre, idc 
latrare^non obedire,^^ efperimento col Taffc 
à giorno reo notte più rea fuccede • 

F^g* Lafcia d'amare ò vecchio, penfa alla morte ) m 
che fei grauid® d*annbe Icggier di fenno. > su 

Ut. 



% 

Bili 

4d 
cu. 
te 
hai 
ti. 
che 
che 

lo? 

naiii 

h 

eh! 
lor 



TERZO. 201 
et. La morte mi farebbe cara più della vita- 
ag^ Dolorofa partita. 

Auuampo di vergogna t 
^i^. Scoppio della rifa, 
.f/. Moro di roilbre. 

'az. yy In vn vechio Tamare è grau'errore. 
S C E N A VI. 

Fedele foto nella prigione* 
hEtepur faticò ilelle / hauete fuentiire pui la- 
J grimeuoli di qiiefte di Damira>Achc più far- 
mi viuere ò forte berfagiio delle fciagure > Se 
la mia nafcita al Mondo douea prouocare Pira 
del Cielcben poceamifi appreilare neiriièefTa 
cullali fepolcro/in quelle fafcie farebbero ila- 
te più tolerabili le piaghe; in queirinnocen;:a 
haurei menofpeiimétato i colpi della crude!- 
tà : Non ancor vanto vna ruga nella fronte^ , 
che vecchia negli accidenti conto più dolori. , 
che giorni r> E che s'hà da fare di quefta vitau* 
infelice,rimafta a! Modo per vn miracolo del- 
l'infelicità :,e per vn prodigio errante del duo-^ 
lo } A che dunque Fortuna crudele mi diitor- 
nafti il modo d*vccidermi con le proprie ma* 
niiCh'hora più non farei fcopo delle fucoturc 1 
Màche? mancheranno altre gui(e di morti à 
chi brama morire ? E giàche non è baii^ante à 
tormi di vita il dolore, chi farà che mi vieti il 
precipitlo di quelle mura ? mà ijual niaggior 
caduta io cerco d i queftajfe dalla gratia di La* 
dislao precipitai ? forfè non potrò (Iringermi 
la gola con vn qualche laccio • Màqualpiù 
duro nodo io chieggo di quello>onde il crudo 
Amore mi tiene annodata l'alma^Si si morirò, 
e con intrepido coraggio incontrerò in ogni 
modo la Morte . Bel contratto con vnabreue 
molte comprarli va'eternà fama di generofa / 

bel 



HI tei 
itili 

]M 
i Aerili 
iranioi 
Idia;! 

mn 

rjojuji 
mk 
lì m 

V. lui. 



TtjOflI 



:o1T4 



p 



Itot ATTO 
bel fcambio accrefcere all'immortalità ciò,ch 
fi toglie alla vira I Oh come è bello il moiir 
dì chi non delie morire. La morte non può fa 
33 peggio,che torre'la vita; il Coraggiofo non- 
1^ può far megliojche difpreggiarla.Dnro non- 
pare il fepolcro ad vn cFé morto alla gioÌ2 
j> Sii SII dunque à morire; non dà morte il moL' 
93 à chi ben more^ t^^^ 
3i li morir per Amor non è dolore» 
SCENA VII. 
ConfiglierOi Paggio con vn nappoy e detto* 
Rcncipe Fedele II non compiangere le voftr-,, 
fciagure ^ farebbe vn rendermi indegno de jj -^; 
carattere di voftro feruo , pefami efler'inuo , fiai 
lontario Araldo della vortra morte* Il Rè iiu.,, fci 
queft' acqua vuol che naufraghi la voftra vita.] mi 
'^Fed. Oh me felice i 

Con^ ,> Vn Prencipe coragglofo qual voi fete^ 
^> deue preluder con intrepidezza la morte j pc 
>3non vrtarein vna viltà tanto nemica d*vn'ani, 
^ j mo gloriolo ; regolateui con la fofteienza— » 
5> Chi moftra coraggio negli auuenimeti s'obli 
P3 ga la fama^e s^accerta di trionfare nel concett 
?j del mondo; la prudenza nell'anuerfità è vna- 
j>calamita,che s'attrahe i pefi dell'animo. ^ , 
Fed. Caro zmicoQ* abbraccia) lieto mi ci ftring 
nel petto;nó vi dolete meco nel presétarm't 
55 mortejda me cotanto defiata; Vna bocca auti<|^v. 
P3 lenatanqndiiHngue nelfuo gnfto gliaffencij 
La morté ad vn'infclice fcrue di feudo contr 
9x1 colpi della Fortuna. Per morire hor fìauoir 
indiando impugnali di Cefare , ò il dolce ve| 
tio di Socrate ; ne mi haurebbe atterrito li 
lunga vegli^di Regulo nclli rafoijò'l breuc „ i 
fonno di Senè^a nelle Terme. ^ > f2( 

pon. Confolaceifr^^jencipe non folH folo j^^^ 

Mondo 



mi 
no; 
) il 1 

"jief] 
ioiìi 

dtti 



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M 



TERZO. 
Mondo àprouar la cafcata dajlà grana de^ 
Oliti Redigi' Sciano tanto caro à Tiberio per or- 
'^ò&l dine^del medelìmo fi morto . Burro Amico 
di Nerone fu da quetti auuelenaco . Primo 
"OilJ Antonio , che follevòairimpero Vcfpciiano 
dal medefimo fù fatto morire . Parnicnion^ 
fi^ijovito d*Alefandro , da quefti fiì iiccifo. 
'ed. Eh non curoSigifmonaoqaeiVefcmpìj per 
confolarmi ; Adun difpeiato core mollnUi 
ie voragginfdel Mar tempeftofo , iinaufrag- 
glo (lima nocchiero; prefentalo à fameiici 
dq^t; delle fiere 5 anriporrà quelle tombc-> 
animate à Maufolei i gittalo nell'ingorde^ 
fiamme delle Babiloniche fornaci ', che n'v- 
fcirà Fenice immortale airintrcpidezza. Dam- 
mi il veleno. 

ag. , Oh frenetiche follie d'humor mal fano^fti- 
ma à bene il morire per coglierfi u'aftanni 3 c 
non si il mefchino , ch'il male è mai ^ ma— • 
il mal di morte è peggio. 
5//. Fedele mi fento intenerire ; consolatevi al- 
meno^ che federa gioriofa la fama del voftro 
nome 3 c dei vottro coraggio GÌ* Eroi più 
vengono celebrati nella lor morte^ Ne vi cre- 
dete > che l'altrui calunnie , fe han fapnto to- 
gliervi la vita y poffono ofcurarvi T honor^« 
Oggi non fi detraggono che l'ingegni glorio- 
It ; alPaura del mento fremono le calunnie ; 
Il Sole qu2mx> più rikice> meno il preggia— 1 
coati da gli occhi. 

^iioij^i^. Amico Sigifmondo ,51 Cielo vede il niia 
cuore 3 non mi curo del giuditio falfo dei 
Mondo >*purche immaculata fia l'anima di Fe- 
biein|» del e . Non pauenra \ livori de maieuoli y chi 
facrifica alla pimcualità di Caualiero . Che-^ 
fi batti sù rincude delia malii^nua i'innocen- 



-lito 



K 



za. 



104 A T T O 

>, z;i > che come Toro nel fuoco, cosi s' ZiRn:L^ 
3, nelle cainnnie la fede . Mà su via datemi il 
tofiico ì non riaifa beiiandc d'aflcntio un fa- 
melico della morte > da gran tcnìpo auezzo à 
beiier fie!e>ed à paleggiar tra Tamarezzc. Vu* 
aniino> che bolle alle Iciagure , c ch*è Inca- 
lorito ^Ile dlfgraticnon riguarda a* cibi ficd- 
di.Dammi tjuerto veleno. {lo f rendi.) 
Pag. Hor'io più qui non bifogno > vò partirmi, 
3j che non hò cuore di Macigno in petto.Chili 
fcnna à mirar di morte il duro pai^o 
Alma d^Ruomo non hà, ma cor cii fatfo. 
/'^^Z. Ah ch'il non poter mirare pria di morire 11 
mio caro homicida nVè piàdu-oalfai Jell'i- 
iì ih ioorte; E m adorato Ladislao zi dilpiacer 
de* miei lumi fà> ch'in difparirà godan del 
parile tue orecchie alla novella di quello 
bìlndcfi, che conucro alla tuafa iite, 
j> Baifarao a un uifpcraro è la Cicute. 
6 C H N A Val. 
Infamay e detti* 

FErmatl Prencipe, che fai? chi è dcgno,che fc 
4IÌ liquefaccinoper bevàda le Perle di Clco- 
pacra ii tracanna il fucco delie Cicutcfuol per- 
metterà (:nche viucArmìdea-Oi toglie ti veleno. 
feJ. Gentili/noì'Infanta , degna à cui fervino 
Reggio lafciate vi priego rche Fedele neiry- 
bedireal fuo Rè moilri la fua fedeltà im'ail 
vhimo refpiro di fua vita ; I Mitndati , e gl 
Anibali in una cazza di veleno fecero brillar 
la nobiltà del lor'animo incapace di yèdcrli 
' nel dominio delle miferie . Hor farà dunque 
infe lore della loro intrepidezza fedelc,e fola 
farà loro maggiore neirinfciicità ? ^ 
Jnf. Coraggiofo Prencipe niuno è più degno 
„ di vivere di chi intreptdamence fprezza la-^ 

vita, 



:ifO' 

eiv'iil 

bil 
Jlll 



TERZO. 20? 
,j vitaj e nìuno è più iiuiegno della vita y cho 
,j chi cerne vilmente la morte . Viuece voi duri- 

3UC % e con la voitra vira viva quella d*Armi- 
ea^che dalia vottra dipende • £ di acqua di 
Cocico vattene calpeftrata iielfuoloj idegua 
di più dimorar tra quelle maui, fol degne di 
legger io scettro ùcU' Vniverfo- { t^uaail vc^ 
ient\ ) 

ftd. j, Ahjbcn può nulla chi morir non puote-^> 
mia cara Armidea i che opratte 1 noti vogìioj 
cì^e contro voi v* addofiate l'ira del Kc > la- 
fciace vi fuppHco, ch'io temiini una vica per- 
fesuitatadaiia forte> iole à me non odiof wi 
quanto, che da voi lliinata ; Deh damiui 13l-j 
morte mia> cara mia vita. 
fed. Che ombre affediano ii tuo lume è Prencl- 
pe ? Sidifp<;rano jji'^ìnimi oidinariì , non chi 
refpira à ti: ci delia iìodiUÌi e della prudenza. 
11 fetroi & il veleno non airaor^no > che nc^ 
deliri^ dell'ignobiltà, e della plebv ; difdica* 
no à Prcncipi fentiroenti vulvari ; SoP il Co- 
torno slngrafla alle Cicute, i liniltri acci- 
denti acquiitano maggior qualità dall' ap- 
prentione>chc dalla fortuna» fa a'vuopo ò Fe- 
dele ufcir di priggione> e porvi m falvo nel 
veltro Regno. Colui^ch'ha detratto la glo- 
ria del volèro nome> rimarrà traacco un di dal 
voliro valore ; conte ffcià nel vedervi con lo-j 
mano la Tpada^ch^ii vottro coraggio non è ita- 
to miuilito dalia iet ic deirambitione» 
Con- (Sentimenti d'vn'invitt'Ama^zone jHOo^ 

che d'una genitil donzella- ) 
Jnf. Chi è vna vile cfalatione i & ofa metter 
bocca alia chiarezza del Sole non (i confuraj 
^, che col lume d' un brando . L'altrui invidia 
non potèrcggcrfia* ragi^i del voltro merito, 

z fi 



tr^ó ATTO 
fi fti come rOrfo^che s'accieca ?n veder i cor- 
pi liiminofi ; va dunque ad innichilirio da gè* 
nerofo ^ Qnelto fol ri guardo ti dotirebbeiar* 
abbracciar quella liberta , che Pismor d' Ar- 
lììidea ti pre ftn ta ' lo mi prenderò la cura di 
placare Pira del Rè, e quando tutto mancaire9 
purché Tiluo rirorni al tuo Regno vadane fof- 
fopra il Mondo^fj cimenti ad ogni peuglio/ir- 
midea;vo^i20 foprauiuere tua fpofajò per li—i 
tua vita morire 

^^d- Adorata mia Signora:,anzi mia Dea^mentre 
vi dimoftrate à guifade'NumÌ3che ilimano vi- 
le la ior Deità, all'hor che non Tefercitano à 
benefici] lì dominio del mio arbitrio iti nel- 
rimpero de'voi1;ri cenni; per vbedirui mi pre- 
do quella liberta , che dalla voftra generoiità 
mi 11 offre;e per rlfarcirc Paffronti della mia-^ 
vilipefa riputatione^già mi vefto de'fuoi giufti 
fentimcnti , fperando fra poco far fcorger'al 
mondo m rtihcati gl'inganni deirimpoftori , 
al Rè ia fedeltà di Fedefe^óc ad Armidea, che 
non era capace di fellonie:, chi hauea ottenuta 
l'honore d'effer dichiarato fuo fpofo* 

Caro mio Fedele > hor si mi confolace • Su 
dunque cingetc^ui quella gonna, che mi dislac- 
cio . Quindi con ia mia mantcglina copriteui 
bene il volto; al barlume di quella la^fterna , 
ed à miei ben conofciuti habiti vi fi farà 
libera la ftrada dalie Regie guardie; Voi con^ 
quelle fintioni vincete la forte nemica^ vendi- 
catte i voilri affròcijC per il voftro Regno par- 
titecele del refto haueranne il Cielo la cun» 

JF^d* Ch'io mi partale voi lafci in mia vece prig- 
gioniera innocente fcopo dcirira d'vn Rè fde- 
gnato^com'è portìbile Armidea.'' Ah nò più to- 
lto dammi la morte mia wra vita» 

Jnf. 



TERZO. jj-^t; 

Inf. Fedele non più mi contradlteacfeguifcah il 
mio volere^non riciifate per trionfo del vollro 
merito le fpoglie d*viu Prencipcfia j che vi 
adorujsù vbedice. 

ì^ei% Già che cosi volete ^ eccoriM obedìente al 
fuo comandojmi rifoluo partire con la certcz- 
tezza di prefto liberami d'ogni periglio- 

Inf. E voi fido Sigifmondo^coi^ie si fofpefo? te-» 
mete forfè l'ira del Re ? niuno è tenuto à dar 

,3 conto delPaltrui errori * Oltreché il peccar 
con potenti fi gode vn grand'indulto ncica- 

» ftigojla colpa è ficura fotto Inombra de'Gradi* 

Con. Ammiro l'animo generofo di V.A.> e fe-> 
quello voftro ferno può in qualche parte ia- 
correre ne i rifentimenti del Kèj»eccolo non^ 
men pronto , che rifoiuto à confacrar il rima- 
nentedegl*anni fuoi à fodisfatciondi V.A. 

Inf^ Gradiìeo l'offerta fpiritola drila vollra fe- 
daItà,noa voglio impegni di vica^mà foi raf-j 
lìueriza del voìlro ingegno. 

Hccomi già accomodato per vbedirui* 

//{^^ Partite dunque per confoiarmi* 
ìr'ei* Vado^mà non vi fcorda:e;che per voi viuc 
Fedele. 

Inf, Kimango^mà rIcordateui> che per voi fpira 
Armidea . 

Fed. Parto^mà partendo Co voi ne refla il cuore. 
/^/. Relto>mà celiando pur t'accompagna qudl* 
alma • 

Fcà. Non vi dimenticate del mio cuore > che vi 

lafcio nel petto. 
/«/•Habbiate pefiero del mIo>ch'an voi fol viue* 
F<:à. Addio belliffima infancct. 
Inf* Addio g;entiiiffimo Prencipe . 
Fi^d. Che itiadagemma portentofa/ 
Che fortunato accidente ! 



^-o^ ATTO 

ff.i. Che bel fingere per vincerei 

Jrif, Che bel vincere col fingere! 

ConvChemv camorfoii ftiipenda/ hot sì che con- 

2i uien à\rc:Cin che la vita fpira nia morir pauctJ^ 

f3 SI cambia ia fortuna fra momenti. 
S C E N A IX. 
Htl^ LetteratOyNapoUtanoye Paggi9* 
F^j,^ TT Jr vialafciamoda parte il pafTato^ c> 
Xx lìamo amici^à voi Signor Napolitano 

coincio la dobla» 
J^^ap. > fta mancra tornarrimme cammaratc. 
ì^a^i» E voi Signor Senofonte mi condonare:^ 

Io fchcrzo dell' Eco;fe non vùffiino qualche-* 

paiTatempa fra noi aoiic! i tóe fareflimo con^ 
. nemici 

L^tt* Su via reudjLKt vetsray^ noua fini otnniu^^ 
ji tuttoché miaiiertlfce il Mimo,m/«r/i»>& qmfi^ 
>j vQHlac , inuitat nQU4»i ; uè vorrei^ che' da te fi 
' abufa£Iel-aui:ertici tìtodi TacttOj/'«'rn»/«i«^ 
€x K^tferìcQrdia . Mà fappi che tutte le piante» 
che preiio fiorifcono^pr^ito muoionoje tutti i 
ficiulli di primatut© ceruello fon poco vitaii. 
2^ap. E s'è cheSb io camparraggio cchiù de la^ 
Sebilla ca fongo gruofìb de gnicgaoj c Vofcia 
fpero camparraie poco^peccnè faic-troppo • 
len. Dalla natura deirAmendola , che prefto 
Corifee, e torio muore fi caaa Tlaiprcfa dVa^ 
ingegno veloce icherjonfuo! crefcercaiìa-^ 
maturftà/piega nelle fue Imprefc il Capaccio. 
Serpino il ieralnar troppo prefto inganna-^i 
fouente • ^ ^ * 

^^S*ii Mà il femlnar troppo tardi inganna fcm* 
>i prc; doue imberbe cactiue crefcon'alte^è buon 
terreno per feminarui le buone 3 così i gioua- 
y> niiCh'han grand'ingegno alla maliria> fon'an-» 
?y che capaci di gran virtù :> e più facilmente fi 

emen^ 



TERZO. 109 

„ emendano da i v'itij i gloiian'bche ì vecchi- 
Nap. yy Tant't, la vacca male fe coce s'è ntoita- 
„ ta, nè s'addomma canallo,ch*c nuecchiaco. 
■^ctt. Ariilorile nSnfegna doiierfi maggior kde 
, al detto d'vii vecchio fenza^il fondamcino 
L della raeione , ch*alla ragione d'va giouan^ 
, fcnza iffondamento dclPc'pcrienza: in cantue 
,^fapien:t.^ fnaiuriias co^^deranda e/l . Serpmo 
y chi coglie acerbo il Tcnno ha fcmpre maturo il 
,3 frutto deirignoranza. . ^ . . 

P^^-Hor via facciamo efperknza > chi ha di noi 
più fenncmi dà cuore da far pargoleggiar tra 
rignoranzala voftracanitte. . . 

lett^ )y Aquila non captar mujcasytff de mititmìs 
(:urat i^rjftor, mà ti rifpoado, riuaUm ^oJfmu> 
nsn ego ferre louem ? 
ì^ap. Horasùà le mmnno mmardette à fts dis- 
fida nge voglio trafire pc f ierzo comm'à ivo- 
tomonce,ca7ongo vci tolufo la parte mia- 
P^^. Facciamo vn virtuofo gioco > ciafchedim di 
noi dichi vna fcntcnza^ chi fallifce habbia la-j 
Ina penitenza , ed acciò fi veglia chi più nc^ 
dicC'Ciaicun depofiti yn fuo pegnoj ed al para- 
fane conofceraifichi ha più talento. 
ten^ yy CriCcis.U BarbansyjapunùbuSyCt injifien- 
uhus debstcrer fumuSé Eccomi ai cimsntOiChc/ 
Senofonte mai recusò pugna literariaj mi au- 
ulfaScncca ntarcetjin^ aciuerfario f/trtujye ftv^ 
che d dignioribui ejl irKÌw/indum, olTcrua Ho- 
^ (luuti de iure naturali ^ Io darò principio al 
35 «ciucco con Cornelio Tacito> mi aip^cUms^qu^* 
„ %eni tmperétre;Ondt Seneca foggiunge^w^-f ab^ 
nuendumfidat Imperium Deus^nec appetendu. 
Per pegno ecco quello occhialetto, che vince 
diprcggio il Cannocchiale diGallileo^ col 
quale difcoprìle macckie al Sole, e le valiti 



-IO ATT O; 

!JS:ap* Sé fare faiizo {atino>ncafcIentia toiay hora 
de me ftordite: no cantaro de collera nan pa- 
ga maie n'onza de no debeto> core conteiifo^e 
le bertole ncaoiIo*HccQ <b fpata>ch0 cchlu me i 
pefa. 

Vag. 5, Moho benci^e vi fbggmiigo,chi ae*:raua| 
3, gli mai uon fi contriiU, lode di gcnerofo fcnif 
3, pre acquUU'Ecco ilmlo coilaro. ^ ^ J 
l^"./. Horquerta vaLpiu dei Tempio di Diana ^^ 
ne la direbbe Cieobolcr? arduu?n, quam 

f ubidii um fornmjf regei^idi canéia onus y parlo 
eoa Tacito. Ecco vu coticsuo criftallo,ehe fu- 
pera di valore quel d'//rchimede ch'in Siraca- 
fa incendiò Faim:.ra nemica, ò quello di Pio- 
de 5 che la Coitaiuiaopoli brugiò TArmaca^ 
di Vi taliano. 
Nap. Chcira proprio è de mefefca, Ammore de^- 
Patrone^e bino de iiafco,la fera è buonore 1^ ' 
macina è -c^uailo. ceco lìo cappotto* 
fa^. „ Hor tocca à me ; chi ita foggetco airaf- 
tru! kgnoria>fe noa vuoi vbsdir vadi pur via» 
Ecco il cìiuoriao» 
Let* a queilasì che cedon® le mura dì Babllo- 
nia>ne laiaprebbe i^itcaco./» utraqus fortuna 
3, t^jùu fot mtmoT ^//i>jsdico col Fontano. 
£oa Tacito j Cmch% morìaLid}?/ incerta quanto 
pujs àdtpiUi foret laniG m .^gis in Lubrico di^ 
cUns .::co qu^■àt^: carcc G^^ografiche^da ^ 
m^^^H:^ riconoiciure^ch-i dà Sciabone>e xiaTo- 

Nap^ lai, nxac de criiono ^ mà cheflaè de^ 
fpautoo f; ^ -ofeiChe la ca/a ilrudczep- ' 
poicpanc Cu> . / a^accarune^e perzò ammico 

5, mio cortcle co v a'haie la ntrata, fatte le fpe- 
fe ; ecco ila c^rta geografifew de lo iuoco do 

iroca. 

Pag. 



T E R Z 0.\ 2X1 

Pag. iy Oh bene . Chi palefa i fuoi feCreci à chi 
„ noi sà, eiioggett'akrui fi H. Ecco qiieftafor: 

bicetu . ' 
Lett. Qiiefta sì ch'ofciira il pregglo alle Plrami-* 
de d'jigitco, nè la direbbe Periandro : Oponeg 
-, frincti^em etìam morihus itnperium docerey par- 
' lo con Picagora>e foggiun^o con Tacito> 

vtfo [etnei l'rincipe^eu Bw^ feà malé fatapre^ 
munt . Ecco la GkiCQla più gloriofa della Zq- 
na del Cielo. 
JS'ap. Cheffa proprio è de fetiiglia , quannolo 
poueronimo s'arrepezza tutto de nuouo fe ere- 
'de veilire. Chi fparagna guadagna quot quot 
autem repezzate Irace^ comme piioie* Ecco fio 
mazzo de Carte»^ 
F^g* >j> Non fi può dir meglio . Chi vendicar 
■^ljb> '> fi vuol di fua ingiuriai appetti il tempo^ e non 
,1 corra in furia.Ecco queft'Oriuuolo. 
Let. Quella pafla di gran lunga la merauiglla del 
Maululeo d'Artemifiajnè fi fapreb1)e da Solo- 
ne y ftfmfer magn£ fortuna comes e/l adularlo y 
dico con Patercolo 3 e con Seneca > quiparcè^ 
adulatur prò maligno yi'r.Depofito quello coni- 
paffo da Senofonte meglio d'Euclide maneg- 
giato • 

'2)1 ap. Cheffa proprio è fentenzia de Dottoreschi 
, n'ha denareè nopaputo^e n'afenoje d'ognc-> 
tiempo le vene lo fpafemo.Ecco fio cuollaro. 
P^g* Egreggiamente. Tempra la lingua^quan- 
do fei turbato^acciò non ti conduchi in malc-^ 
ftato.Ecco il fazzoletto. 
Z €tt. Quella si > che vince di pregglo il Colono 
di Rodi^ e non la faprebbe Biante ^ necejjitaiis 
3^ l egìbus non Dy - non homines poffunt rduéìarty 
parlo con Platone ^ e foggiungo con Liuio j 
ì^and^mceflii^f Ì7pp€ratyvnuj<iutjque obedtrt^^ 



':iin4 
10 e-; 

mmico 



.211 A T T O ^ j 

ienetKT.'EccQ depofito qiiefto Trino da me me* I 
glio maneggiaco^che da Euripide. ^ i 

iV^p. Chi ce vole male le ìk riderete chi te vole 1 j. 
bene te fa chìagnere«Eccotè ;o cappiello. j 

l^^g* » Vlua.Ti donale toglie ogu'altro ben for- 

» tiinajfoi'in virtù non hà polfaaza alcuna.Ecco 

3i vna fabacchierar 

Let^ Sentite quella che fupera di ftaporc la gran 

Torre de! Faro>iiè la capirebbe Tsilcte > mulii 
ti ad cu^m;jnfctenti<epcrueniffenty nifi iam fe fer^ 

uen.jj<; extfiimajfent , pario con Senecaj» e fog- 
,> giungo con BafiliojW^'wa foluf Jathfafit.Ecco 

l'occhiali m^lla vifta migliori delMicofcropIo* 
Nap. Chefs'èfmargiaffa, cheirè bella, ch'i lo 

core piace , ma la femmena YoKeffere comm'à 

lo prefutto ne magro aftatto,nc fia graffo ntut- 

co. Ngc metto Ilo ftrummolo» 
f^S* Al priuilegio della Nobiltade séprc i co* 
» lèumi rei fan caffature. Eccoui vn ilucchittto. 
Lct. Hor quella sì vai più di tutte fette le mera- 
>i uigliedcl mondoiConfiliacallidayfS' audacia^ 
Pi prima fronte IdCta^tra^atu dura, eiT eueniu iri- 
ii ftay fon parole di Tertulliano'. Eccoui quello 

Tolifcopio affai meglio vfato da me, che da-s 

TolonieOiò Zoroafto» 
^'ap* Cheffa cierto non è maIa:,chello che cchlft 

fenegaallumma l'appetito > comme fuoco à U 

paglia,hommo gelufo, è niiezo ncornuaglia-j. 

Ngc metto fta zagarella de na cerca Sdanima . 
tag. Saggio è chi poco parla, e molto cacO; 
« onde fi diffe odi, vedi,e taci, fe vuoi viuere ìù 

pace. VI depofito qucfto calamaio- 
Leu. Quella vince di merauiglia il fimulacro di 

Gioue Olimpico, nè la faprebbe Chilone; I>a 

Umpusy da fpaùum ùbiy cum ratio nequity f^epe 
p, fanawt wr^^parlo con Seneca* Eccoui quello 
. . ' mio 



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» /ri- 
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Àu 



TERZO. 

mio maiiofcricto aftratto di tutte le fcieiue-^ ^ 
mcglior dell'iliade d'Omero entro la noce • 
Nap^ Seppe mò llrafccolacc>fclicc chi ha bona--» 
la mogliere ,màcchiù felice chi nò i'tiapp^ 
maie » ca la mo^licre è fimmele à la manna y ò 
fana lo nulato>ò nnc lo manna.Me caccio Ita-* 
cafacca^airvtemp me sbraco» 
Pa^. In conformità della voftra dirò la mia j c 
meglio hauerc in su la tella va magliojche lUr 
vicino alia fua moglie vn miglio i vi depofit(i 
quello temperino* 
Zen. Hot quefta vien*ignorata da tutti iSette-^ 
9i Sani j delia Grecia , lacbrymx Amatorts funt 
duUioresgaudiji tsatrorum ; vi depofito final- 
mente quella veneranda Toga. 
A^*«p- Hora cheffa sì qh^è efl'a, ia femmena è na-i 
carne>che te vene nzauuorio,e fe defprezzat fc 
lafauza non hà de la bellezza; me fcauzo na^ 
fcarpa,à lo rreto mme cacciarra^ggio la càmifa. 
Pag* { Hor con dertrezza mi toglierò la robba d* 
>f entrambi^ e conchiudoj che poco fà chi à fc^ 
non gioua ) Hor fentite queita fentenza^e non 
ve la dimenticatejda traditor^mentre die puoi 
ti guardai (y? prenda la robba,e va via,^ 
Leu Quctta sicché tutti Teruditi del mondo non 
» la faprcbbero ^ ^uem femei horrendis maculfs 
9} infamia nigrat y aa bene tergendum multa labfi^ 
2i rat aquaymà non hò,che più depofitarcj quan- 
do la finirciiìo;J/c dasur proceffui ad mjimtumf 
Serpillo ouefei?^ 
l^ap. Ah marranchino caparrone.Ohnegrecato 
Pacione • Oh Serpillo ramardittoj comme nge 
' la ficcaic^ à rhuocchic de li corriue. 
Lea* Ah come anderò da forfcnnato > fenza 

venerande fpoglie ? fui troppo fcmplice alle-^. 
u fttc fiodia li Codice de legatis dic^ J^aus ^ih* 
1^ 6 ^^^H 



214 ATTO I 

citjus fìwpli^'itM aìterius nocete non dehet. Ah U% 
furbo Lauernione>non ti fcamperà dall'ira mia 
riiìelTa Dea Laiiema. Oh Senofonte fatto \\u \ph 
dibrio di due faaciiiihV'vno Argo fcnz'occhi, b^. 
ralti'O Briareo di raani. 
iA7^/v. Và Serpillo^che Thaie fatta netta de cola- 
ta»e te la fpannifte à lo Sole Gcà nterra pe t€-> ' 
nne fare iia bona àrrauegliata^ciancolo^e corn- 
ine fiiie letìo de menare Tancino^ e quot peius 
farraggio ftemmato zuoppoco nafcarpa si^^ . 
n'ajtita nòjmà non te le farraggio à la lodeca-j , 
sfragDere> 

Bell'arce è rarrobbà^md te fa chiagnefe. , ^ 
SCENA X. \it 
Rèi ed Jmiafaatore. 
B^^. k Nclante il mio cuore attcde Thora della 

Xjl battaglia. 
Amh. Anziofa que(Valma afpetta il tempo della 

disfida. , , n ti f 

JR^# Ancor in Cielo fcintiliano le ftelle i jt. 
Amb. Ancor in Cielo non rifplende l'Aurora ! jd. 
Rè* Saranno Comete infaufte per il mio nemica* j 
Amb. Comparirà foriera del di delle mie vitto- j»^. 

Kè. He precorfo Impatiente la camera del bole» 
Amb* Ho preuenlto Iptolerancé la comparfa^ Sfc, 
dell'Alba. 

Kè. 11 ripofare foprVn'imprcfa, ch'apportai 
gloria. 

Awb. 5, Il dormire fopra vn'attione^che diipen- 
fa fortuna. 

K^. yy E per chi non è auue2zo dormir ne' Padi^ 

elioni. t - if 

Jmb. 5, E per chi non sa aprir gH occhi allc^ 

Kè.iiSmtmimti de magnanimi fono k Tezonj. 

- ' Amb» 



Am. 

u 



Amo 

h. 
in, 

<«5 



4mb 



T B R Z ©• 

Acarfemie deTrendpi fon'I diielli. 



Kè* Amor qui mi conduce alle glorie. 
Amb. Amor quimi guida à i trknfi. 
fR<?. Sù mieifpiriti generofì ? 
dmbé Sù Intrepido mio core ? 
Kè* A fulmiàiare v'inuito quel gigante^ che pré^-i 
tende vfurparft la Deicà^ch^idoia^ro» 

^ diiTjpare t'accingi quel moftro>che pre-^ 
fumé li porieflb della beltà che tu adori. 
3y Chi cóbatte fotto raufplcij d'vnaVenere* 
dmb, Chi pugna fotto ipatrocinijd'vna Dea. 
"Rè. yy Deu'hauer Martefauoreuole» 
^fn.yy No può>che affidarli vn Gioue alle palmct 
^c* Mei ecco la cagione del mio furore» 
dmb» Mà ecco Togetto dell'ira mia ♦ 
^è. Cordìmarte ? 
dmb. Ladislao > 
<B^Re. Con impatlenza di defiderio v^afpettoi 
Amb^Coo intoleranza d'animo v'attendo. 
R<?. Per punire col ferro il voftro ardire • ^ 
4r»b. Per folknere col brando le mie ragioni» 
'R^. Mà parli la fpada • 
dmh* Fauellino Topre. 
Ke» Che di nobiJ Campione» 
4mb. Che dì genero fo guerriero • 

J3 Solo lingua la fpada effer gli lìce» 
émb. Solo bocca la deftra eflcr conuiene. 
R<?. Ecco denudo il ferro fi mifurK ^mifuf&m 
Amb.Ecco^ fguaino la fpada li compaffl.) i tradii 
Ecco il petto mi fcuopro^fi vegga* 
{fi slacciano fpefti») 
f Psiìi ijimb. Ecco il petto dislaccio^s'oìTerui • 
ìR^. Che più forte gìacco. 
illa 'vfwi. Che maglia più fida* 
^•lo non bramo» 
é^* Jonon curo? 



215 A T T t) 

^t. Ch'il mio valore • ^ 

Ch'il mio coi'zg,%io • 
Rt-'.Qneiii ferri. 

Quefti brandi . 
tlè. 1 Patrini fi faccino . 

Siano i fpettatori . . 
Ri* Solo Amor giudice Ha del valor noftro . 
^iw.Solo Cupido teftimonio fia di noftre pruoue- 
Re. II premio Amor conceda al vincitore . 
jimb. La mercede di chi vince Rofaura fia . 

Accetto le conditioni • 
jimb* Non le rifiuto» 

^ii". Io fon'alPordine. ) Sbattono ^ eftrUQUoU 
ylmb. Eccomi pronto. ) Ambajciaiore. 

Alzati codardo • 
Amh. Menti, cadon' anck' i Leoni . ^* 
R^^. 5, Io teco da Leon mi dimoftro > ch'alrhor e 
più manfoeto.quandoicorgerauuerfariopro- 

tirato • 

Amb. Se mi pioftrai mancommi il terreno > non 
già il vigore^> e qual noueir Anteo dalle ca^ 
dute più vigorofo l'iforgo • 
Rè. Al vedere • 
A^mq. Alla pruoua • * 
^3 In battaglia già mai la lingua gloua . 

S CENA XI. 
V isk*^ Letterato , e detti • /• 

OVortet teSus percute»*-i»ttt>bra,fS' gìnasfc" 
dérepugnhyfyvnguibuf.Damha condan- 
nata à morte , e Senofonte ancor yiue . Ciclo 
„ che metamorfofi/ Efclamerò con Tacito: £r*- 
„ ut momenti fumma verti pofunt; ne volo al Ke, 
tnà eccolo in martial conflitto. Ah Signore^ 
(5'm.'7»«t J'^aì ■> Ah Rè generofo condonami 
J-a.id eia, ad cfftr' infoiente mi fpingeffricn^ 
ium in mora» _ , . 



mi 



e Ci' 



T E R Z O- 

Rf. Che baldanza? ) fi fermano 

jr^b. Che ardire ? ) ^ . ^, c 

i./.Suflegate il furore , tal fecreto dirouui.ch 

v'i farò mutar decreto contro Fedele : nei di- 
U cedo deremdicata. ludex fotefi fuum erro^ 
l\ rem ccrrìgere, fi male futi tnterloquufus.VQdelQ 
innocente è condannato à morte, dicefi gh lia 
già ftato inniato il veleno . Hmc toium tnf^lijc 
'uulgatur fama perVrbem* 
Kt. Letterato aDpartateui fe d'Aio non volete^ 
renderai nella morte compagno del voltro be. 
dele,il cui nome muoia con la fua vita; voi be; 
nofonte à quefto punto dal mio Regno parti- 
te; e voi Prencipe attendete . 

battono 3 e dipoi fermano % ^ 
tet. Ah Sire, ah Monarca, io non partirò da vo. 
ftri piedi fe non m^vdite: En fuppiex verno mt^ 
jereri tuo rumi Con rifoluto fcopnre rinnocen- 
za di Fedele , ò di priegarui col Mantuano^: 
Figgtte me fi qua eft pietas ; e col Taffo: Vcadi 
ornai qiiefta noiofa vita ; non ti fdegnare , il 
Rè delle fiere perdona à chi fe gli proftra^ , 
Leonìs ex ferir clementia profiratts farcita fcnf- 
fe Plinio , e foggiunfe Ouidio - f^^^Pf^/ ^^'^ 
gnanimo fatts efi profirajje Leoni : il Rè.delrA- 
pi non perche è fenz^aculeo , è fenza maeftà • 
Appello dà quefta fentenza;!?^^^^'/^?*-*^^^^^^»^ 
ad C^fare Piic«/«»?;auuIfandoui con Teodofio: 
Sola Deot equat clementia nohst . 
Amb* Và via Letterato , che fe il fuoco del mio 
fdegnohà portato fin* hora riguardo allcneui 
del Yoftro crine , non Io ftuzricate , che 
prouarece Tardore • Sì battono di nmuo . 
tet. Ah Ladislao, il veleno non lo dafte al Prcn^V 
cipc Fedele, mà airinnoccure Damira fua Sò^ 



^iS ATTO 
Jlè. Che dite ! ) r- 

l,€t* Dico > ch*il* creduto Prencipe Fedele nòn è 
già huomo > mà donna> ed Infama di Succia, 
che iniiaghita di V.M- gittò la gonna , cam^ 
biò nomej e qui ne venne > fperando di vince- 
re in amore con la fintione del feflb ; acquiftò 
la voilr' amicieia 3 mà non fi fcopri voftr* ama- 
te ; Hor il zelo di fua vita fpinge Senofonte 
à pubiicaxla per Damira ^ impotente com«-^ 
donna ad efferiii riiiale neiramor di Rofaura > 
c com^amante incapace d'infidiarui la vita^ ; 
onde chiare fi'fcorgono Taltrui calunnie , A- 
morem Principu hahens' Juhieiìorum ìnjìdijs 
[ubtacebityóX^Q^ Boetio , e nefè aauifaci Do- 

j> mitiano: Prmcepf qui accujator&s non calìigat ^ 

^, irritai • 

JLÌ. Oh Dio>e fia vero iChVn'Amico conuinto 
Reo>horfi troni vna Amante innocente I che 
ftrauaganze d* Amore 'Olà Senofonte auuer- 
titcj che fe non è vero quello che dite fui vo- 
ftro capo cadrà ii fulmine dell'ira mia 

icr. Se la mìa lingua mentifce ^ ne paghi il mio 
capo la pena . Non douea V.M- condannar*» 
morte vn* Amico ancorché reo appariffe 9 nel 

^> Capìtolo: Ntjj de officysj ludex rauche amici- 
tiiS pQiefi remittere pcenam ^ mà Damira d'al- 
tra reità non è conuinta >che d*effcrfi pofta il 
«lomc di fuo fratello, e Taffoluc di ciò la leg- 
ge prima del Codice de mutuis, qutUbis ^ po* 
teji juum nomen MuM e; mà via al riparo di fua 
vita; faccia il Cielo à qtìeft'hora aon s'habtóa 
afl'orbito il veleno • . .1 r^- i 

Kè^Ahnò fiavero; primamifiilminial Cieto • 
Prencipe come generofo compatirete Talcrut 
pcdgli , com^Aroanw ai coadonarete > ic 



T E R Z O. _ 219 

foccorfo d'vna Dama per amor mio hinocea- 
temencecondaiinat'à morte, differlfco la pu- 
gna i che fpicciato da quefl'ìmmiiience aftarc 
laro à compilila con voi . 

Awh. Pelami Ladislao effer ftato fraftornato nel 
meglio deUa tenzone y ma fempr'è in tempo 
a terminarl^xhi profcflTa effer puntual Caua- 
liero il pericolo deirinfanta Damira non-* 
ammette dilatione, corrali à fouuenirla» 

Rè. Andiamo à faluarla > fpero ch'Amore noo^ 
permetterà ^ che pera la più des^^'Arnaaté^ # 
che s'habbia • 

L^tt Hor* il Rè fiio Padre mio Signore^ che fari' 
di me fe non faremo in tempo di foccorrerla ; 

33 mà neirinllicuci de locatione ; Conduóìor noft 

3, tenetut de caj'u fortuito . Ah forte crudele > alt 
mifera Damira ti dirò col Mantuano : Inf^ii^^ 
Di do nunc te fatahnpia tangunt* La natura ti 

^3 prematiirò il fenno: perche la forte 
Prematura col fenno anche la morte • 
SCENA XII. 
J^edele vefìitc d^armì ht anche con vijsera 
cdlata-, Arciduca • 

Fed. A Rcìduca fete Caualiero ? 

Are. ÌÌl Tale mi fc nafcer'^il Cielo, per Ca- 

\^ ualiero mi dichiaratìo l'opre > e porto la fpada 
al fianco per farmi conofcer tale . ^ 

'I^d* Douete dunque fapeve groblighi^^ ch'affi- 
ftono ad vn Caualiero di dar fodisfationecoa 
rarmi alla mano j^chi fe ne dichi^^'a oftefo. la 
fcbnofciuto Campione à prò di Fedele ne vé^ 

' go à pugnare con voi mantenitore delia fwa-4 
innocenza, e della vollra calunnia . 

l^rcE chìki tìhch'oiì temerario impugnar r«"r-' 

I ' mi in difefa de' rei contr*vn Prencipe mio pa -^ 

\ i> ri ?t3fpa4aincì«gnaiaeacfi porcai ehivcioa^ 



zzo ATTO 

35 tarìo Campione dell*inredelcà fi dichiara. 

^ed.Chìmi fiiu lo dirà la lingua di queil3 
* brando^ parlerà la mia delira > farà loquace il 
terroj che rcfo fulmine della giultltiai diuetrà 

3, illromenco di morte > vn contumace dell'ia- 

y, noccnza non può sfuggir' il caftigo del Cielo. 

wiruSe non palefi chi fei , non haurai Thonorc 
di meco duellare ; prima fi mifurano i Caua- 

3i lleri, di poi efcono à cimenti i duelli»ll vince- 
re con dilfuguale non s'intende prudenza, lì* 

3, legge di ihtutiltl far palTaggio de' vili • ^ 1 

Jpv^. Se difdegaidi meco venire all'armi forf^ | 
perche vulgate Campione mi credbti aiTicura 
effetti à fronte Prencipe ali* Arciduca non in- 
feriore. V L 

Are. Mirifoluo chiunque fei con quello brando 
mortificar' il tuo ardire, ed autenticar con la^ ^ 

3» tua morte la fellonia di Fedele • 11 voltar fac- 

^^ eh a' cimenti non fu mai attion di Canal iero» 

Fed. Alla pruoua, mà perche veggioti difarma- ^p^^ 
co il petto ; mi dislaccio la corazza, e la butto ^. 
al fuolo, non volendo aUro vantaggio, che la 
ragion , che m'aflille . ^ ^ 

'w<f<r. Se corrifponderà il tuo brando alla ragion $ 
che difendi, l'efperimcnterò altrotanto vuoto 
di forze, quanto fei tu feemo di fenno • 

ftd. La tua fpada ferirà al pari de dardi dell^ 
tue calunnie, che vfciti dalla fucina del nien- 
te, e lauorati à capriccio i il loro valore è di 
ferire il vento, e di non colpire à dirittura. 

'^r^;Saràquefto ferro iftromento deltuoeiler- 
minio y ficome di quello di Fedele fu cagioni 
la mia lingua • 

Vid. Le calunnie contro d'vn giudo fono appun- 
to come quelle bombe , che fofliano ì fanciul- 
li nelle cauncj che durane c§| fiatone crepano 



ir 

P« 

a 

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iti* 
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Lti: 

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m*i 
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Mi 

vuoti 

klb 

ufi 
aia» 



TERZO. t2i 

à momenti . Arciduca fogliono cfpcrime|itarii 
per teled'Aragno quelle trami i chc fifabri- 
can3 contro d'vn'innocente > e le ordire da te 
contro Fedele remeranno tronche al taglio di 
quefto brando • Sé partono . 

Are. Ti trouerai fchcrnito * 

fed» Ti trouerai ingannato • 

^rc. Da tue follie • 

Fed . Da tuoi tradimenti • ^ 

Are. Ne riporterai d'vn tarardirc la péna # 

Fed. Non sà temere chi della gi\iltitia è Cam** 

n pione : 

ij Regna folo timore in cuor fellone • 
SCENA XIII. 

Re, Anibafciatofey InfantayFrencipejJa, ConJigUe^ 

rC) Letterato , Catinai e detti • 
Ri. Là / ò là / pofate Tarmi 1 
4rc.\^ Benché ferito alla deitra faprò vendi- 



carmi • 

Fed. Trouerai non fcempagnato dal tuo fallo il 

caftigo. 
Gran bizzarria / 
Pre», Gran coraggio ! 
4mb. Gran valore / 
Conj. Son prodi ambidue i 
Car. Ciafcun mi fcmbra vn Marte 1 
Let:. Tutt*armi il mondo: A: nune e^rr ernia mat^ 

tir arma^vìrcf^ue cano. 
Rè. Così fi rifpetta la mia prefcnza ? cafllgherò 

tanc'ardire / 
Fed. Alla comparfa del mio JRè depongo la fpa- 

da a^ fuoi piedi ; quella ragione > checercaua 
» vendicar il mio ferro > fpero ottenere dalla^ 

fua giuftitia . 
Jrc . Maledetta fortuna, cjie fraftornaft i h mia^"^ 

vendetta « 



-11 A. T T O 

Arciduca farclacèui la deftra.'e voi iiteml chi 

" '^WtCi e ^pal cagione v'induffe si ardito ìn> 

'■^pugaKU- Tarmi contro va I^rcacipe Polacco ? 

'Fed. Chi.mifìa raffi^ui^alo à quefto volto Ladis- 
lao ( S^J^opre ) hor eh' egli hà lauato coru-> 
raltrui fangue le macchie iìnpoftegli di Tra- 
rore^ non deuc più tor celato Fedele^che noa 
hà fembiance d'impaUidire all'impofture « 

Lcit* Oh me felice^ ti veggio m vita> e nt>I cre- 
do 5 ^Hof con Ouidio efclamerò : Uc ttnkmz 

■■ ^hales cir'cum tua temporct lauri • 
Oh inafpettato contento I ' 

Fren* Oh improuiia gioia 1 

Car. Oh cafo ammirabile 1 

Amh,.0\\ impènfaco accidente I 

€(jni Oh fortunato euento / 

Are. Oh llupore 1 ah fuentura 1 oh come forto-* 
fi refe nei braccio di coltui la fellonia i. , 

Kè.Oh Dioche miro 1 ah fento manchimi l'al- 
ma /Ah troppo, poffente prono nei petto il 
tito improuifo dardo Amore! 

'Fed. Non ti ftupire ò Ladislao in vedermi q.uì 
fuor di priggion e ^ non men che in afcoltar<y* 
vn prodigiof ) accidente per Trofeo del n^io 
amorc^ e del tuo merito . Ecco ò Re di Polo- 
nia, che non folo mi togllo la vifiera>e midl- 
iGopro Fedele , ma mi fmafchero d'ogni fin- 
none , e mi dichiaro Damira Infanta di 
Suetia. 

ìY- Mifera, che afco!tai> e farà vero / 
fren. Oim^i chedifle ^ e fia poflibile 1 
'Jih^ Io confufo rimango 1 
Cam Io ftupido ne lefto I 
f^au Io pien di merauiglia / 
letu Ed io colm-o di gioia : Pofl nuhila Pl'cehus l 
^tdi Damira io fono^ ch^iauaghiu delle voftrc 

adora- 



T E R Z O. 225 

adorabili qiialkà, ali'horche nella Suetia da 
Caualiererraatedimorafte. mi {poglio ìa go- 
na> c vedendomi il nome del Prencipe Feae e 
mio fratello, cìngo la foada , ed in tempo di 
(guerra Vengo in Volo:ìia à tribiitariu la mia-» 
dcìlra auiìezza al me/liero deiraraVi . Voi la-^ 
gradite ; m^auanzo ia confidenza > voi me 
date ; crefce il mio affetto , mi Io dilTiuìolo ^ 
v'adoro , ma con filentio ; acquilo il voftro 
genio , mi ooa l'amore; diuengo voltra faiio- 
ridi:, mà non voftr'amata ; mi volette mezza- 
na dei voilr'amore con ia Prencipeffa ^ l'efa- 
niinorla trouo di me cimante* Amor mi fa Po- 
litica , li dono lamia corrifpondenza per to- 
glierla dal voilr'afFecto^tn'imponeièe portarmi 
in campo, io prima difcgno con la penna fcò- 
t primi i'elTer mio , giunge à tempo V.M. vi 
celo il vero col finto amor deirinfanta ; mi lì 
fcopreper Prencipe di Danimarca qaelto ma- 
fcherato Ambafciatore ; mi chiede akiro nell"^, 
amordi Rolaura, 10 lollrado di notte à finge- 
re la mia perfona per vincere il di lei cuore ; 
>oi rifokietecon la forza de gl'inganni im- 
poffeflarui delia Princìpelfci,io difperando vi- 
uer voftra , determino col mezzo del brando 
elTer di mortele nel mentre ftauo per vccider- 
mia voi d'auanci^ foprauiene l'Arciduca , mi 
crede votìro Sicario 3 m'impugna il ferro , mi 
querela à V.M.^yoi micondannafte alia mor- 
te, m'inuiafte il veleno. Io per obediriii rifoi*» 
ilo aflorbirlo ; fopragiunge quella generolali 
Infanta, me lo toglie , e mi dona quellaliber- 
tà , che rlceuci fol per rifarcirmi con l'Avci- 
duca la riputatione , per manife/iar al mondo 
la mia innocenza, e per difcoprlre a Ladislao 
l'amor mio.Hor fcdisfacto con l'altrtii fanguc 

il mio 



124. . ATTO 
iì mio Impegno, foprauicae V.M- vuol fjper 
chi ["oao . EccomPcianquc à voihi piedi Um- 
fcherara drogai fintionc, mi fcopro donna, mi 
ntrouateamantejni'eiperimentatefìedclej <f.A( 
mi ftupite innocente» ' 

/'>/. Che merauiglia / 

à^nn. Che portento ! 

Jwù. Che Itupore / 

^^rr. Che (Irauaganze / 

Con. Che metamorfori / 

far. Che accidente / 

i^ft* Che prodigio d'Amore ' ti dirò ciò che di^, 
Jvlaria Puzzolana riferifce nell'' antichità àhu^-" 
Pozzuolo ii Capaccio; Non telasj Jed tela, «o»ìicq^ 
ai^us JpicuLj, arcuai ^ [picuU 77ìsdtia- ^ K 

Uriche inaudita finezza d*Amatei co più ò brl-i ere 
ia Amuzone il volho fingere di già ri? hàjlir 
vinto ; fe f ìi cieco in non faper ccnofcere lo 
fjjicndor del vollro bello ^ dalla fincione sn- 
Ui'bbiaco . Eccoiii ò cava ii pentimento d'vn'i > 
^fiima i che non ha {aputo dlftinguere la^i or.. 
Jimpatla dairaniore ? fc non quando l'amore^; ni!.- 
hà diilrutto la fimpatia; aion Idegnate hor du-, 
qtie>che tra le neui della voftra mano fugelli lei; 
con vn* ardente bacìo l'impronto della mia-J' 
fchiauitù , e con il pes^nor di quefta Regia domini . 
Ifra vi dichiari Regina di Polonia non lolo l|k 
mà di Ladislao , dandoui ^^iieli'^alcra portioneiEic 
del cuore,che non pocca effer voiira totco no- mij 

medifedcle. . • i c • "i' 

f^d. Non poreuano mio Re termmare le hntio-i 
ni di Damiracon maggior vittoria , che con^ ;.U 
Pacquiito della voiìri gratia . L'honore che- 
diSnofa mi compartite , non richiede almi R: 
coni'enfo , cke quello de' miei accidenti . M : 

pei 



gir:: 



io:: 
m 



T E 1( Z O. . 

peri^nderml li M. V. z^.tno i^IIcc , voriei 
iae ^ratie, che faranno i d-ie poli , doue s'Ag- 
pirjrà li Gelo della voftra migoiticenza. 
^. Adonta Damira cocca à voi l'imperar:^ a«i 
Ladrsla© i'vjed're • 

Pnego V.M- conceder all'Arciduca noiL-# 
F-à mioV.ctnico 5 mà raio Signore la bsIlifì'rBj 
Infanta rnSpofa, ch'il fuo an-.ore le ùrf-^ 
q::alirà ce lo rendono merittuoie : £t altresì 
donar io Macrimotlo U genti^iSnia Prcnci- 
pcffa Roiàurà al Prencipc Cordirnarre 3 chc-> 
porca toh da Danimarca in Varfauia per ado- 
rarla guicaco dalL fir.tionc> c bsn degno delT. 
a:Guii:o dol fwo h^V.o . 
. Mia Rtglca, fc mi fupcrite dì menta notLJ 
:e:ca:e viacermi di jenerofità ; fe fepe^e in- 
rercedere per l'ArciaUca vortro auueriano > 
fapiò compiacere ii Prencìpe Cordimart€ mia 
r-cHi;Co. in altro non confiite reccellenza de* 
ecandi, che ia bcacfic» i nemici. Prenc'pe:-^ 
Lordimate permettere > che le mie b-rLcc t-» 
'ormino vna catena indiffolubile alla aoHra-* 
irnii'ta ; vi b concede in ipcfairtPnccipetì^ 
rvofaura. E voi Atcidiìca porgete la deitra^ 2!!* 
Infanta Armidea » 

Sire non porca l*horror dclooftro ducilo 
li in apcrtiira di imgiiiorpacc 5 che con^ 
' rioriore, che V-M* ci^TiciU i.rparegiabilc— ^ 
-loiaa di Siietia mi co.npartifcono . La gioii 
ni forprende così ii Ciiore>che non pòìfo tor- 
nar altro liogratiaEiieaco di quello Ned ìsiio 
Ji Dffcquio . 

: j*. Le eratie, che"^^ M. £ degna difpeniairai 
'j in virtù dcll'intercelTiOne di qnefta adorabile 
1 Reina fon più capaci di liicntio 3 che dVrpref- 



i't' ^ 

Iti'' 

:^ 

tu ' 



ti6 ^ h I H O 

4f?;ù.B voi mia cara Prlncipcffa iroii fdegnatc^.|;Oi 
iinpalnm* la delira del Prcncipe di Daiiimar* jg' : 
C3, ledicui tìntioni v'atteilino s'egli fia verC jjjì 
adoratore delie voftre fouraiie bellezze • ^ 
fren. Gentiliffimo Prencipe non deue llar* io- 
partito il cpnfenfo di Rofaura in vn' attione- 
doue Tobliga il vollro merito, e'i comando è 
S.M«;eccoui la deftra^e con la delira il cuore 
jry^h. Oh fofpirata mano,vengo di vita meno ho 

che ti bacio, ertringo • 
JrcE. voi belliiTima Infanta agglagetcm' ai glo 
xiofo titolo di voftrdferuo, quelle divolb' 
fpofo; felicitate qpeft'alma da gra tempo idcp 
latra deirimpareggiabili voftre doti . ^ ^ 
L'affetto vofìro > e le voftre rare qualità n 
^ ipingono ad abbracciar volentieri quella fo: 

tuaa, che mi porgece^ecceuen' il pcgno.^ 
Jrc. O A^elliffuTi^d'eftra, Janguifce di gioia il c< 

ve, lìor che t*impalnìO> e bacio . 
■t^^;/.Ed ioiorcunati^SfOii v'acclaiìicrò col Na 
?ci !c: Dij faute h,i:c loìì^a. concordia dttret tn 
ar/jHos^, tamque ionus miiitnt jcada null^ an 

Xi^.HorsI che quefta ReguTi così inafpetti 
accidenti godrà la fortuna di guftar moltip 
cate le giòie? e puì copiofi l'appiani! : O va; 
Aurora tu fcfti foriera di tant'improuiie vf 



tu iC 



ca. Kj-a .ara Aurora tu diuielam col tuo kme 
. je tenebre delle^iiic &ntloni> e le camoiaftì jj.^-. 
'apertura dVsi iuminoS contenti . . 
fren. O bell'Aurora tu eli^cnefti nella culla 

rodente il mio nalcente amore . 
w;;.Z>/Óli Aurora felice.chc fpargendo raggia 
di rrioiei-,c nembi dì fioriti conceiKi^anmau 
ixi^mi ciio,, il giorno delle m:e felicita. 



10 

ar- 
te 



TERZO. ca7 

!0h nobile Aurora, tìi aprilll Pvfclo del CicI 
le' miei diletti , c mi4eltafti dall'aftaiuii del 
DÌO cencbrofo ftato !• 

Ob fortunata Aurora y che fquaixiando II 
' ^ banto dell'ombre de' mìei cordogli ^ mi cKia* 
maitl dalle pcn^ alle gioie . 
fe Oh Aurora benedette;! che da quefta Corte 
gombralH le tenebre? e grorrori . 
7* Oh yiurora gratijjtma mu/is ; zìi m'imperlafti 
'alma> efplraili à Senofonte foauifllmi zefiri 
^ ii contenti • 
. Oh Aurora benigna > che dal balcone dell' 
^^^^ Oriente ci pioueili vna primauera di ^fioriti di- 
etti . . ^ 
SCENA XI V^. , ET VLTIMA . 
Napolttano^ Friggio ^ e de Ut. 
ien- E nò haie anta cannela va corcate à 
3 io fcuro, coniglio, vota faccia?hom- 
^ de niente; ante Perzonaggc de te faccio 
:oliNai|jjp> à lucchetto- óaie ca nò po to ncroppa-j^ 
^''''^ % caccio lo fango, e me io beuo . 

Cosi fi rifpettano i Reggi Paggi 1 olà di 
Zoxtc bastonate cnftui . 
i::ni^f>, Siibetocorrimmo à li Scfiuane, fubeto fa- 
immo laquarela :> chi hà paura fe faccia sbir- 
e zuoppofia chi Tuie , ch^aggiochi me-/ 
rotegge, e tu accufame à la vagliua • 
ConiìglierojChenouità ? 
O'i^^;. Saranno efpreflioni di giubilo tra la gente 
::i!3fi Corte • efcono . 

>• Siente ccà , fe non nge foffe ioftltla à fìo 
ci'.litpiefe te cacciarria de cuorpo fte ilentini:, c->/ 

i Ilarrauogliaria ncanna • 
• Taci fciocco , è qui S. M» 
Serpino, che v'c di nuouo ? 

ii Sciuicore del Sigaox Ambafciacore c©I fuo 



22g A T T O . _ . . U 

bel r humore dà nelle fcioccaggmi • : ^ 

Amb. Cofa hai Pacione sì adirato ? _ j, 3 

Nap. Cos'has^glo, nò ve lo pozzo dicere f ^j, 
i'arracgia m'hànzerrato li caonanne ; bientg ■ 
ecà core de Pollecino, tu troppo m'abbitttc » ' 
e io quanto, che d'è, che d'è, c te sbozzo. 
Rf. Mi fembra gratiofo . Napolitano coiiic cosi 
poco rilpctto portate ad vn Paggio di Cotte -, 
edirtmiaprefenza? ^ • u lu re(k- 
Hap.Sìo Maieilà Tempre vierno mio bello, rei| 
petto lo cane pe llammore de lo patro«e,ciu. , 
Je nò le farria trouà carcitia de tcrreno.ca mi 
Caaliere Napoletane nò nge.faoimmo pais. 
la mofcape lonafo • 
Rf. Che ti fece- dillo tofto. j;^, 
w^p-Dillo muollo, non tiiofto, che b«gUo dtc* 
/e>felacolkram'hàttnnto la canna , che r 
l>ozzo dicerc manco na racza paro.^- . 
H,^.Deh non più tenerci fo^Pcfi'Vbidifci S-M 
Wa;>„ Obediice Bi «ulece falato,fc no pozzo f 

pitare • ... 
'Feu.re ne preghiamo tutti vmtu 
j^^/,. Vh cca $1 tu? Ah cane? tu Signor si me x 
fciafteccolalcteerade burba lo Patron 
mio,ch'è no bono gentelhommo a lo paiei* 
fuio,e te lo prono eco quattro Pa"n^f^ 'P' 
'^^t.B uerti a parlar bene, ch'ella c Madama 1. 

Regina di Polonia ^ . . • 

jyr]^ Oh potta chifto sbarnato èMaddama^lo 

lena fapere quanno da fulo à fulo me faceti 
lo corriuo dela lettera. b 
.^ÌHor via non pm di lettera? raguagUac. c ^ J 

A'!/.' Già che proprio lo boHte fapc,ve Io dt 
• iufto bello c<«n-i.paff3to;in prunm.s, 8. ao 

mopia facciate ^oflori loro, comm io iKa^^ 

nnance* 



k 
liei 
no 

CO. 

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IO. 

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pi.. 

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E R Z O 



219 



odato lì Cielojch'alla fine parlaftL 
^/>.Se me parie à la mmoy me llon^o zitto» Io 
.ftta n.oiinante. 
Tpb.Douc ne iìàuì finifcila • 
^i/'.A TiocchÌ3> e pò nfe nne lette à Pafcarola» 
bora mò è fiofciamento de vrache » £0 ilea mà 
^hnante- 

^•bi^ di appre(Ib. 

fip^Stò sijchc vofcia hi dItto,chc ng*haue fer- 
ii uco? 

*t Non placche Tei tcdioCoyDifiica lon^a faQÌt%. 
..li j^/?.Hora lo fale mio nge inancaua à la mene- 
.j^fj ^lra;ma icompimmo iìocaiiic^no -o me nn€^ 
' Ueamo nnante facenno Csx'àcXì^i nnaria pe Tani* 
more de la Siaainfjecel a de la Sia Rofaura-j; 
jofictl^ oh poeta eccola lla>cca tbie tune fcipp.qLj 
^l^jji core Pope ila mia) e fe n'è benuco Ila vipera-j 
de Serpillo, eco nò fp.into de Chierecco dc^ 
Tioia^cà Carina c la Ioia> e nò sà cape cffa-^ 
jio m'accido co la morte • 
i|f/,(il decreto farebbe^/>^/^r litrgantes^ier^ 

^,^j^!«Hor via deciderò quefta lite; Napolitano fia 
^^'^^ cua fpofa Carina > e così refterà chiarito Ser- 
• lupino . 

/^jpj tp.Mì Rè mio bello t^ pozza vede Sinneco de 
^,,jj^jl,jChiunzÒ5ll<ich*aggio fciato^e leagua re feriie- 
jraggio fcauzoje ncarufo; e tu Carina cara ftié- 
jntmc ila vnranzoMa.lo me nnc vao njiecolo,c . 
,me nne vao nzuoccolo^io mò denento ngon- 
golajC fcolocomm'à cannoliccliio,.v«oc'chio 
. jderirto TOÌo>gioiell6 de fta vita, fciamma dc^ 
►''^ [lo pietto,ticneme niente, parlarne, non fà ia 
Conte^nola de m*efiere moglera,che ila fcior- 
^elc meglio Sdamme de TaJia [#iiorpirano. 

Catm 



2J0 ATTO j 

Car. Come fete sfrontato^di gratla vfaft meco 
modettia • 

i^T^^.Lazzame zzare^ca rò dico à gnò mamma«^> 
che puozzVzzere> 
E tu vieiic faiic^Atnmeneo 
E nzerta ih bellezza à ilo chiafco. 
%ftt^{Ah ch'efclamerò colTatìTo^ d'ira> di gelo 
lla>d'inuidia lcoppio;e conchiudcro col Man 
tuaiio; Hoj ego ^erficulosf^ct y ialtt alter ho n 
rem • 

Ri.Kox via Confeglicro fatc^che in qiie/lo gior 
no feitiuo 5'accompagui à fuori di trombe 
notitia d'i Si fortunati accidenti • Vadino 
volo nel Compo Danefe meffaggi di paccL-/ 
acciò depofte i'arme^ciafcun venghi fpettatof 
di si giocondi fponfali^E voi Amanti à cui Ja 
ciò amoro To il cor diitringe 
Sappiate , ch'in Amor chi FINGE VINCE 



Jl fint del Fingere per f;mcsrc.